Il giudice e la sua coscienza: il compromesso di Chilone di Sparta

Un dotto articolo su giustizia e amicizia, sul tormento del giudice nel momento della decisione. L’episodio di Chilone, di sorprendente attualità, dimostra "quanto sia sdrucciolevole e accidentata per un giudice la strada del compromesso con la propria coscienza".

Un giudice nel suo lavoro deve applicare rigidamente le leggi del suo Stato. Può capitare tuttavia che motivi di opportunità lo inducano, secondo il così detto criterio della discrezionalità del giudice, ad un’applicazione meno rigida, vale a dire a infliggere il minimo della pena prevista per un determinato reato.

Per esempio, nel momento in cui deve stabilire una pena per un giovane che si è macchiato di una grave colpa, egli tiene conto della sua giovane età, disponendo una condanna che non sia pari alla gravità della colpa, per non togliere al condannato la possibilità di redimersi e salvare una parte della propria esistenza. Naturalmente l’atteggiamento di clemenza non deve mai essere dettato da interessi personali del giudice, che deve sempre mantenersi nell’àmbito della propria deontologia morale e professionale: discrezionalità non significa parzialità.

Gli antichi Greci si posero il problema del limite della discrezionalità dell’operato di un giudice. Lo dimostra un episodio della vita di Chilone di Sparta, legislatore vissuto nel VI sec. a.C. Era uno dei Sette Sapienti, un gruppo di intellettuali, pensatori, letterati che rappresentavano il massimo della cultura e della saggezza greca. Il filosofo Platone (V-IV sec. a.C.) nel Protagora 343 A ce ne tramanda l’elenco più antico, così composto: Talete di Mileto, Pittaco di Minene, Biante di Priene, Solone di Atene, Cleobulo di Lindo, Misone Cheneo, Chilone di Sparta.

In testimonianze posteriori l’elenco cambia e si accresce variamente, fino a comprendere ventidue nomi, ma Chilone ne fece sempre parte.

Di lui ci parla Diogene Laerzio (II-III sec. d.C.) nel primo libro della sua opera Vite dei filosofi (I 68-72), dal quale apprendiamo che, tra l’altro, fu autore di un’elegia di duecento versi e autore di una riforma legislativa nella sua Sparta, secondo la quale a coloro che ricoprivano la carica di efori (una magistratura che conferiva un grande potere politico e militare) veniva concessa una posizione accanto ai re.

Fu molto stimato dai suoi concittadini che alla sua morte gli dedicarono una statua su cui era scritto che per sapienza egli fu il primo dei Sette Sapienti. Dell’episodio più importante della sua vita riferiscono sinteticamente lo stesso Diogene Laerzio e più estesamente lo scrittore e giurista latino Aulo Gellio (II sec. d.C.) nel I libro (III 3, 3-31) della sua opera Le notti attiche, così intitolata perché l’autore cominciò a scriverla da giovane nelle fredde notti trascorse in Attica, dove ebbe modo di fare la conoscenza di famosi intellettuali e letterati del suo tempo e raccogliere una miriade di aneddoti, episodi, conversazioni e citazioni che poi rifluisce in questo suo scritto. Egli scrive di avere letto dell’episodio capitato a Chilone nelle biografie dedicate alle gesta degli uomini illustri.

Giunto al alla fine della sua vita, quando ormai la morte sta per coglierlo, Chilone agli amici che gli stanno intorno dice che le cose che ha dette e fatte nel corso della sua lunga esistenza sono state in gran parte giuste; ha però il dubbio di aver commesso in un’occasione un’ingiustizia e il ricordo di quella circostanza lo affligge rinnovandogli il medesimo dubbio.

Egli racconta che fu chiamato insieme ad altre due persone a giudicare un uomo macchiatosi di una colpa gravissima, che era anche suo amico. Il caso appariva incerto e secondo la legge per condannarlo occorrevano due voti su tre. Chilone era in grandi ambasce: l’uomo era chiaramente colpevole ma era anche suo amico; nel segreto della sua coscienza scelse allora questa soluzione: espresse voto di condanna ma convinse gli altri due giudici ad assolvere l’imputato. In questo modo ritenne di avere salvato il suo dovere di giudice e quello dell’amicizia. Ma, ammette Chilone, quella soluzione, non immune da colpevole perfidia, lo amareggiò e lo amareggia tuttora, dal momento che nella medesima occasione e nello stesso tempo fece il bene per sé e per l’amico, ma convinse gli altri a commettere un’azione ingiusta e disonesta.

