Una festa della memoria. Il libro di racconti di Flavia Pankiewicz

Sette narrazioni in cui l’io narrante è quasi sempre una donna

I sette racconti sono di varia lunghezza: dal più breve, appena tre- quattro pagine al più lungo, 26 pagine, che è in nuce un piccolo romanzo, un gomitolo che si dipana per la durata di una vita, dai sogni di ragazza, di madre, di nonna fino al buio della mente e della memoria, causata da quella che oggi è forse la più terribile malattia del nostro tempo.

Molte sono le cose che colpiscono leggendo il libro di Flavia Pankiewicz, pubblicato dalla Casa editrice Milella, guidata da Emanuele Augieri.

 

 

 

 

Anzitutto la chiarezza, la scioltezza, la piacevolezza della scrittura. L’autrice è un’affermata giornalista, ma qui siamo oltre la scrittura giornalistica, che per sua natura è quasi sempre d’occasione, legata alla contingenza degli aventi. E quindi un conto è scrivere un articolo, un altro è scrivere un racconto che duri oltre il tempo della lettura.

Flavia Pankiewicz ha il dono della misura del racconto. Del racconto anche breve. Fissare con efficacia e stile una situazione, un carattere, un’idea in pochi tratti è operazione complicata. Lo è in parallelo anche nel mondo del giornalismo, dove è più facile scrivere 50 righe che 20 per dire le stesse cose.  Richiede una operazione di condensazione, di scelta e ricchezza lessicale, di sintesi, di solidificazione. Queste capacità l’autrice le mette in opera nei suoi racconti con risultati lodevoli. Come nel brano, premiato, ma non è il solo, in cui la storia ha come scenario il borgo di Cisternino, in provincia di Brindisi, uno dei più belli d’Italia.

La memoria, il riportare in vita ricordi, situazioni e figure del passato sembra la prevalente cifra stilistica, ma non si riduce mai a una operazione di pura nostalgia e di rimpianto, e non mancano notazioni critiche a usi e costumi di oggi della società leccese.

La tecnica narrativa è quella del flash back e delle madeleines proustiane: basta un ricordo, uno spunto, una immagine per accendere la memoria, avviare un meccanismo di ricostruzione e di ravvivamento di quelle che potevano sembrare sparse e morte memorie.

La scrittura di Pankiewicz ha il dono della velocità, grazie al frequente uso di frasi ellittiche, spesso senza verbi, secondo la migliore tradizione della poesia ermetica. E così, per esempio, nel racconto “Lo specchio di Venere”, a Pantelleria, dove la protagonista si rifugia, e dal cui osservatorio la sua vita quotidiana con le amarezze legate al lavoro sembra ormai un passato lontano anni luce. Per darci un’idea del paesaggio la protagonista fa quasi un elenco di emozioni, di stati d’animo, enunciati più che descritti. In letteratura, si domandò Georgy Lukacs, c’è sempre l’eterno dilemma: narrare o descrivere? Facciamo qualche esempio, a questo proposito: “Ritornare al tramonto stanchi come taglialegna, risorgere attorno a una tavola di cibo e vino siciliano”.

Un fraseggio ellittico che mi ricorda il montaliano “e andando nel sole che abbaglia/ sentire con triste meraviglia/ cos’è tutta la vita e il suo travaglio/ in questo seguitare una muraglia/ che ha in cime cocci aguzzi di bottiglia”.

Altrove è forse il racconto più filosofico: stare chiusi in casa al tempo della pandemia, senza contatti e senza poter uscire, isolati dal mondo. La ricerca di un altrove, delle proprie radici parte da un gesto che si rivela propiziatorio e salvifico: la protagonista comincia a sfogliare un album di foto, che di solito teniamo in uno scaffale e ce ne dimentichiamo per anni.  Spesso nei racconti di Flavia Pankiewicz la foto diventa uno spunto, una occasione per ricordare, per ritrovarsi. Cosa che avviene durante lo straniamento vissuto durante il covid, costretti a isolarsi dal mondo, a non capire il proprio ancoraggio e il proprio “centro”, il baricentro della propria vita.

E la protagonista alla fine, scorrendo l’album foto per foto, trova che l’altrove che si interrogava dove e cosa fosse è la sua famiglia, i fratelli, perduti di vista e lontani. La sua famiglia era stata sempre per lei il suo ancoraggio. Questa la scoperta consapevole e rassicurante, che ora emerge con forza alla luce della coscienza. L’altrove, insomma, era in se stessa e nel suo mondo.

C’’è poi un racconto in cui la protagonista vive una sua personale sindrome di Stendhal nella reggia di Venaria Reale, complice una installazione che ha il suggestivo titolo “dove le stelle si avvicinano di una spanna in più”.

Ma c’è un altro brano narrativo dove un’altra donna ( l’autrice stessa?) ci parla dei luoghi dell’anima,  dell’infanzia e fanciullezza vissute ai tempi delle vacanze estive sulle spiagge della Romagna, che anche in queste pagine resta la pascoliana Romagna solatia dolce Paese, già negli anni Cinquanta con la sua formidabile attrezzatura balneare, da cui le spiagge salentine erano lontane anni luce. Per offerta di servizi e mentalità d’accoglienza.

