“In morte del maestro elementare” nel mondo di ieri

E per togliergli di dosso la troppa polvere che ha ammantato questa benemerita figura di educatore. Era un mondo fatto a misura di bambini, tra gioco e studio. I loro giochi di strada e passatempi. La severità del metodo d’insegnamento che ha lasciato positive e indelebili tracce nella formazione e nel ricordo degli alunni.

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Abbacinato da improvvisa reminiscenza letteraria, del Manzoni che volle esaltare Carlo Imbonati, compagno della madre Giulia Beccaria,  anch’io, avessi qualità per farlo, non esiterei un istante a scrivere un carme, uno alla buona, artigianale, in morte del mio vecchio maestro, di recente scomparso.  Insomma, un modo per farlo meglio conoscere ed apprezzare. Una storia di oltre sessant’anni fa. E, finanche, per togliere di dosso la troppa polvere che ingiustamente s’è lasciata depositare sulla figura del “Maestro elementare”, porre riparo a qualche fraintendimento e persino a qualche guasto ( si fa riferimento all’altalenante dibattito sui cinque anni di scuola primaria: quello che occorre fare e cosa invece evitare per farla meglio funzionare).

 

 

 

 

E, comunque, si tratta di materia da lasciare agli addetti ai lavori, concordando sul fatto che i cinque anni di scuola elementare (almeno in Italia) sono stati sempre ritenuti le fondamenta su cui costruire il futuro scolastico di ogni piccolo studente. Che cresce velocemente nel corpo e altrettanto velocemente apprende le nozioni di cui ha bisogno, dovendosi poi aprire al mondo degli adulti. Certo, la prospettiva può essere la più diversa: dall’angolo visivo dell’insegnante, da quello del piccolo studente, dalla famiglia di quest’ultimo, dall’ambiente sociale in cui tutto si svolge. Non è la stessa cosa se tutto avviene a Milano o Torino oppure, nel caso di specie, in un piccolo centro salentino – Nardò -. Sta di fatto che, periodicamente, con curiosità e anche interesse, a quell’esperienza didattica s’è fatto sempre riferimento.

 

 

 

 

Operazione non facile, dovendo inevitabilmente stabilire qualche accostamento, legare esperienze al prima e al dopo, analogamente per fissare un possibile metro di confronto.  Ma non è questo l’intento, né si vuole fare un trattato. Qui si parla di ragazzi, se non bambini che frequentavano la scuola elementare e della loro giovanissima esperienza nel pendolo tra gioco e apprendimento delle prime nozioni.  Però, si sente spesso dire, e in maniera sbrigativa, senza dare retta a nessuno: “ma la società è cambiata, è tutta un’altra storia!”.  Difficile davvero obiettare, dall’..alto degli anni trascorsi, i nostri anni, e  tuttavia, non volendo lasciare  tutto relegato nei libri di storia, sarebbe buona cosa (ri)affacciarsi su quella lontana realtà. A beneficio di quanti (anche per ragioni anagrafiche) ne sono lontani, ma vale un po’ per tutti, a volersi informare su quanto succedeva, non soltanto limitato all’aspetto pedagogico. Un modo per indagare quel mondo e scoprire se è davvero così lontano dall’attuale.

Anzi, si può fare di più, richiamando quel mondo e facendoselo raccontare da chi l’ha vissuto, senza affidarsi a informazioni indirette, talvolta imprecise. D’altra parte, detto banalmente, se si chiedesse a internet com’era la scuola elementare d’un tempo, di un qualsiasi periodo, avremmo tutte le risposte che chiediamo. Decine se non centinaia di saggi sull’argomento a nostra disposizione. Davvero non mancherebbe ogni tipo di notizia. E tuttavia, probabilmente, non riusciremmo a cogliere lo “spirito del tempo”, non avendolo accolto.

*****

Queste erano le noterelle, anche risapute mie osservazioni quando, come in un lampo, tutto mi è venuto in mente vedendo la reazione di una foltissima comunità di questo centro salentino alla morte di un suo vecchio maestro elementare. Un cordoglio vero, sentito, per la morte di questo ultranovantenne, malato da tempo. Intendendo, che quella comunità si è “fermata” per omaggiarlo, forse anche a riflettere. Chi l’ha conosciuto amava ricordarlo, suoi vecchi alunni si incontravano per rendergli l’estremo saluto.

Per quanto ho appena detto, si comprende che sono stato un alunno del “maestro elementare” Elio Sanasi (è doveroso indicarne il nome) in quarta e quinta elementare. Severo, anzi severissimo (dirò sull’argomento), ma mai che abbia ricevuto una critica, che un genitore si sia affacciato a scuola per protestare o denunciare, come pure clamorosamente s’è fatto in altra scuola e in altra circostanza, e n altro tempo, sempre nello stesso centro salentino ( anche di questo dirò dopo).