Perché Gellio ricorda l’episodio di Chilone? Come scrive lo stesso giurista latino il problema del limite entro il quale ci si può spingere nel violare il giusto in nome dell’amicizia fu trattato da molti filosofi.

Gellio ricorda infatti che l’avrebbero affrontato distesamente Teofrasto, successore di Aristotele alla guida del Liceo (IV-III sec. a.C.), nel suo trattato Sull’amicizia e sulla sua scia Marco Tullio Cicerone (I sec. a.C.) neldialogo Lelio o l’amicizia; ma mentre l’analisi di Teofrasto è stata  particolarmente accurata, quella di Cicerone si è rivelata superficiale e frettolosa, essendosi egli soffermato sulla questione in generale, senza scendere, a differenza di Teofrasto, sui particolari; per Cicerone, prosegue Gellio, quando gli amici siano irreprensibili sul piano morale, è giusto e doveroso che essi abbiano in comune ogni cosa: sostanze, decisioni, desideri; anzi per  assecondare desideri non giusti di un amico oppure per salvargli la vita o la reputazione è lecito anche commettere ingiustizia, purché non ne segua un grandissimo disonore: l’amicizia, per Cicerone, va rispettata entro un certo limite.

Gellio rimprovera Cicerone di non avere specificato aspetti importanti, che secondo lui devono essere ben chiari e definiti, come per esempio: quanto grande deve essere il disonore che può indurre a non aiutare un amico? E, una volta che si è violato il giusto, fino a che punto si può spingere questa violazione? In che misura, in quale occasione e fino a che punto per un amico si può deviare dalla retta via? Gellio a questo proposito ricorda come lo statista ateniese Pericle (V sec. a.C.), uomo di grande intelligenza e cultura, avesse ben chiare le idee, quando a un amico che gli chiedeva di giurare il falso per suo vantaggio e discolpa, oppose un rifiuto, sostenendo che gli amici si devono aiutare ma nel rispetto degli dei.

Tornando a Teofrasto, Gellio rileva che nemmeno lui analizza i casi uno per uno ma si avvale di argomenti generali, sostenendo tra l’altro che è ammissibile macchiarsi di moderate e lievi disonestà e infamie se con esse si può procurare vantaggio a un amico: il danno dell’onestà violata viene ripagato da un’onestà più grande, consistente nell’ avere aiutato tu un amico.

Per Teofrasto, osserva ancora Gellio, nel caso in cui il vantaggio dell’amico e la nostra onorabilità hanno un peso uguale o poco differente, senza dubbio deve prevalere l’onorabilità, ma se il vantaggio dell’amico è più grande e importante e il danno della nostra onorabilità è modesto allora “quello che è utile per l’amico è più sostanzioso di quello che è onorevole per noi, allo stesso modo che un grosso peso di bronzo è più prezioso di una piccola lamina d’oro”.

 Per Teofrasto, comunque, non ci sono regole fisse che possano disciplinare il nostro comportamento in tale materia, dal momento che i casi variano di volta in volta, dipendendo da tanti fattori. Gellio apprezza sia la cautela con la quale Teofrasto ha espresso le sue considerazioni sia il fatto che il filosofo è spinto più dal bisogno di analizzare e di distinguere che dal desiderio di trovare soluzioni: non esiste per Teofrasto e per Gellio una soluzione valida per tutti i casi.

Il relativismo filosofico di Teofrasto è il relativismo giuridico di Gellio, il quale fu giudice in alcuni iudicia privati e certamente considera importanti le conoscenze tecniche della giurisprudenza, anche per le sue ricerche sulla lingua e la letteratura, ma diffida delle logiche del diritto che spesso si riducono ad aspetti puramente formali e come tali agevolmente aggirabili. È l’opinione di un giurista del II sec. d.C., ma potrebbe essere quella di un giurista contemporaneo.

In conclusione l’episodio di Chilone dimostra quanto sia sdrucciolevole e accidentata per un giudice la strada del compromesso con la propria coscienza.

 

Mario Capasso – Professore emerito di Papirologia. Direttore della missione archeologica in Egitto. Autore di saggi scientifici e di romanzi ambientati nel mondo della papirologia, che hanno protagonista ed eponimo il Dr.  Cavendish, un investigatore a caccia di falsi e di testi perduti. L’ultimo volume della serie, appena pubblicato dall’editore Kurumuni: Il Dr Cavendish e le opere perdute di Euripide

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