La vita grama del cittadino comune

Storie di ordinari disservizi quotidiani, nel pubblico e anche nel privato

La bocca della gran maggioranza dei politici italiani è strapiena di riforme, cambiamenti, progressi, innovazioni. Una palingenesi quotidiana viene proposta in competizione da ogni banco delle assemblee rappresentative, dal Parlamento all’ultimo municipio.  Gareggiano i destrorsi, i centristi, i levogiri a rifondare quotidianamente ogni settore della nazione, a parole. Nessuno vuole restare indietro, in questa olimpiade dei gradassi.

E mentre rincorrono le fantasie e le novità a venire, mostrano totale disinteresse verso la presente realtà. Poetica immaginazione contro esistenza prosaica. Blaterano di visioni e futuro, mentre l’oggi scava sotto i piedi della loro insulsaggine. Concentrati a migliorare la vita dei cittadini tra vent’anni, cosa di per sé opinabile, disdegnano la quotidianità che la gente vive. La vita grama del cittadino comune non interessa gli amministratori, che volano alto con la testa tra le nuvole così da non vedere cosa càpita laggiù in basso dove tribolano gli amministrati.

Non esiste una sola attività, diritto da esigere, dovere da compiere, nei quali i cittadini sentano che l’ufficio pubblico è dalla loro parte per sovvenirli, consigliarli, agevolarli. Constatano invece di essere trattati senza competenza, efficienza, riguardo, alla stregua di utenti importuni anziché clienti paganti, e che le cose sono organizzate in modi che anche un inesperto riscontrerebbe assurdi e incredibili.

Nell’inserto “7-Corriere della Sera” del 16 dicembre 2022 Antonio Polito fornisce la prova esemplare di un’autentica perversione burocratica, raccontando per filo e per segno la sua “Odissea” per pagare una multa stradale a Roma Capitale (tra parentesi, bisognerebbe gettare dalla rupe del Campidoglio chi decise di aggiungere “Capitale” a “Roma”). Ha cercato di avvalersi del “pagamento in misura ridotta entro il quinto giorno successivo alla violazione”. Ebbene, non ci è riuscito.

Un illustre giornalista, aduso a districarsi tra i meandri dell’alta politica e a impiegare i mezzi elettronici per scriverne, non ha potuto, non già non ha saputo, venire a capo del versamento di euro 29,40 al Comune. Il percorso studiato dagli aguzzini per infliggere ai trasgressori il supplizio burocratico non riuscirebbe a trovarlo neppure Arianna. È azzardato supporre malignamente che il labirinto sia stato ideato per rendere pressoché impossibile il pagamento ridotto allo scopo d’incassare la maggiore “sanzione edittale”? La risposta è sì, sarebbe azzardato. Infatti gli architetti della monumentale costruzione procedurale devono essersi convinti, in totale buona fede, che l’inestricabile percorso avrebbe testimoniato delle loro raffinate e moderne capacità manageriali che, al contrario, sarebbero state messe in discussione se avessero consentito al cittadino di pagare le multe facilmente, per esempio con il semplice bonifico o con il pos ad uno sportello comunale.

Tuttavia, i cattivi esempi non vengono soltanto dalle pubbliche amministrazioni. Il cittadino deve impegnarsi nelle corse ad ostacoli pure con le società private, nonostante le numerose Autorità indipendenti istituite per proteggerlo dalle angherie che cercano d’infliggergli.  Due casi personali, ma comuni a tanti, per ulteriore conferma dell’andazzo.

Primo: il “registro anti scocciature telefoniche” non protegge dalle molestie di centralinisti che cercano di venderti qualsiasi cosa, dall’elettricità ai fondi d’investimento. Iscriversi è stato un’inutile perdita di tempo. Chi “gestisce” il registro lo sa? Perché non provvede a farlo funzionare?

Secondo: da quarantennale cliente di una “primaria” (si dice così?) compagnia telefonica mi vedo distaccare una sim, utilizzata per apparati di controllo, perché “non era stata ricaricata nell’anno solare”. Avete capito bene: i soldi c’erano, ma “non valevano” perché versati fuori dell’anno solare del primo versamento. Il distacco potrebbe avermi causato gravi danni. Il ripristino non è immediato ma “richiederà un po’ di tempo”. Me l’ha precisato l’impiegato, dal quale ho dovuto recarmi dopo aver passato tre ore a cercare di “reintegrare” la sim operando nel sito della società. Non ci sono riuscito perché la procedura on line richiede il codice ICCID scritto dietro la sim che però sta nell’impianto lontano duecento chilometri. La compagnia mi conosce bene. Riceve i miei pagamenti da decenni, domiciliati in banca. Eppure mi distacca un servizio essenziale accampando gli anni solari e gli ICCID.

Qui non è questione di “alfabetismo digitale”, che in astratto può essere carente, ma del concreto analfabetismo gestionale dei responsabili pubblici e privati che, essendo inerme il malcapitato, non rispondono mai delle vessazioni e se ne infischiano del prossimo. Costringono ad adempimenti cervellotici per soddisfare le loro ubbie piuttosto che le esigenze degli interessati.

 

Pietro Di Muccio de QuattroDirettore emerito del Senato, Ph. D. dottrine e istituzioni politiche, già parlamentare

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