Era una società diversa, povera e con tanta dignità.  Tante famiglie anche numerose vivevano di poco. Un po’ di campagna per i contadini, artigiani, calzolai, barbieri, falegnami, arrotini, fabbri) con poco lavoro. Tutte figure che resistono con fatica. Non mancavano certo i professionisti, i medici, gli avvocati e altri ancora. Era un tempo in cui la differenza di classe si notava con maggiore nettezza. A scuola, alle elementari, classi maschili e classi femminili con lo “scudetto” appuntato sul petto a indicare la classe di appartenenza. Detto oggi, pare inverosimile. La Gazzetta del Mezzogiorno costava 30 lire e poco più di 100 un chilo di pane. L’olio, quando possibile, quasi sempre si comprava a decilitro! (la decima parte di litro, detto a quanti hanno… dimenticato le misure di capacità). A corollario, ricordo la mancanza di sale. Sì, proprio così!. Si era nel periodo in cui la vendita di sale era Monopolio di Stato. Prendere il sale da qualche conca vicino al mare era ritenuto un reato grave, nessuno si arrischiava a farlo. Per il resto sembrava un mondo fatto a misura di bambini.

Immersi nei giochi di strada, tante sterrate, dove non passavano se non sparute auto, dove si giocava a calcio con palloni di pezza quando non riuscivamo a procurarne uno decente, ma anche a ruota, staccia, sassolini, figurine dei calciatori, a collezionare tappi di bottiglia, a anche una bella carta oleata che avvolgeva un saporito biscotto (bovolone), a raccogliere camomilla o quel poco di ottone o ferro  che allora si poteva trovare in giro per il paese (lo compravano  per una miseria! Una delle poche occasioni per avere qualche lira in tasca, se non si trattasse invece di aspettare le feste comandate e soprattutto il Natale quando mettevamo la letterina sotto il piatto, a tavola, promettendo di essere sempre più bravi e di obbedire.

 

 

 

 

Una volta che il piatto veniva portato via, il papà mostrava meraviglia nello scorgere la busta; apriva la lettera e lì succedeva quello che veramente ci aspettavamo. Che si mettesse le mani in tasca e darci qualche soldo.  E sempre che non sappiano i nostri papà (l’hanno poi scoperto ) che di nascosto gli scucivamo qualche bottone da giacca e pantalone per andare a giocarceli (il sottoscritto, tra i più bravi, riuscì in poco tempo a vincere tanti bottoni da riempire una lunga calza da donna alta un metro!  Bottoni piccoli da camicia, pantalone e giacca, bottoni grossi da cappotto che valevano per quattro, ma anche di metallo con una stelletta che valevano doppio! Vinsi anche due scatole di figurine di calciatori che regalai all’ingresso nella mia età adulta di …dodici anni. Per ore a giocare, senza la preoccupazione dei genitori di oggi che, quando vedono i loro piccoli varcare la soglia di casa, gridano al pericolo.

Questo non significa che quei genitori trascurassero i loro figli. Questo no. Occupati da tante incombenze, sapevano però che tutto si svolgeva con tranquillità. Non c’era allora il Garante dei diritti dell’’Infanzia, né la stessa Onu ancora se ne interessava.  Non era necessario.

 E lo studio? Anche quello, naturalmente, accanto al gioco. Un binomio perfetto che ha arricchito quelle generazioni di ragazzi, in un periodo di scarse opportunità, senza cadere nell’ovvietà del raffronto.  Però, si deve anche dire che oggi ci sono tanti bambini, piccoli ragazzi di sette, otto, nove anni che non riescono a giocare; mancano gli spazi, manca chi li possa accudire. Gli stessi che probabilmente non hanno mai visto in vita loro “dal vivo” una mucca, una pecora o abbiano frequentato un boschetto. Soprattutto nei grossi centri urbani, ingabbiati in palazzoni fatiscenti, senza strutture e verde pubblico.

Insomma, era un mondo diverso.

Per dare un’idea di quanta “meraviglia” si sprigionava da certi episodi, volendoli anche raccontare, se ne potrebbero mettere tanti in fila. Ragazzino, casualmente, con mia madre feci un viaggio a Roma, dove viveva un mio zio contadino a cui era stato assegnato un grosso podere. Coltivava tabacco, grano e ortaggi. In più c’erano anche mucche e maiali. Al ritorno in classe dopo una settimana di vacanza non si fece che parlare di questo mio viaggio. Così lontano! Nessuno era riuscito a farne uno del genere.