Periodo indimenticabile: “su un tappeto di seta scivolavano le nostre vacanze. Le belle serate in cui tutta la famiglia passeggiava sul lungomare. “Una semplice passeggiata racchiudeva il mondo”.  Qui l’autrice è particolarmente ispirata: “il senso di eternità di certi episodi della vita è inspiegabile”.

Dal ricordo al graffio sull’attualità: “Non lo sapevo (perché era ancora ragazzina, NdR)) ma quello era un esempio di gestione intelligente e professionale del territorio, di natura rispettata ma “addomesticata”. Molto diversa dalla natura “selvaggia” che avrei amato profondamente più avanti negli anni”.

Poi c’è l’amarcord – visto che si tratta di viaggi verso la Romagna – dei treni d’antan con i loro scompartimenti, e i passeggeri seduti di fronte come nei salottini, intenti a intrecciare conversazioni, a coltivare contatti e amicizie. Nulla di paragonabile ai treni di oggi dove i viaggiatori sono chini su cellulari e computer, come monadi insulari.

Non mancano notazioni sull’ambiente leccese, dove è chiaramente ambientato il racconto “ruoli”,  e dove l’io narrante è un dongiovanni di provincia plurifidanzato in amorosi commerci con mammifere di lusso del mondo delle professioni. Uno squarcio di costume dipinto con bravura narrativa, dove non mancano i tratti umoristici e a volte grotteschi. Un racconto che non si sottrae però al rischio di sembrare più un apologo, una parata più rappresentativa che reale, non fosse altro per un motivo statistico: in questo racconto le donne sono sempre al top della bellezza, del fascino, dell’avvenenza.  Perciò mi è parso più un racconto “a tesi” per dipingere un ambiente sociale, quello leccese, e quindi ha qualche difetto di inverosimiglianza.

In ogni caso, lo sguardo dell’autrice non è  di solito moralistico ma descrittivo, fino allo sberleffo di usi e costumi: le signore leccesi che consumano il gelato “con il mignolo verso l’alto” ( “via il mignolo” prescrive il conte Max , Vittorio De Sica, al giornalaio Alberto Sordi desideroso di imparare le buone maniere per meglio figurare in società). Oppure la conquista dei primi pantaloni, concessi alla protagonista di un racconto, ma da indossare uscendo di casa solo in compagnia del fratello.

La nostalgia, senza voler essere passatista, diventa pungente a volte guardando al tempo di oggi: “in quegli anni – osserva la protagonista – c’era come una certezza granitica – e fallace – che tutto quello che stavamo vivendo sarebbe andato avanti all’infinito”. Insomma le magnifiche sorti e progressive erano il nostro credo. Oggi danziamo sull’orlo dell’abisso, tra echi di pandemia e rischio di terza guerra mondiale. Con l’incubo  – aggiunge – di  dover quasi accettare un futuro sempre più delegato alle macchine, sempre meno umano, sempre più virtuale, sempre meno reale.

E a proposito di macchina, contro questa prospettiva, la salvezza per la protagonista , che immagino rispecchi il pensiero dell’autrice, per le chiare venature autobiografiche del racconto, sembra il rifugio nella macchina del tempo: ritornare a quella estate in cui tutte le persone care erano vive e si era sempre insieme.

Il racconto sull’estate in Romagna è forse quello che rispecchia la filosofia di vita dell’autrice, insieme con l’ultimo racconto Lei, che dà il titolo alla raccolta, e mostra con maggiore evidenza la cifra stilistica e diciamo pure la poetica dell’autrice, attraverso i personaggi dei racconti. La protagonista del racconto – Lei – si chiama Anna.  La sua vita, dai tempi della guerra a Napoli, fino al matrimonio a Lecce con un ufficiale polacco, è raccontata con grande forza espressiva, non priva di accenti elegiaci, nella sua condizione di madre realizzata nella famiglia, di nonna adorata dai nipoti,  soprattutto di guida e di centro del gruppo familiare. Infine preda di un  “decadimento cognitivo” ( “non usi mai la parola Alzheimer”, intima il medico alla figlia). Dicevamo,  un romanzo quasi in miniatura, la parabola di una vita, di una grande donna, spentasi nella solitudine di una di quelle strutture ospitanti e stranianti che ospitano questo tipo di malati:  Anna muore e in quel momento supremo e fatale  non c’è nessuno accanto a lei.

Ma c’è un grande interrogativo, posto dall’autrice: cosa resta?

Nel Dottor Zivago la madre della sua fidanzata, che si chiama Anna, come la protagonista di questo racconto, è morente e chiama al suo capezzale la figlia Tonia e Zivago. Anna Ivanovna piange: teme l’oblio dopo che non ci sarà più. Zivago, che è medico ma ha anche l’anima di un poeta, le dice: “Ma no! negli altri sei vissuta, negli altri resterai”. Dandole con queste parole quasi  un sigillo di immortalità,  di immortalità nel senso umano, si capisce.

La forza dei ricordi è uno dei pregi di questo libro di Flavia Pankiewicz , è l’anima circolare di quasi tutti i racconti. “I ricordi – ha detto lo scrittore americano Arthur Miller- sono la nostra fortuna: c’è in loro tutta la bellezza del mondo. Odio il pensiero di perderli, di lasciarli svanire”. Analogamente Josif Bordskij: “L’unico strumento di cui l’essere umano disponga per cercare di tener testa al tempo è la memoria”.

 

Simone Massaccesi Redattore

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