La Sicilia orientale raccontata da Antonino Cangemi

Riprende il viaggio nell’Italia da (riscoprire). Oggi è di scena la Sicilia, su cui pubblicheremo due puntate. Guida d’eccezione Antonino Cangemi, che con passo e visione di scrittore, ci racconta la Sicilia tra storia, arte, letteratura, tradizioni.

Si dice arancina o arancino? La disputa è seria, maledettamente seria, al punto da chiamare in causa l’Accademia della Crusca. Che si è pronunciata all’”italiana”, senza decidere e senza scontentare nessuna delle due parti, la contesa investendo un’ostinata e atavica rivalità: quella tra la Sicilia occidentale e la Sicilia orientale, tra Palermo e Catania da sempre l’una contro l’altra armata.

Meta fin dal Seicento dei Grand Tour di chi vi cercava le orme dei miti e della classicità, percorriamola tutta la Sicilia seguendo un ideale tragitto che parte dalla punta estrema dell’Est, Messina, anzi da quella striscia di mare che la separa dal resto della Penisola.

Nelle profondità di quel mare, si racconta, si immergeva Colapesce, pescatore metà uomo e metà pesce, e vi riportava a galla ogni oggetto – il più minuscolo e prezioso – gettatogli per sfida da Federico II di Svevia, fino a quando non ne rimase prigioniero costretto a sostenere l’assai precaria colonna su cui si regge l’Isola. La più estenuante e ardua impresa.

Per quanti sforzi abbia fatto e continui a fare, in Sicilia la terra ha tremato e trema con preoccupante periodicità, e a Messina più che altrove. Quando, nella primavera del 1787, Goethe fu in Sicilia, di Messina notò l’aspetto così devastato  dal terremoto di qualche anno prima da far pensare ai “tempi antichi in cui i Sicani e i Siculi abbandonarono questo suolo instabile e si stabilirono nella costa occidentale” ignaro che nel 1908 altro terribile sisma l’avrebbe sfigurata.

Eppure Messina è città devota alla Madonna. Nel suo porto tra Scilla e Cariddi campeggia una stele con incisa la sua benedizione: “Vos et ipsam civitatem benedicimus”. Così si chiude la lettera che la Madre di Gesù le fece giungere, insieme a una ciocca di capelli, tramite una delegazione di messinesi convertiti al cristianesimo da San Paolo che le si erano recati. La ciocca di capelli è custodita nel Duomo e ogni 15 agosto la “Madonna della lettera” è festeggiata solennemente.

Per tanto tempo il suo territorio è stato designato come la “provincia babba” – stupida, sciocca – perché la “spirtizza” – furbizia e spirito malandrino – era prerogativa di Palermo e della gente della Sicilia occidentale.

Se “babba” significa estraneità alle sinistre malizie dei mafiosi e di chi fa il bello e il cattivo tempo con la corruzione, Messina e la sua provincia non è più “babba”. Purtroppo. Una provincia, la sua, ricca di borghi, uno più fascinoso dell’altro, e con una perla di bellezza che è Taormina, il centro di maggiore attrazione turistica: a sostarvi, tra gli altri, Lawrence  il cui capolavoro”L’amante di Lady Chatterley”, secondo alcuni voci, sarebbe stato ispirato da vicende qui accadute, e un giovanissimo Heminguay che vi si reca per la convalescenza di una ferita rimediata sul fronte della Prima Guerra Mondiale e vi ambienta il suo primo racconto “I mercenari”.

Nella provincia di Messina la suggestiva Capo D’Orlando dove visse Lucio Piccolo con la madre e i due fratelli e il loro cimitero dei cani e dove il cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse molte pagine de “Il gattopardo”; al confine con quella palermitana, Castel di Tusa nei cui pressi, agli argini del fiume, l’imprenditore Antonio Presti ha realizzato la “Fiumara d’arte” con opere di importanti scultori contemporanei.

Uno scorcio di Messina

 

Catania ha il suo simbolo nell’elefante a cui è dedicata la fontana di piazza del Duomo. La statua dell’elefante, secondo la leggenda sarebbe stata plasmata dalle mani del mago Eliodoro dalla lava dell’Etna, e proprio in suo onore l’elefante è chiamato “Liotru”: figura quasi demoniaca, lo stregone Eliodoro, che nella notte dei tempi in groppa a quell’animale girava per la città a terrorizzare la popolazione.

Basilica Cattedrale di Sant’Agata – Catania

 

Da piazza del Duomo, nella quale – con al centro la fontana con il “Liotru”- si affacciano la cattedrale, il palazzo degli Elefanti, sede del comune, e la fontana dell’Amenano dove i catanesi gettano le monetine, si snoda, con allo sfondo L’Etna, la via Etnea, la principale e più elegante della città intorno alla quale la sera s’accende la movida, più vivace e movimentata di quella del centro storico palermitano.

Città, Catania, più viva ed esuberante di Palermo?

