Energia, territorio, ponte sullo Stretto: intervista con Rossella Muroni

Credo si debba uscire dalla narrazione dell’Europa ‘matrigna’ perché siamo anche noi l’Europa, contribuiamo anche noi alle sue direttive e alle sue politiche.Ponte sullo Stretto, è anche una questione di priorità: più che un ponte a sei corsie sullo Stretto, ad esempio, mi sembra più urgente dotare le due regioni di una rete ferroviaria a doppio binario e di una adeguata rete stradale. Frane, alluvioni, per riparare i danni degli eventi meteorologici estremi spendiamo assai più di quanto investiamo su interventi di cura e messa in sicurezza del territorio.

Rossella Muroni, ex presidente nazionale di Legambiente, nella scorsa legislatura è stata vicepresidente della Commissione Ambiente di Montecitorio occupandosi di emergenza climatica, riduzione del consumo del suolo, rinnovabili, efficientamento energetico, smaltimento e riciclo dei rifiuti, reati ambientali. Eletta alla Camera nel centrosinistra con LeU, ne è uscita per formare con altri colleghi la componente ecologista FacciamoEco del Gruppo Misto.

Attualmente è presidente dell’associazione Nuove RiGenerazioni – promossa nell’ambito dei lavoratori edili e pensionati Cgil, ha attivato confronti e collaborazioni con Legambiente, Asvis, Kyoto Club e Riabitare l’Italia  – che si occupa di politiche per la qualità dell’abitare sia in termini di riqualificazione materiale (efficienza energetica, interventi antisismici, green building, prevenzione dei rischi legati al territorio) sia di servizi e welfare territoriale (rigenerazione urbana e sociale, recupero delle periferie, valorizzazione delle aree interne).

Terremoti, alluvioni, la frana sulla Marmolada, da ultimo l’alluvione a Ischia. Possibile che in Italia si riparta sempre da zero? Che non si riesca a mettere in sicurezza il territorio in modo da salvaguardare vite e tutelare anche una delle principali componenti del Pil italiano, ovvero la sua bellezza storica e naturalistica?

L’Italia è un gigante dai piedi d’argilla, un Paese fragile la cui vulnerabilità è ulteriormente acuita dalla crisi climatica in atto e anche, purtroppo, da una non lungimirante gestione del territorio. Si pensi al consumo di suolo che viaggia ad una velocità di oltre due metri al secondo, o al diffuso abusivismo edilizio, una piaga che fa arricchire la criminalità e le ecomafie a scapito di sicurezza dei cittadini, legalità e buona economia. E continuiamo ad avere politiche sbilanciate sull’emergenza, anziché sulla prevenzione. Per riparare i danni degli eventi meteorologici estremi spendiamo assai più di quanto investiamo su interventi di cura e messa in sicurezza del territorio.

Non ci accorgiamo che costerebbe meno prevenire anziché curare?

Certo, Gli interventi di messa in sicurezza hanno maggiore efficacia e comprendono anche il vantaggio di creare buona occupazione. Ci aiutano a capire le proporzioni i dati della Protezione Civile, secondo i quali ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni. Come se non bastasse siamo l’unico grande Paese europeo che ancora non ha varato il Piano nazionale di adattamento ai mutamenti climatici. Un ritardo che pesa e su cui il governo ha detto di voler accelerare. Auspico per la serietà della situazione che non sia solo propaganda.

La guerra in Ucraina ha messo in evidenza la dipendenza di buona parte dell’Occidente dal petrolio e gas russo ma anche decenni di fallimenti delle politiche green. Rigassificatori e trivelle daranno il colpo di grazia alle rinnovabili o viceversa impareremo finalmente la lezione?

Da una parte la conversione ecologica e la transizione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili sono istanze che ormai, almeno a parole, riconoscono tutti. Merito dell’Accordo sul clima di Parigi, del Green Deal e dei connessi obiettivi climatici europei, dei fondi del Pnrr, ma anche dei milioni di ragazzi scesi in piazza per chiedere azioni adeguate alla crisi climatica. Ma dall’altra parte la guerra russa all’Ucraina e la dipendenza italiana ed europea dal gas russo hanno dato nuovo fiato alle forze che, da sempre, frenano la transizione. I rigassificatori possono servire nel breve e medio periodo, ma deve essere chiaro che per arrivare a zero emissioni nette entro metà secolo dobbiamo uscire non solo dal carbone ma dal carbonio, quindi da tutte le fonti fossili.

Obiettivo realistico?

Anche in passato ho più volte sollecitato la necessità di una road-map per pianificare di quanto gas abbiamo ancora bisogno e con che tempi e in quali tappe usciremo da questa fonte fossile. Nuove trivelle, specie se nei nostri mari, sono solo fumo negli occhi: la quantità di gas che potremmo estrarre dai giacimenti italiani basterebbe solo per pochi mesi. La strada maestra verso l’indipendenza energetica sono lo sviluppo di rinnovabili e sistemi di accumulo, insieme ad efficienza e risparmio energetici.

Più in concreto: cosa deve fare oggi un italiano per consumare meno energia e proteggere il pianeta? Esiste una strategia efficace, economica e a portata di mano?

 Ci sono comportamenti quotidiani che aiutano il risparmio energetico, ad esempio tenere il riscaldamento a 19-20 gradi in casa, mantenere la temperatura interna costante aiutandosi con infissi isolanti e con paraspifferi, spegnere i led di stand-by degli elettrodomestici, mandare lavatrice e lavastoviglie a pieno carico. Oggi più di ieri, viste le speculazioni sul prezzo del gas, conviene investire sulle rinnovabili sia economicamente che per i benefici ambientali che portano.

