Luca Mercalli: Realizzerei una Comunità Energetica Rinnovabile domattina. Ma…

Continua, con l’intervista al noto climatologo e divulgatore scientifico, la nostra inchiesta sulle CER, fra vantaggi e svantaggi. Ciò che frena e spaventa è la burocrazia. Se l’Italia avesse messo i pannelli solari negli ultimi 20 anni, oggi avrebbe bisogno della metà del gas.

Per avere una visione quanto più ampia possibile delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), oggi vi proponiamo l’intervista al noto climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli. Via via che risponderà alle nostre domande, riusciremo a capire se queste comunità possano essere utili per raggiungere l’indipendenza energetica dell’Italia dall’estero. Oppure se, per il momento, sarebbe meglio continuare sulla strada delle fonti fossili.

Cosa ne pensa delle comunità energetiche? Potrebbero essere un valido modo per raggiungere l’indipendenza energetica di cui sta parlando tanto, dato il conflitto in Ucraina oppure no?

Sicuramente sono un aiuto perché la comunità energetica cerca di favorire i consumi dell’energia rinnovabile quando c’è. Questo perché il problema delle fonti rinnovabili solare ed eolica è che non sono programmabili. Cioè, ci sono quando vogliono loro. Perciò, bisogna riuscire a consumare questa energia nel momento in cui c’è. O, meglio ancora, quando ce ne sarà in esubero e, cioè, in un momento di sole, se si usano i pannelli fotovoltaici per produrla.

Applichiamo questo discorso a un gruppo di utenti allargato, come un quartiere. Più persone ci sono e più è possibile che quando uno ha troppa energia, un altro ne abbia bisogno perché non ha i pannelli in quanto abita in un condominio. Allora la comunità energetica dice, “mettetevi tutti insieme voi prosumers, che siete in parte produttori di energia e in parte consumatori”. Fatto questo, lo Stato dà un incentivo per tutta quell’energia che, all’interno della comunità energetica, è stata prodotta e utilizzata nello stesso momento. Quindi il principio della comunità energetica è favorire questa fase tra vicini di casa.

Perché fare tutto questo? Cosa si guadagna da questo cambiamento?

Il mio vicino si guadagnerebbe un incentivo, di circa 110 euro al MWh, prodotto e consumato contemporaneamente in una comunità energetica. Perciò, è incentivato a consumare nello stesso momento in cui io produco. Di conseguenza, l’energia così prodotta costa di meno. E questo sia per via dell’incentivo, sia perché non ci sono i costi di trasporto dell’energia. Detto questo, allora uno dice “che bello, faccio la comunità energetica. Metto insieme un po’ di produttori e di consumatori, possibilmente con delle esigenze variegate”.

Ma non è così…

Sì. È molto difficile fare i consumi delle famiglie, per esempio giovani, affinché siano sincronizzati con il Sole. Perciò, bisogna capire che le esigenze di consumo devono essere flessibili, altrimenti la comunità energetica non funziona. Se uno consuma di notte e io produco di giorno è inutile che facciamo la comunità energetica.

E, quindi, come deve essere formata una CER?

Innanzitutto, deve essere variegata. Quindi, al suo interno ci devono essere un po’ di aziende. Queste, in genere, lavorano di giorno e, quindi, è più facile che consumino l’energia solare; oltre a ciò, ci devono essere un po’ di famiglie variegate, con chi sia a casa nelle ore che producono più energia elettrica, cioè quelle del mezzogiorno. Bisogna evitare il più possibile i consumi notturni o serali, per quanto riguarda il Sole che è più diffuso. Per l’energia eolica, il vento è un po’ più flessibile perché soffia anche di notte; però ci sono giornate in cui non soffia affatto.

Ciò detto, allora un dice: “Il Mercalli, dopo che si è studiato tutta questa cosa e ha i pannelli solari, ha detto, che bello! Parto e faccio la comunità energetica”.

Perché non l’ha fatta?

Io non l’ho realizzata al momento perché mi sono spaventato della burocrazia. E perché per ora, nella zona in cui mi trovo, la comunità energetica sarebbe stata troppo piccola rispetto ai costi di costituzione. La mia opinione – che è quella di chi ci ha provato – è che una comunità energetica funziona se siamo in tanti. In più, le spese di costituzione, il tempo che io impiego per imparare i meccanismi e la burocrazia sono poi compensati da un incentivo grosso.

Insomma, ne deve valere la pena. Se gli impianti sono molto piccoli, l’incentivo alla fine dell’anno è piccolo. E allora io mi sono detto che non ce la faccio. E le ho detto tutto. Per cui, ci vuole una figura che si occupi solo delle comunità energetiche. In tal caso io la farei.