È prudente rimanere neutrale dinanzi all’acceso antagonismo tra due centri espressioni di Sicilie differenti: più greca quella di Catania, più araba quella di Palermo, più estroversa la prima, più schiva la seconda. Una volta però Catania si fregiava del titolo di “Milano del sud”: erano gli anni del boom che in qualche modo riecheggiava anche nell’Isola e Milano allora era Milano. Il titolo resta ad honorem, come quello di onorevole a chi ha frequentato e non frequenta più da tempo le sale del Montecitorio e di palazzo Madame ora che il boom è un lontano ricordo e Milano assomiglia solo vagamente a quella degli anni Sessanta, sebbene a Catania e nel Catanese siano sorti i primi grandi centri commerciali della Sicilia.

In ogni caso la  storica vitalità di Catania è testimoniata dalle tante personalità che alla città sono legate: da Verga a Capuana, da De Roberto a Brancati (nessuno di loro curiosamente vi è nativo) per la letteratura, per la musica Bellini a cui è dedicato uno dei luoghi più ospitali, villa Bellini, e soprattutto dalla solennità e dalla folla che ogni anno  agli inizi di febbraio richiama la festa di Sant’Agata, la sua patrona.

A Catania, anche per i romanzi e i racconti di Brancati, è legata un’immagine più colorita della Sicilia e soprattutto lo stereotipo del gallismo siculo. Ma Catania non è solo il centro storico, piazza del Duomo, via Etnea, l’anfiteatro greco, la movida: è anche Librino, il quartiere della periferia a sud-ovest di un degrado cresciuto negli anni; da ultimo vi si progettano ipotesi di riqualificazione accompagnati da tante iniziative del volontariato e dell’associazionismo che in Sicilia non mancano.

Non è un caso che nel 2005 l’Unesco abbia dichiarato Siracusa “patrimonio dell’umanità”. La città, dalla storia millenaria, patria di Archimede e dai tanti richiami mitici, è davvero bella: alle attrazioni architettoniche aggiunge quelle naturali. Passeggiando per Siracusa un po’ ovunque affiorano i resti della città greca e nell’isolotto di Ortigia risplende il barocco.

Nel suo Duomo si sovrappongono mirabilmente stili architettonici ed età della storia tra loro lontani: la facciata è barocca ma  le colonne corinzie che vi sono innervate risalgono alla civiltà greca a.c., all’interno tre navate con impianto basilicale e il tempio ad Athena.

Circondata dai papiri – che crescono solo qui oltre che in Egitto –, a Ortigia la fonte Aretusa, uno specchio d’acqua a due passi dal mare che evoca  miti fantastici: la ninfa Aretusa, per sfuggire alle brame di Alfeo, è trasformata da Artemide in una sorgente, Alfeo si dispera e Giove, mosso da pietà, lo tramuta in un fiume che – potenza dell’amore – dopo un lungo corso affluisce nel mare di Siracusa per ricongiungersi alla ninfa.

L’ammiraglio Nelson esaltò la fonte, da cui attinse l’acqua per le sue truppe, riconoscendole una forza magica capace d’incidere sulle sorti delle battaglie. A Siracusa, grazie all’amico Mario Minniti, Caravaggio trova rifugio dopo essere scappato da Malta e  dipinge “Il seppellimento di Santa Lucia”, oggi conservato nel suo Santuario (altre sue opere a Messina, dove sostò dopo Siracusa, al Museo regionale: “La resurrezione di Lazzaro” e “Adorazione dei pastori”).

 

“Il seppellimento di Santa Lucia” – Caravaggio

 

A pochi passi da Siracusa Noto, “la capitale del barocco”. Alla terza domenica di maggio, ogni anno, va di scena l’”infiorata”: la via Nicolosi è ricoperta da disegni floreali attirando un mare di turisti.

Il barocco siciliano, quello cioè che in Sicilia prevale, risale a un periodo successivo al terremoto della Val di Noto del 1693: è un tardo barocco  del XVIII secolo in cui risalta l’esuberanza decorativa.  Appunto nella Val di Noto ha il suo epicentro: oltre che a Siracusa e nel Siracusano, a Ragusa, a Ibla, il suo quartiere più antico e in alcuni centri della sua provincia eletti  Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

“Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla”, scrive Gesualdo Bufalino consapevole di avere sconfinato i limiti del politically correct, “ci vuole una certa qualità d’animo, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia”. Quel Bufalino, romanziere dalla scrittura preziosa, “barocca” come i luoghi in cui visse – ma anche di un acuto senso del dolore che apparenta i grandi letterati siciliani -, che non volle lasciare mai la sua Comiso.

Tra le perle dell’architettura sontuosa del barocco siculo, Modica e soprattutto Scicli. Sono questi i luoghi del Montalbano televisivo, dove cioè sono state girate e continuano a girarsi le scene della fiction tratta dai romanzi di Camilleri la cui Vigata è, nella fantasia letteraria, il suo paese nativo Porto Empedocle.

A Ragusa, nel 1944, per iniziativa di una donna ribelle, Maria Occhipinti, nasce il movimento “Non si parte”. Il governo Bonomi ha emanato i bandi di leva per reclutare un contingente di soldati da affiancare agli alleati anglo-americani. Maria Occhipinti, interprete del malessere degli uomini che non vogliono indossare la divisa e delle  donne che non vogliono rimanere  prive del loro sostegno, fa scudo col suo corpo al camion dei carabinieri addetto a prelevare i precettati renitenti, ostruendone il passaggio.

