“Figli” e “nipotini” del populismo economico

Alla vigilia della legge di bilancio il nostro Paese si trova per l’ennesima volta in forte difficoltà nel trovare le risorse da destinare alla manovra finanziaria, anche per via degli effetti devastanti dal punto di vista economico dei numerosi bonus che da anni continuano ad essere lo strumento populista di gran parte della classe politica italiana, di ieri e di oggi, per ottenere facili consensi.

Da un po’ di tempo su queste colonne sto cercando di porre l’attenzione sull’efficacia di alcune misure che la classe politica attua per rispondere ad alcuni casi di cronaca. Misure che troppo spesso risultano efficaci più per assecondare l’ondata emotiva dell’opinione pubblica e, di conseguenza, per ottenere consenso, che per porre un freno a determinati reati (femminicidi, incidenti stradali, violenze sessuali ecc.).

Questo riflesso pavloviano di introdurre reati e di inasprire le pene, in un contesto ormai di permanent campaign (così definita per la prima volta dal giornalista ed ex consigliere di Bill Clinton, Sidney Blumenthal negli anni ’80) lo abbiamo definito populismo penale, branca di quell’ormai troppo frequente modo di intendere la politica, ossia esclusivamente attraverso apparenti regali e soddisfacimenti nei confronti del popolo senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze e degli effetti che quelle misure possono a lungo termine avere.

Ecco perché oggi, mentre il nostro Governo lotta per trovare in ogni modo risorse per la prossima legge di bilancio, voglio porre l’attenzione su un’altra branca del populismo, quella che riguarda le misure economiche populiste, in grado di far danni enormi per le casse del Paese. A differenza però, di quello penale, in cui con l’inasprimento delle pene e l’introduzione di nuovi reati si cerca inutilmente di ridurre il crimine e riformare la giustizia, il populismo economico è ancora più dannoso e la situazione finanziaria del nostro Paese, con la difficoltà di trovare i soldi disponibili per la prossima Finanziaria, ne è l’evidente dimostrazione.

 Infatti, se anche la manovra di bilancio di quest’anno risulterà con il freno a mano tirato lo si deve anche ai bonus e alle manovre economiche che continuamente vengono attuate con il solo l’obiettivo di ottenere facili consensi e senza la dovuta preoccupazione di considerarne le conseguenze. Premettendo che questa tecnica “clientelare” non è assolutamente figlia della Seconda Repubblica (si potrebbe aprire un capitolo enorme su uno dei più grandi esempi di populismo economico, le baby pensioni, introdotte dal governo Rumor nel 1973 che permisero a centinaia di migliaia di dipendenti statali di andare in pensione in media intorno ai 40 anni di età, e in alcuni casi anche prima, aiutando la DC a non perdere voti nei confronti del PCI in quel periodo in forte crescita), ancor oggi, nonostante il debito pubblico continui a crescere (secondo le ultime stime della Banca d’Italia siamo arrivati a 2859 miliardi di euro), non si riesce a porre fine alle regalie di Stato.

Regali che ogni anno tolgono risorse ed impediscono l’attuazione di manovre che possano realmente risollevare il nostro Paese, come un taglio secco al costo del lavoro (riduzione del cuneo fiscale e contributivo), che oggi rappresenta uno dei principali ostacoli alla creazione di nuova occupazione e alla competitività delle nostre imprese attraendo investimenti e dunque lavorando sulla produttività.

L’elenco delle misure figlie di questo crescente populismo economico, che negli ultimi anni ha dominato la politica italiana affossando i conti e non generando alcun beneficio, è lunghissimo. Partiamo dalla misura populista per eccellenza come il reddito di cittadinanza nato per abolire la povertà e per reintrodurre centinaia di migliaia di cittadini nel mondo del lavoro attraverso l’aiuto dei navigator, risultato invece un totale fallimento, oltre ad aver dato vita a clamorose truffe (frodi per 506 milioni di euro). Oggi, il governo Meloni ha deciso di eliminare (in parte sostituire) il Reddito di cittadinanza, ma i danni alle casse dello Stato sono stati evidenti senza che si sia neanche lontanamente raggiunto l’utopico obiettivo sbandierato dal Movimento 5 Stelle di abolire la povertà.

Un’altra misura che si è dimostrata una sciagura dal punto di vista economico, di cui ultimamente si è tanto discusso, è sicuramente il Superbonus, il quale, oltre ai venti miliardi già spesi, costerà allo Stato almeno altri 80 miliardi sino al 2026, per un totale che sarà sicuramente superiore ai 100 miliardi, di cui almeno 13 sono risultati sin ora frodi. Per quella che molti hanno definito “la più grave truffa della storia della Repubblica”, sono emblematiche le parole pronunciate a Cernobbio durante il Forum Ambrosetti dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che concluse il suo intervento, riferendosi al Superbonus e ai suoi effetti, con queste parole: “La cena l’han già mangiata tutti, si sono alzati, e a noi resta da pagare il conto”.

Questa misura (all’interno della quale mettiamo dentro i vari bonus edilizi come la ristrutturazione al 36% e poi al 50%, l’ecobonus al 65% ed il bonus facciata al 90%), non meno populista rispetto al reddito di cittadinanza (sostenuta da tutti i partiti, anche quelli all’epoca all’opposizione ed oggi al governo) era nata inizialmente per coniugare uno sviluppo sostenibile dell’edilizia riqualificando l’esistente rilanciando al contempo un settore che cresceva pochissimo, attraverso quella che poi si è verificata come una sciagura, ossia l’idea di un credito d’imposta che superasse il 100% del valore della ristrutturazione.

Oltre alla devastazione dei conti del nostro Paese, che vedrà anche per questo motivo decisamente limitata la manovra di bilancio non solo di quest’anno ma almeno dei prossimi quattro, questo ennesimo figlio del populismo economico non ha portato nemmeno i benefici sperati a livello di efficientamento energetico, comportando modestissimi effetti positivi sul piano della riduzione delle emissioni di CO2.

Purtroppo, a queste misure dobbiamo aggiungere ulteriori bizzarri bonus che nel corso di questi ultimi anni hanno rappresentato un peso per i conti italiani senza avere un minimo ritorno. Ricordiamo, infatti, tra i tanti, il bonus totalmente inutile ed insensato per l’acquisto di monopattini durante il Conte II o quello per l’acquisto della bici, per non parlare del famoso cashback. Tutte misure che di base possono anche avere un senso, ma come scritto tempo fa da Vittorio Macioce sul Giornale, “fanno parte di quella filosofia che, nascondendo al suo interno il sistema delle clientele, avvelena la democrazia, con il prezzo dei voti che finisce per appesantire il debito pubblico, senza al contempo offrire politiche di lungo periodo”.

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, un anno fa, in una delle prime conferenze stampa affermò che sarebbe presto finita l’era dei bonus utili solo alle campagne elettorali e per ottenere qualche voto. Un primo lavoro è stato fatto ponendo fine al Superbonus e (in parte) al reddito di cittadinanza, sicuramente i più gravosi figli del populismo economico partoriti fino ad oggi.

Speriamo adesso che l’attuale governo abbia il coraggio di compiere quell’ulteriore passo revocando una volta per tutte quei bonus inutili ancora presenti (sono ancora tanti, troppi), al fine di destinare le risorse per ottimizzare la spesa pubblica attraverso iniziative volte alla vera crescita del Paese, ponendo fine a quella politica populista in grado di realizzare meramente provvedimenti demagogici, poco coraggiosi e fortemente statalisti.

 

Francesco Spartà – Funzionario, giornalista pubblicista e Tutor Accademico presso Luiss Guido Carli

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