40 anni dal governo Craxi/interviste/ 6 / Gennaro Acquaviva
La mancanza di memoria condivisa, un danno provocato da Tangentopoli Craxi si batté sempre per la governabilità del sistema cercando di innovare

Pubblichiamo oggi l’intervista a Gennaro Acquaviva, che di Craxi fu stretto collaboratore, quale capo della segreteria politica e prezioso consigliere per i rapporti con il mondo cattolico e il Vaticano. Fu Acquaviva il discreto ambasciatore di Craxi nella operazione che portò alla revisione del Concordato. Senatore, un impegno politico e sociale cominciato nelle Acli,  fondatore del Movimento politico dei lavoratori, poi confluito nel Psi,  Acquaviva ora presiede la Fondazione per il socialismo. Sui temi oggetto dell’intervista e naturalmente su molti altri, la Fondazione ha costruito una ricerca storico-critica e di approfondimento, pubblicata nei dieci volumi raccolti nella collana Marsilio “Gli anni di Craxi”. Essi sono consultabili e scaricabili liberamente da chiunque dal sito della Fondazione alla pagina: https://www.fondazionesocialismo.it/collana-gli anni di Craxi

 

 

 

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Il 2023 sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi. Senatore Acquaviva,  che cosa resta di quell’esperienza di governo durato quattro anni?

Se la guardiamo dal punto di vista dell’opinione pubblica generica o generale, praticamente nulla. Qualche settimana fa Rai3 ha trasmesso un lungo documentario su una delle pochissime vicende su cui ancora si fa memoria dell’esperienza del Governo Craxi: quella di Sigonella. Ma anche per quel bel documentario, la sintetica discussione che c’è stata successivamente sui quotidiani e sui media era interessata più a guardarne la vicenda dal lato del thriller spionistico che da quello – preliminare e prevalente – della politica, della grande politica. Questa assenza di memoria su quell’esperienza di governo, che fu assai importante nella nostra storia repubblicana, ci segnala chiaramente quello che è oggi un elemento centrale della nostra crisi di Nazione evoluta e civile: la mancanza di una memoria condivisa. Questo danno nasce da Tangentopoli, in particolare da come quella vicenda centrale della nostra storia recente fu costruita, gestita, raccontata e propagandata più di trent’anni fa. Aver allora decapitato e soprattutto immiserito e sporcato tanta storia positiva della nostra politica, rappresentata in particolare dai partiti allora esistenti, ha prodotto un danno grave, su cui tutti siamo ancora oggi condannati a pagare dazio.

Spieghiamolo ai giovani che al tempo del governo Craxi non erano neanche nati: in che cosa consisteva la novità del governo Craxi? Quali i suoi punti qualificanti?

C’era ovviamente la novità “storica”: quella di un socialista che per la prima volta nella vita della Repubblica è a capo del governo. Ma c’è soprattutto il premio che viene così assegnato al tema centrale su cui Craxi aveva fondato la sua azione politica: che era quello di proporre idee e di agire concretamente per assicurare la governabilità del sistema. Oggi che siamo al centro del vortice dell’ingovernabilità strutturale possiamo capirne meglio il senso profondo della sua positività. Craxi rappresentò, allora, storicamente, per l’intero decennio 1976/87, l’ultimo serio tentativo di riportare il sistema italiano sotto il controllo e la guida di un governo responsabile. I problemi che egli lasciò aperti, come il debito pubblico, sono rimasti tali. Tra i punti qualificanti di quell’azione possiamo ricordare l’autorevolezza generale che la caratterizzò, allora riconosciuta da tutti; il grande ruolo internazionale, svolto in particolare in Europa e nel Mediterraneo; l’aver sostenuto, fortemente ed innovativamente, una grande fase di sviluppo economico e sociale già presente nel Paese, ma spesso non riconosciuta ed anche contrastata. Una battaglia, quest’ultima, combattuta a viso aperto e di fronte al popolo, come Craxi dimostrò guidando l’operazione vincente del referendum popolare sulla riforma della “scala mobile”.