Fin qui, però, siamo a suggerimenti che quasi tutti ormai già mettono in pratica e che risolvono poco…

Con strumenti innovativi come le Comunità energetiche i cittadini si possono mettere insieme a enti privati, del terzo settore o della pubblica amministrazione per produrre, consumare e vendere energia pulita. Questo si è un aiuto concreto contro il caro bollette e le emissioni. Come accennavo anche prima, poi, lo sviluppo delle rinnovabili va accompagnato da investimenti in efficienza e risparmio energetici. La stessa Agenzia Internazionale dell’Energia nel suo rapporto ‘Net Zero By 2050’ sostiene la necessità di sospendere da subito ogni nuovo investimento in estrazione di petrolio e gas per azzerare le emissioni nette di CO2 entro metà secolo.

Sarebbe ipocrita però negare che le politiche ambientali sono frutto anche di compromessi e pressioni dei vari Stati. Il bando europeo alle auto a combustibili fossili è un passo avanti per ridurre l’inquinamento o una coltellata all’industria italiana?

Prima di tutto vorrei ricordare che le politiche europee sono frutto di negoziazioni lunghe e complesse a cui prende parte anche l’Italia. Quindi credo si debba uscire dalla narrazione dell’Europa ‘matrigna’ perché siamo anche noi l’Europa, contribuiamo anche noi alle sue direttive e alle sue politiche. Casomai come Italia dobbiamo imparare che per conseguire buoni risultati in Europa servono anche strategie e alleanze con altri Paesi membri sui singoli dossier. Fatta questa premessa credo che lo stop alla vendita delle auto a combustione interna al 2035 sia un passo avanti per ridurre l’inquinamento, soprattutto delle nostre città. Anziché puntare il dito contro l’Ue e continuare a dare bonus pubblici per l’acquisto di auto inquinanti, dovremmo programmare politiche e interventi capaci di sostenere la conversione alla sostenibilità di questo importante settore industriale, evitando che siano i lavoratori o i cittadini a pagarne i costi. Le risorse ci sono. Ad esempio dal graduale taglio ai sussidi ambientalmente dannosi si possono reperire secondo le stime di Legambiente oltre 34 miliardi di euro. E dobbiamo anche essere coscienti dei nostri talenti: già oggi ci sono importanti aziende italiane nella filiera dell’automotive elettrica.

Analogamente, è realistico pensare – come vorrebbe Bruxelles – che in un futuro non troppo lontano solo case ad alta efficienza energetica possano essere messe sul mercato? Non si rischia una massiccia svalutazione del patrimonio abitativo italiano, soprattutto fuori dalle metropoli?

Partiamo da un dato: gli edifici sono responsabili di oltre il 40% dei consumi finali di energia, di questi i due terzi si devono alle abitazioni. Ecco perché intervenire sul settore residenziale, con la giusta gradualità, è fondamentale. E avremmo anche lo strumento per farlo. Se il Superbonus venisse stabilizzato e riformato per essere legato in modo più stringente al miglioramento della prestazione energetica e agli interventi su condomini e case popolari, gli italiani non dovrebbero temere una svalutazione del loro patrimonio edilizio.

Si parla da decenni di riqualificare le periferie, si mettono in vendita case nei borghi rurali e montani a prezzi simbolici, eppure nulla cambia. Il problema è la politica o sono le infrastrutture?

 Ci sono alcuni esempi di riqualificazione riuscita, ma forse il problema è su entrambi i fronti e credo sia più preoccupante la mancanza di visione politica. Già, perché per riqualificare un quartiere o un’area urbana bisogna immaginare la città che vogliamo domani, e poi bisogna progettarla coinvolgendo anche i cittadini. Non basta la sola riqualificazione edilizia e non serve l’aumento delle cubature, ma sono necessari spazi e servizi in grado di migliorare la qualità della vita di quella comunità: trasporto pubblico, piazze, verde urbano, scuole, biblioteche, centri culturali e sportivi, servizi sociali e sanitari, sportelli municipali, negozi di prossimità, luoghi di divertimento. E i cittadini devono avere voce in capitolo.

 Ponte sullo Stretto: una mangiatoia senza fine o una sconfitta tutta italiana? Perché a Copenhagen sì e qui no?  

Sono oltre 40 anni che buttiamo soldi e tempo parlando di Ponte sullo Stretto. Ci sono alcune ragioni oggettive per cui, come molti ecologisti, sono contraria, le principali sono l’alta sismicità dell’area e le carenti infrastrutture di mobilità sia in Sicilia che in Calabria. E’ anche una questione di priorità: più che un ponte a sei corsie sullo Stretto, ad esempio, mi sembra più urgente dotare le due regioni di una rete ferroviaria a doppio binario e di una adeguata rete stradale. Questo non vuol dire che per attraversare lo Stretto i cittadini siano condannati a lunghe attese, una soluzione può essere rafforzare la flotta di traghetti e aumentare la frequenza del servizio.

Ci racconta qualche progetto che la sua associazione ha portato a termine, e dove?

La nostra è un’associazione giovane e in questi anni di covid abbiamo potuto lavorare soprattutto sul fronte culturale, di promozione delle buone pratiche, nella costruzione della rete civica e sociale necessaria per ogni progetto dal basso. In Umbria ad esempio stiamo lavorando alla valorizzazione ed efficientamento energetico del patrimonio immobiliare delle Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona: RSA (residenze sanitarie assistenziali) e scuole soprattutto.

 

Federica Fantozzi – Giornalista

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