Com’era Roma, cosa avevo visto? Domande su domande. Ero ammirato per questo, per l’intero anno scolastico “additato” come quello che era stato a Roma, la capitale d’Italia! Così bella e lontana! Io stesso ricordavo poco di quel viaggio. Avevo visto grossi palazzi e tanta gente in giro. Quel giorno ci avvicinammo alla Scala Santa, vicino alla Basilica di San Giovanni in Laterano, e lì vedemmo tanti fedeli scalarla sulle ginocchia. Un mio amichetto osservò: “Perché bisognava fare così?”.

Come anche per quella circostanza quando, a metà dell’anno scolastico, accogliemmo in classe un ragazzo che proveniva da Lecco. Ne avevamo stati informati per tempo. Gli scrivemmo una letterina che venne letta al suo ingresso in classe. Lecco, ancor più lontana di Roma! Anche in questo caso, domande su domande. Com’era avvenuto? Forse i genitori si erano trasferiti e quindi giocoforza avevano dovuto scegliere questa nuova scuola? Oppure era andata diversamente? Ricordo il cognome, Piccione; divenne un affermato professionista.

E che dire dell’idea che qualche volta passava in testa ad un altro nostro insegnante. Il registro conteneva tutto di quella classe numerosa. Quanti eravamo? Venticinque, trenta, forse di più, ma allora nessuno ci faceva caso. E, dunque, scoprendo che un nostro compagno mancava da giorni e giorni perché malato, come un medico ne seguiva l’evoluzione, chiedendo notizie a chi normalmente lo frequentava. Poi, un bel giorno (per noi!), quando era convalescente, si decideva di andare a fargli visita. L’intera classe. Proprio così! Ricordo un paio di casi, di amichetti che abitavano in campagna; una casa con terreno attorno. Per raggiungerla, una lunga passeggiata. Lì soprattutto giocavamo e la famiglia del ragazzo ci offriva biscotti e caramelle. Un’esperienza incredibile! Non so dire se l’insegnante decideva di testa sua o chiedeva lumi al suo capo, al Direttore. Sia come sia, la cosa era stupefacente, per noi la giornata era una vera vacanza e trascorreva con grande piacevolezza, poiché c’è da dire che quando si rientrava in classe, mancava poi poco tempo per tornare a casa.

 

 

 

 

Non mancarono i casi curiosi. Per noi, piccoli com’eravamo, avere buoni voti era sempre ugualmente importante e per quanto piccoli bisognava dare conto a casa. C’era sempre qualcuno che chiedeva com’era andata. Quell’anno (qui siamo alla terza elementare, con altro insegnante), andò bene davvero. Perché ogni volta  presentavamo il compito con un bel nove in pagella! Possibile che ti mettano sempre nove? – dissero a casa. Ma non si trattava del voto, più semplicemente della firma dell’insegnante (quella volta di nome Mea), che riproduceva quasi perfettamente quel numero. Uno scarabocchio, una sorta di nove, al posto della sua firma. Se l’avesse saputo avrebbe meglio ritoccato quel segno.  Noi ci guardammo bene dal farglielo notare.

Eppoi, resiste a tutt’oggi quella vecchia storia del diverso metodo educativo e, per tutti, importanti nomi da mandare a memoria  (Maria Montessori, don Milani il maestro di Barbiana). Come bisogna insegnare, cosa studiare, come comportarsi con i piccoli studenti. Ogni maestro elementare ha avuto il suo metodo. Nel nostro caso, il bravissimo maestro Sanasi era pure molto severo ma bisogna anche dire che tanti genitori ad inizio d’anno chiedevano che il loro figlio fosse iscritto nella sua classe. Un chiaro apprezzamento. Tanto bravo quanto severo dunque, con  una gran bella classe dove i ragazzi apprendevano con profitto. Tante poesie a memoria e poi tanta geografia, il nostro forte, materia pressoché sparita dai programmi scolastici.

Le Regioni le avevamo in pugno, da nord a sud. Noi imbattibili, con tutte le province. Un po’ a cantilena. Quelle della Lombardia? Milano! (bisognava aggiungere: capoluogo!), poi Bergamo e Brescia, Como e Cremona, Mantova, Pavia Sondrio e Varese. Qualcun’altra? Prendiamo la Toscana: Firenze (capoluogo!) Arezzo e Grosseto, Livorno, Lucca Massa e Carrara, Pisa Pistoia e Siena. Oggi, quanti tra piccoli e grandi… saprebbero recitarlo?  La stessa cosa per catene montuose, fiumi e laghi, senza cadere nel tranello di dire che il più grande è il lago Maggiore. Eppoi, gare di aritmetica. Le tabelline sino all’otto, nove, dieci (quest’ultima, facilissima). Ma c’era anche chi si cimentava con l’11,12, sino al 15, meno facile.