Molti, ricordando il governo Craxi, si fermano a Sigonella, il punto più alto di affermazione della sovranità nazionale, che suscitò l’applauso alla Camera anche dei comunisti. Oltre Sigonella, che cosa andrebbe ricordato del governo Craxi?

C’è il tema generale della grande affidabilità e competenza: sia dei suoi membri che nelle modalità di lavoro. Quella compagine governativa – democristiani e socialisti, ma anche repubblicani e liberali – rappresentò allora, concretamente, il risultato positivo di decenni di buona formazione, di reale competenza, di straordinaria serietà nei comportamenti e nelle modalità di azione del personale politico di quel tempo. Ma non si trattò solo della compagine governativa, in collettiva o presa singolarmente e ben collocata alla guida dei Dicasteri maggiori. Quel governo era composto di un personale politico che aveva raggiunto la sua maturità negli anni difficili della “non governabilità”. Per questo essi erano quindi capaci di operare realmente per il miglioramento del sistema. E lo fecero seriamente, soprattutto sgombrando la fitta rete di ostacoli grandi e piccoli che anche allora impedivano uno sviluppo ordinato del “Sistema-Italia”, riuscendo a portarlo verso una indispensabile ed utilissima fase di modernizzazione.  Certo poi ci voleva uno come il “comandante” Craxi, ben seduto sul suo scranno di Presidente. Un personaggio che era si fin troppo temuto per la sua determinazione ed il suo carattere, ma di cui tutti conoscevano la capacità di decidere, e soprattutto di decidere bene e con equilibrio. Ad esempio: per chiudere bene e nell’interesse generale una vicenda come quella della riforma del Concordato con la Santa Sede, promessa da De Gasperi e Togliatti addirittura nel 1947, garantendo un buon risultato utile anche a tutte le altre Chiese.

Della Grande Riforma, che Craxi agitò come bandiera di rinnovamento dello Stato, quali proposte conservano una validità e attualità?  Che cosa andrebbe rilanciato?

Sulla “Grande Riforma” si è fatta spesso confusione. Craxi, nell’autunno del 1979, dopo aver provato a fare addirittura un governo poche settimane prima (tutto per merito di Pertini perché di suo egli aveva in mano solo il 9,8% dei voti elettorali), nell’articolo che appare sull’Avanti! il 28 settembre di quell’anno vuole rendere ben chiaro innanzitutto che per lui c’erano problemi che venivano prima della riscrittura delle regole. Questi problemi egli allora li sintetizzò nel richiamo insistito alla governabilità democratica, che dichiara essere arrivata ormai ad un punto di crisi altissima. Per questo, la “Grande Riforma” vuol dire per Craxi soprattutto “governabilità”, che lui denunciava allora essere in crisi profonda perché quasi indotta dalla crisi parallela dei due partiti dominanti: DC e PCI. Una constatazione ed una denuncia che, se volessimo azzardare un parallelo con l’oggi, potremmo ripetere, ma anche rilanciare e moltiplicare.

 

 

 

Per esempio la battaglia per la delegificazione, la polemica sul Parlamento che perdeva tempo a fare leggi sui molluschi eduli lamellibranchi o sulla eviscerazione degli animali da cortile, invece di far procedere con atti amministrativi? Il Parlamento continua in questo andazzo?

Sono tutte conseguenze indotte dalla crisi di cui ho detto prima. Noi abbiamo innanzitutto un problema di governabilità che è aggravato fortemente dalla miserevole condizione, umana e professionale, in cui è ridotta una parte assai consistente della odierna classe dirigente politica, costruita e motivata soprattutto perché nota in gran parte nel vuoto antipartito.

Il modus operandi del governo Craxi prevedeva riunioni preparatorie, in organismi istituiti ad hoc, come il consiglio di Gabinetto. Un metodo che poi è stato abbandonato. Sarebbe ancora valido?

Il Consiglio di Gabinetto ce lo inventammo noi, proprio in riferimento alla relativa fragilità del Presidente del Consiglio, rispetto alla sua maggioranza. La sua esistenza fu di grande utilità per Craxi perché ebbe, istituzionalmente, la possibilità di discutere e di agire insieme ai grandi leader presenti nella compagine ministeriale senza vincoli, ed alla pari. Se il livello del governo odierno oggi fosse alto, se si avvicinasse almeno un po’ a quello di allora, questo metodo potrebbe sicuramente essere ancora utilizzato con profitto.