Quindi, come deve essere una comunità energetica per funzionare bene?

Meglio che sia formata da alcuni produttori e alcuni consumatori grandi – compatibilmente con i limiti di legge della dimensione massima dell’impianto – perché così si possono fare meno pratiche burocratiche e si può ottenere un grosso incentivo. Nel realizzare una comunità troppo spezzettata, dove ci sono 100 appartamenti, bisogna gestire tutta questa complessità formale e burocratica.

La cosa assurda è che i problemi ingegneristici sono stati superati con dei contatori perfetti, sincronizzati al secondo, che sono in grado di misurare esattamente se il mio kWh prodotto oggi viene consumato dal mio vicino di casa nella stessa ora. E ci fermiamo di fronte alla burocrazia. Se non fosse per questo problema, io la CER la realizzerei domani mattina. Perciò, sarebbe auspicabile una maggiore snellezza.

Nel concreto, come bisognerebbe agire?

Non bisognerebbe compilare alcun modulo, come accade ora. Questo perché si dovrebbe essere inseriti nella CER d’ufficio, in maniera automatica, in qualità di cittadino. Io sogno un Paese dove è la rete nazionale a fare questa operazione. In tal caso, l’incentivo arriverebbe direttamente in bolletta.

Ad esempio, la rete nazionale potrebbe verificare in ogni momento gli esuberi o le mancanze di elettricità in base alle nuvole che stanno passando. Li manda a una app sul telefonino per quella zona lì, ipotizziamo per la comunità energetica di Alessandria. E mi dice che in questo momento c’è tanto Sole. Se vuoi accendere la lavatrice, falla adesso perché così pagherai di meno. Ecco il tuo vantaggio della comunità energetica, senza dover firmare alcun modulo.

Potrebbe essere utile realizzare le cosiddette smart grid proprio per evitare questi problemi di dispersione o di mancato utilizzo dell’energia?

Di fatto questa è una smart grid (rete elettrica intelligente, in italiano, n.d.r.). Semplicemente, per ora è fatta della smartness degli uomini, cioè del vicino che deve accendere la lavatrice alle ore 12:00, quando c’è Sole e si produce tanta energia. Prima di avere una smart grid che faccia tutto questo in automatico ci vogliono decenni. E poi, non possiamo fare una rete intelligente tutta automatica, altrimenti diventiamo schiavi di un algoritmo tecnologico che avrà sempre i suoi limiti. Lo possiamo fare in certe cose, non in tutto. La comunità energetica lascia la discrezione nella testa di ciascun. Perciò, tecnologia sì, ma sempre mediata dalla testa.

Lei è stato uno dei firmatari, nonché uno dei membri del gruppo Minds for One Health di un appello rivolto al Governo italiano in cui chiede di raggiungere il 100% di produzione di energia pulita ben prima del 2050. Come fare a raggiungere questo ambizioso obiettivo, dato che il Governo sta proseguendo la strada della dipendenza energetica da fonti fossili di altri Paesi come l’Egitto?

Vero. Io penso che ci sia anche una componente culturale. Fare una transizione energetica centralizzata è difficile e lunga da realizzare. Invece, fare una transizione energetica basata sulle scelte dei cittadini è molto più facile perché, come tante formichine, ognuno fa la sua parte. Io vorrei vedere, in un momento come questo, i tetti d’Italia tutti pieni di un formicolare di operai che mettono i pannelli solari.

Perché non è così?

Perché il tema non è arrivato alle persone come una soluzione di un problema enorme, che è in parte ambientale; sotto questo aspetto, però, abbiamo visto che non funziona. E questo perché la gente dell’ambiente non si cura; non è una paura forte. Quando questa paura ce l’avrà sarà tardi. Molte persone decidono di mettere i pannelli solari se questa decisione gli conviene. Allora, una delle leve è la convenienza grazie agli incentivi. Il problema è che in Italia sono sempre stati un qualcosa di ballerino: oggi c’è, domani non si sa se lo mantengono.

Perciò, la gente si è fidata poco. Ecco perché moltissimi che potevano mettere i pannelli hanno preferito cambiare la macchina o fare altre cose, come la crociera secondo l’atteggiamento del “meglio che usi quei soldi lì per divertirmi. E del futuro chi se ne fotte”. Questo è un po’ il sentimento medio di un proprietario italiano che i pannelli solari potrebbe metterli ma non li ha messi.

E cosa fare, allora, per invertire la rotta?