 Le “storie” erano quelle che più ci affascinavano. Raccontate a puntate, come fu con “Le avventure di Robinson Crusoe” di Daniel Defoe, marinaio inglese che visse solitario per 28 anni su un’isola deserta del Venezuela, assistito dal suo schiavo “Venerdì”, salvato dai cannibali. Erano tante le avventurose situazioni in cui Robinson Crusoe si era cacciato! Tutto ciò il nostro insegnante ci raccontava e noi piccoli studenti stavamo a bocca aperta per il fascino di quel racconto. Durante la lettura, tutto avveniva in un silenzio assoluto; più che essere imposto dal nostro bravo e severo maestro, eravamo noi a rispettarlo, affascinati da quelle storie.

Ma si diceva del “metodo” educativo e qui, davvero, bisogna riconoscere che  il nostro maestro  era  tutto impegnato alla nostra formazione, anche a costo di  qualche misura correttiva nei casi in cui eravamo discoli, commettevamo qualche marachella. Si trattava delle “palmate” che ci toccavano, la punizione corporale. Termine che è necessario esplicitare, tanto sono lontane nel tempo e non più praticate. Si trattava di “bacchettate” (più facile?) sul palmo della mano destra ( anche della sinistra se erano in buon numero!), con una riga di legno che l’insegnante si procurava ad inizio d’anno. In che modo?

Il primo ( o il secondo) giorno di scuola l’insegnante faceva la canonica domanda: “chi di voi ha il papà falegname?”. Ad alzarsi erano un buon numero. Tanti allora i falegnami, ma anche arrotini, calzolai, fabbri.

Oggi, anche difficile trovarne uno disponibile. A questo punto, il maestro chiedeva che gli si portasse una riga di faggio (ci chiedemmo il perché! Poi si venne a sapere che il faggio dava un legname molto robusto), indicandone anche la lunghezza. E quel falegname, papà del nostro amichetto, era certo che si prodigasse, per non fare una …brutta figura ( a parte il fatto che sapeva a cosa sarebbe servita).

Un po’ di palmate per essere stati distratti o aver giocato durante la lezione, altrettante per non aver rispettato lo “sciogliete le righe!”, che veniva indicato dal capo-classe (allora!) all’uscita dall’aula al termine delle lezioni. Questo era il suo metodo, ma tutti potevano giurare che la cosa funzionava. Non c’è mai stato un genitore che se ne sia lamentato, né che quei ragazzi che avevano subito la punizione abbiano poi avuto danni… psicologici. Oggi, probabilmente, un genitore che sapesse di una cosa del genere (figurarsi, anche per molto meno, non certo le palmate di cui si parla, ma! “semplicemente” una forte sgridata), probabilmente affronterebbe l’insegnante a muro duro, anche a picchiarlo,  se non andando  direttamente dai Carabinieri a sporgere denuncia.

Una distanza siderale tra ieri e oggi. Per la cronaca, e per non pensare che il nostro bravo maestro si fosse inventato tutto, la riga non era di solo suo appannaggio. Qualche altro insegnante ce l’aveva in dotazione.  Nel giro di pochi anni cadde giustamente in disuso.

E dunque, fatto recente e sempre proveniente dalla cittadina del nostro maestro. Dai Carabinieri ci sono andati davvero i genitori di tre piccoli studenti, accusando l’insegnante-donna, una stimata professionista “che non ha mai fatto male a nessuno” (tra l’altro, nella circostanza, copriva il “buco” orario di una collega), di aver usato metodi correttivi violenti. E da lì al Pronto Soccorso per avvalorare il danno fisico procurato. Che, secondo l’accusa (cioè i genitori, con i loro solerti avvocati) sarebbe consistito in una “presa per i capelli” (verificando anche, a seguito di …ispezione, che ne mancasse qualcuno dal cuoio capelluto).

L’altro … grave addebito riguardava il fatto che avesse dato uno scappellotto a un bambino irrequieto e l’avesse “spaventato” con le sue grida. Com’è andata a finire? Primo: sospensione dell’insegnante per alcuni mesi e dimezzamento dello stipendio; secondo: richiesta di danni delle parti offese per centinaia di migliaia di euro. Si ripete, per non pensare che si tratti di refuso: centinaia di migliaia di euro! Un’enormità.  C’è un processo d’appello. Si vedrà. Obiettivamente, non è un bel finire con questa storia. É giusto non fare prediche, né dare giudizi moraleggianti ma, per quanto detto, c’è la reale sensazione di esserci calati in un mondo irriconoscibile.

 

Luigi NanniPubblicista

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