Ragusa – Ibla

 

Il suo è un atto di coraggio e di ribellione, tutt’altro che di complicità al fascismo. Come ha osservato Carlo Levi, la Resistenza in Sicilia si è manifestata in modo singolare: non nelle lotte di inesistenti Comitati di Liberazione, ma in quelle “per il pane, nelle insurrezioni contro il richiamo alle armi e, in un certo modo, anche nelle lotte contadine per la terra (una Resistenza mimetizzata dal destino della Sicilia, di essere sempre inattuale nelle sue speranze, di dislocarsi, nelle sue tentate insurrezioni, in un senso a parte della storia)”.

Ci lasciamo alle spalle Ragusa e il luccichio del barocco in direzione di Enna e di una Sicilia interna, assai meno appariscente, dal clima continentale, lontana dal mare e poco somigliante a quella da cartolina. Situato a 931 metri sopra il mare, Enna è il capoluogo di provincia più alto d’Europa. Tanti i popoli che, per la sua posizione, ne hanno fatto una roccaforte d’importanza strategica: sicani, greci, bizantini, romani, arabi, normanni, svevi, aragonesi. Sul punto più elevato della città, il Castello Lombardo è il suo simbolo ed è una delle testimonianze della presenza di abitanti di origini settentrionali in Sicilia risalente al Medioevo.

“Il Gran Lombardo” del capolavoro di Elio Vittorini “Conversazione in Sicilia” incarna l’immagine di un siciliano di  accentuato spessore etico, che avverte il richiamo dei doveri civici. Nei pressi di Enna il lago di Pergusa rimanda al mito di Persefone, la bella fanciulla figlia di Demetra, dea della fertilità, rapita da un innamoratissimo Ade che – grazie alla mediazione tra Zeus e Ade – trascorre la sua esistenza metà dell’anno tra gli inferi e metà nella terra. Un mito non privo di rinvii metaforici: non solo perché vi affonda le radici la “fuitina”, prassi a lungo praticata nell’isola per regolarizzare relazioni amorose, ma anche soprattutto perché riflette, per dirla con Bufalino, l’eterna sospensione della Sicilia “tra vita e morte, splendore di prati primaverili e tentazione del buio”. Tra i luoghi più belli della Sicilia, a due passi di Enna, la Villa del Casale di Piazza Armerina con i suoi mosaici espressione della civiltà romana.

È stata la città dello zolfo per eccellenza, Caltanissetta, il cui nome ha radici arabe e significa “rocca delle donne”, al punto di meritarsi l’appellativo di “capitale mondiale dello zolfo”. “La zolfara mi faceva paura, al confronto la guerra mi pareva una scampagnata” confessa un personaggio del racconto “L’antimonio” di Leonardo Sciascia. Il lavoro nelle miniere era disumano e anche i ragazzi, detti “carusi”, vi erano impegnati nelle mansioni più umili e faticose che ne deformavano spirito e corpo.

In una novella di Pirandello, “Ciaula scopre la luna”, è descritta la meraviglia di un “carusu” la prima volta che si accorge dell’esistenza del satellite della terra. Nella gerarchia sociale gli zolfatari occupavano un gradino più basso di quello dei contadini e, rispetto ad essi, avevano una mentalità meno conservatrice e più aperta.

Caltanissetta è stata definita anche “La piccola Atene” perché, malgrado isolata, rivelava negli anni del Fascismo un certo fermento culturale grazie alla presenza, fra gli altri, di Vitaliano Brancati che insegnava al Magistrale, nello stesso istituto frequentato da Sciascia. E “piccola Atene” Caltanissetta rimase negli anni Cinquanta quando il giovane Leonardo Sciascia prese il timone della rivista “Galleria” dell’editore Salvatore Sciascia.

Rettoria San Sebastiano – Caltanissetta

 

Oggi della libreria di Salvatore Sciascia non resta che una targa nel cuore della città dove prima sorgeva e radunava tantissime e vive intelligenze.

Se Caltanissetta, capoluogo di provincia, è una città piccola tipica di una Sicilia interna diversa da quella comunemente conosciuta, Gela è agli antipodi ed è sua rivale. È uno dei comuni più popolati, Gela, tra quelli non capoluoghi di provincia, ha spiagge estese e un significativo patrimonio archeologico, ma è il risultato dello “sviluppo senza progresso” denunciato da Pasolini.

Una panoramica su Gela

 

Il polo petrolchimico, sorto nel 1963 per iniziativa di Mattei, se in un primo momento ha garantito occupazione, si è poi rivelato causa della devastazione della costa e della perdita d’identità di un grosso centro sfigurato da impianti e ciminiere invasivi. Senza contare che a Gela e in alcuni centri vicini che abbracciano anche l’Agrigentino  convergono, senza che ne siano ben delimitati i confini, “Cosa nostra” e la “Stidda” con i pericoli di loro possibili conflitti.

fine prima parte

 

Antonino Cangemi – Giornalista, scrittore

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