Bisogna da un lato semplificare la burocrazia. Perché metà delle persone che non ha messo i pannelli non lo hanno fatto per problemi burocratici. Dall’altro lato, bisogna creare una moda che dia una gratificazione che sia esattamente uguale a quella di quando si compra una macchina nuova. Non potremmo dire al mondo: sei figo perché hai i pannelli fotovoltaici? Questo dovrebbe farlo un governo e, allo stesso modo, dovrebbe anche far capire che è un atto molto patriottico, nel senso buono.

Se tu metti i pannelli solari hai aiutato il tuo Paese e il tuo pianeta in molti modi, perché hai diminuito le emissioni (e, quindi, riduci i cambiamenti climatici), hai diminuito la dipendenza dell’energia dall’estero e sei diventato più scrupoloso e autosufficiente nella gestione dell’energia. Queste cose danno delle gratificazioni che non sono misurabili solo con i soldi. Questa cosa bisogna spiegarla, deve diventare cool. Qui c’è una gigantesca responsabilità dei media.

In che senso? Si spieghi meglio…

I nostri giornali hanno la sezione “Motori”. È un continuo bombardamento che ti dice che la macchina più figa ha un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 2 secondi invece che in 6. Io cancellerei la pagina motori dai giornali e la sostituirei con i pannelli solari e con il risparmio energetico in casa. Sei figo perché hai un pannello che produce di più di un altro. Sei figo perché hai una lavatrice di classe A, che consuma un po’ meno dell’altra. E giocherei tutto su questo.

Culturalmente, se passasse questo messaggio, ci sarebbero i pannelli su tutti i tetti domani mattina. E la transizione energetica si realizzerebbe in metà tempo rispetto a una realizzata in maniera centralizzata. La gente non sceglie di realizzare comunità energetiche perché non percepisce questo come una scelta gratificante. Per me, invece, lo è. Non c’è solo il vantaggio economico perché c’è anche quello di indipendenza: ho prodotto l’energia elettrica sul mio tetto!

Puntare sulle comunità energetiche o, più in generale, sull’indipendenza energetica, potrebbe essere una delle soluzioni per porre fine al conflitto in Ucraina o, più in generale, ai conflitti che si generano per reperire le fonti fossili?

Sicuramente sì. Comunque, ci sono molti vantaggi. Uno di questi è ridurre i costi della bolletta elettrica.

Enel X si è inserita nel progetto delle comunità energetiche applicate al settore agricolo, impegnandosi a supportare attivamente la transizione energetica delle imprese. Come la vede questa intromissione dell’Enel? È il segno che l’azienda energetica si sta convertendo alle energie rinnovabili o è solo un modo per cavalcare l’onda della transizione energetica cercando di trarre dei vantaggi economici?

Il gruppo Enel è già da molti anni che ha fatto una svolta rinnovabile molto concreta. Quindi, non mi sembra di saltare sul carro all’ultimo momento. Enel ha una grossa tradizione nelle rinnovabili almeno negli ultimi 15 anni. Quindi, mi sembra che sposino una strategia che è già consolidata.

Una domanda un po’ personale. Come nasce la sua passione per l’ambiente? C’è stato un momento nella sua vita che la difesa dell’ambiente è diventata la sua missione, oltre che il suo lavoro?

Facendolo come lavoro (sospira), io sono ogni giorno sommerso dal bombardamento di numeri. È un po’ come un medico che vede i dati dei pazienti e cerca di fare di tutto per curarli e per salvarli. Come medico del clima la mia missione è quella di fare di tutto per proporre la cura, come farebbe un medico per il Covid! (ride) Prima come prevenzione e poi come terapia. Purtroppo, sulla prevenzione abbiamo avuto poco successo. Adesso c’è soltanto l’intervento chirurgico. È una cura d’urto che bisogna fare e non una cura tranquilla.

E ora, con una situazione resa esplosiva dalla guerra, ecco che si va in Angola e in Egitto per sottoscrivere contratti e avere gas sostitutivo. È certo: se avessi messo i pannelli solari negli ultimi 20 anni, forse l’Italia avrebbe bisogno della metà del gas. E non dimentichiamoci dell’efficientamento energetico degli edifici che va di pari passo con il problema delle energie rinnovabili. Io, oltre a installare i pannelli solari ho anche isolato la casa.

A proposito della sua abitazione a impatto zero in Alta Valle di Susa, come se ne può realizzare una per raggiungere questo obiettivo dell’indipendenza energetica dalla Russia, così come da altri Paesi esteri con le fonti fossili?

Pensi che ho scritto tutte queste cose nel libro uscito nel 2012 intitolato Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia e, forse, più felicità. C’è tutto un manifesto lì, scritto 10 anni fa. E, quindi, che cosa devo dire? Posso solo esprimere la mia frustrazione perché bastava fare queste cose quando era il tempo giusto di farle.

