Dominium Dei, Inquisizione due gesuiti e due delitti. Romanzo thriller di Ivo Mej, al suo esordio narrativo

Cultura

Roma, anno 2030: nel silenzio della sala di lettura della Biblioteca Gregoriana, la testa di un sacerdote della Compagnia di Gesù viene trapassata da un gancio da macellaio.   Lisbona, anno 1761: l’Inquisizione ormai agli sgoccioli condanna a morte padre Gabriele Malagrida, gesuita la cui visione viene scambiata per eresia, il suo corpo finisce arso in cenere e il cuore, secondo leggenda, recuperato intatto e conservato da una dama come reliquia.

Corre lungo tre secoli e su due piani paralleli, tra un passato di conversioni ottenute col ferro e col fuoco e un futuro di intrighi, il filo della storia raccontata da Ivo Mej – giornalista, conduttore televisivo e saggista al suo romanzo di esordio. Già il titolo “Dominium Dei” (pubblicato da Male Edizioni) racchiude un taglio politico, strategico ed economico: nel nome divino la Chiesa ha sempre amministrato oltre al potere beni terreni, il cui valore ha più volte suscitato contese. Ed ha acceso infinite fantasie di tesori accumulati – oro, metalli rari, sete finissime, pietre preziose – e oculatamente investiti. In fondo, c’è molto anche nella copertina del libro: la bianca, stilizzata, Cupola di San Pietro macchiata di sangue nella notte più nera del Tribunale della Santa Inquisizione.

Ad indagare sul crudele quanto inspiegabile delitto capitolino è un bizzarro trio che l’autore stesso – ateo che ha studiato dai gesuiti al liceo Massimo, folgorato dalla Storia grazie allo stesso insegnante di Mario Draghi – ha tratteggiato ispirandosi ad una sorta di trinità in versione romanzesca: John Marlon, gesuita geniale e sovrappeso, personaggio a metà tra Nero Wolfe e il Guglielmo di Baskerville del “Nome della Rosa”e; Michele Rondine, l’atletico e scorbutico Padre Sovrastante, ovvero un gendarme vaticano;  l’ambigua principessa Isabella Colonna – avvocato d’affari e proprietaria del giardino di Montecavallo dove sorgeva l’antico tempio di Serapide dio del sole e degli abissi, di cui restano i passaggi segreti, donna pragmatica e amante del lusso.

Così come Papa Ignazio I, l’uomo in clergyman e con gli occhi ardenti che tirerà le fila dell’inchiesta riservatissima è (anche) un businessman, un capo pronto a interpretare le regole ecclesiastiche a seconda del contesto, un Pontefice che all’equilibrio aggiunge un certo sangue freddo. Attenzione però: il romanzo di Mej insegue più “La cattedrale del mare” di Ildefonso Falcones che le avventure di James Bond: è complesso, storicamente documentato, meticoloso nel susseguirsi delle tappe, intrigante.

Inseguendo l’ignoto assassino – unica traccia: una donna in tailleur con tacchi a stiletto che spinge una culla – il trio finirà per ripercorrere, attraverso antichi documenti e libri rari, sigilli autentici e cifrari, vecchie cospirazioni e nuovi giuramenti di fedeltà, le vicende dell’Ordine di Sant’Ignazio di Loyola nel Nuovo Mondo, alle prese con indigeni da convertire e un continente da scoprire.

Una lunga caccia al tesoro, alla ricerca della chiave per risolvere l’enigma in corsa contro il tempo contro un inafferrabile sicario. In ossequio al primato della ragione pura teorizzato da Sherlock Holmes: eliminato l’impossibile, l’improbabile diventa la verità.

 

Federica FantozziGiornalista

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