Rapporti con Berlinguer: tra i due furono pessimi. Il segretario del Pci, invece di salutare la novità del primo presidente del Consiglio socialista, lo definì un pericolo per la democrazia. C’erano anche motivi caratteriali nei loro rapporti?

Fra Craxi e Berlinguer non c’erano pregiudizi caratteriali, come la “vulgata” prevalente continua ancora a raccontare. Erano entrambi politici di spessore e se quelli “di carattere” fossero esistiti realmente li avrebbero potuti facilmente superare. Avevano semplicemente una visione del mondo, e soprattutto della complessa realtà italiana – culturale, economica, sociale e politica –, profondamente diversa. Tra l’altro quella di Berlinguer partiva dalla ideologia e dal rapporto irrisolto con l’URSS ed anche per questi vincoli fortissimi tendeva a mettere da parte la realtà effettiva. Al contrario di Craxi che, ad esempio, scoprì la diffusione del localismo e della crescita prodigiosa dell’economia e della società italiana negli anni Settanta, perché ascoltò e dette retta alla descrizione dell’Italia fattagli da un non politico, che aveva però un naso assai fine per capire come stanno realmente le cose. Si trattava di Giuseppe De Rita e il suo Censis.

 

 

 

Come si potrebbe definire o descrivere lo stile di governo del presidente del Consiglio Craxi?

Aveva preliminarmente e concretamente davanti ai suoi occhi la condizione reale del suo Governo e quindi della sua leadership, rispetto alla forza parlamentare che rappresentava. Questo lo portava ad agire con una prudenza serenamente costante. Un atteggiamento però che con grande facilità e tempismo era in grado di mettere da parte, con intelligenza e saggezza, quando si trattava di decidere la via migliore per gli interessi dell’Italia. Fosse la “scala mobile”, il Concordato o Sigonella.

Qual è la cosa meglio riuscita del governo Craxi?

Aver dimostrato con i fatti, innanzitutto ai socialisti, che noi non dovevamo solo essere e dimostrare, come facemmo, che eravamo i più bravi ma che dovevano prendere più voti per poter andare avanti. Dopo la dimostrazione della grande capacità di governare bene, senza almeno raddoppiare il nostro consenso elettorale quella straordinaria positività allora espressa dai socialisti di Craxi non sarebbe servita a nulla. Addirittura li avrebbe inevitabilmente portati alla sconfitta, per la evidente paura per il loro successo, che era entrata nel cuore dei nemici del progresso dell’Italia

E quella non realizzata o rimasta incompiuta perché non ci fu più tempo o perché non era possibile?

Purtroppo i voti non vennero alla scadenza obbligata a cui ci condannò il sistema dominante, con la scusa della “staffetta”: e cioè il 1987. Craxi, e noi con lui, facemmo sicuramente errori ma fummo consegnati alla non-vittoria elettorale soprattutto per la paura della DC e per la dura opposizione conseguente che ci fece l’uomo allora decisivo e cioè De Mita. Ma anche il vertice della Chiesa cattolica. Tanto per fare un esempio: a Craxi nel 1987 fu violentemente e tenacemente impedito di fare la campagna elettorale da presidente del Consiglio.

 

 

 

Il fatto è che il compito storico inevitabilmente assegnato al primo governo a guida socialista della storia repubblicana non poteva che essere quello di garantire, ad una forza storicamente minoritaria, i mezzi per andare avanti contro i poteri dominanti. E andare avanti significava definire e costruire il quadro riformatore indispensabile per l’equilibrio e la governabilità del Paese. Dopo il 1987 non avemmo altre occasioni. Naturalmente non posso non ricordare che noi socialisti aiutammo molto la sorte negativa che ci si accaniva contro. Soprattutto nella scadenza decisiva, che fu quella rappresentata dal messaggio Cossiga del 1991 e dalle mancate elezioni anticipate.

 

 

 

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

 

 

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