Adesso bisogna agire in emergenza. Anche la legge lo prevede, perché tutti questi Ecobonus sono stati fatti per raggiungere questo obiettivo ma, nuovamente, con una burocrazia molto complicata che ha scoraggiato tantissime persone… Anche perché, poi, si inserisce in un quadro disordinato del Paese per cui, per fare l’Ecobonus, bisogna avere la casa in regola, dal punto di vista dei permessi e degli abusi edilizi. Lei pensi quante milioni di case italiane non sono in regola (ride).

Quindi, ci sono più costi che benefici nel cercare di usare l’Ecobonus…

Più che costi e benefici direi grane. Gli abusi edilizi e le varie irregolarità hanno frenato ulteriormente tutte queste pratiche. Per cui, sul come fare… Oggi, dal punto di vista tecnologico non ci sono limiti. Abbiamo una quantità di materiali magnifici, di competenze, ci sono i protocolli come CasaClima nato in Alto Adige e gestito dalla Provincia autonoma di Bolzano, che certifica la qualità energetica delle case. I mezzi ci sono tutti. Ci vuole la volontà, la voglia di farlo.

C’è anche una grandissima pigrizia. Soprattutto anziani mi hanno detto: “Non cambio le finestre, non faccio il cappotto perché sennò ho i muratori in casa che mi rompono le balle”. Questa è stata una scusa. Stiamo parlando di un pensionato, che non ha niente da fare tutto il giorno. Se hai i muratori, pazienza. Io li ho sopportati lavorando. Però il vantaggio ti dura per tutto il resto della vita: la casa rimane valorizzata dopo un secolo, se viene fatto un lavoro così.

Per cui bisognerebbe puntare maggiormente sul comunicare i vantaggi della sostenibilità…

Sì, bisognerebbe comunicare i vantaggi ma anche un certo orgoglio. Mi vengono in mente gli “Orti di guerra”, quando Churchill invitava i britannici a fare gli orti di guerra per aiutare il Paese nello sforzo bellico. Facciamoli. Io li ho chiamati i “pannelli di pace”.

Degli svantaggi delle comunità energetiche abbiamo parlato: dalla burocrazia di base alla pigrizia. Mentre, per quanto riguarda i vantaggi? Voglio dire, a parte il vantaggio economico, quali sono gli altri punti di forza di queste comunità?

C’è un vantaggio culturale, a cui bisogna dare il suo peso. Nel momento in cui sono nella comunità energetica e ho l’incentivo in base a come consumo l’energia, è chiaro che divento più responsabile. L’energia diventa un tema della mia vita, mentre oggi è un rimosso. La comunità energetica ti spinge a diventare energy smart. Hai il vantaggio economico che nella comunità energetica, comunque, il prezzo dell’energia lo fai tu e non lo fa il mercato; perciò, è un prezzo più basso.

E poi c’è il vantaggio ambientale, per quanto non sia monetizzabile con un soldo in tasca. A questo proposito, io direi a tutti coloro che hanno dei figli e dei nipoti che entrare in una CER vuol dire rendere la vita meno brutta al figlio e al nipote, che avranno un cambiamento climatico meno cattivo. Ciò perché si sarà risparmiato nelle emissioni.

E poi, aggiungiamoci ancora l’indipendenza energetica. Se sono bravo nella comunità energetica non mi preoccupo di quello che succede al gasdotto e alla dipendenza dal gas russo. L’energia ce la facciamo tra di noi e non mi interessa dipendere energeticamente dall’estero. Non mi sento ricattato da un operatore in un altro luogo del mondo. Tutte queste cose oggi sono fatte con la comunità energetica, ma io sogno un mondo dove non devo andare a fare la comunità energetica perché la CER è il mio Paese.

E questi vantaggi mi arrivano automaticamente sulla base di scelte che io faccio e che mi vengono riconosciute sulla bolletta. Sarebbe tutto più facile.

Quindi bisognerebbe realizzare una comunità energetica corrispondente a tutta Italia…

Sì. Il mio sogno è quello di una comunità energetica nazionale coordinata, dove io non devo firmare un contratto, andare dal notaio, fare l’assemblea dei soci ed eleggere il consiglio direttivo. Semplicemente, faccio quel gesto di accendere la lavatrice al momento giusto. Un gesto che mi viene riconosciuto attraverso il sistema nazionale.

Questo, però, lo lasciamo per il mondo dei sogni. Per il momento, prendiamoci la CER così come è stata pensata oggi che è già un passo avanti rispetto al nulla di prima. Benvenga. Con i limiti che ci siamo detti: burocrazia, pigrizia e cose del genere.

 

Dario Portaccio – Giornalista

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