Dialoghi con i Maestri: Mario Capasso. Il grande papirologo si racconta ai suoi allievi

Ne è uscito un bel libro, nato da una idea di Carlo Augieri e pubblicato da Milella. Nei dialoghi, si compone l’affresco di una vita per la ricerca, la scoperta di preziosi papiri, gli scavi in Egitto, 17 campagne di restauro di papiri nel museo egizio del Cairo, il dialogo con gli allievi, certe dinamiche accademiche, il debito contratto con i Maestri, le realizzazioni fatte: Centro di papirologia, il Museo, il Laboratorio di restauro, la immensa produzione saggistica (470 testi), i sei romanzi con protagonista il dr. Cavendish, investigatore nel mondo dei papiri e manoscritti perduti

Chi è un Maestro? Perché lo è? Che cosa fa di un Docente un Maestro? Pensando a questi interrogativi Carlo Alberto Augieri, professore di ermeneutica e di critica del testo dell’Unisalento, si è fatto germinare un’idea: creare una collana di testi in cui i Maestri vengono intervistati dagli allievi, e insieme ricostruiscono l’itinerario di vita e di ricerca. Una operazione editoriale di alto valore culturale, che vuole essere insieme un atto solenne di riconoscimento (del Maestro) e di riconoscenza verso di Lui per quanto ha insegnato, scoperto e seminato durante gli anni della docenza. E per quanto ha ancora da dire, perché il professor Mario Capasso continua a spendere le sue energie nello studio, nella ricerca, nella scrittura.

Con felice intuizione, Augieri ha fatto inaugurare da Milella la collana Dialoghi con i Maestri cominciando con Mario Capasso, professore emerito di Papirologia nell’Università del Salento, e già docente anche di papirologia ercolanese, egittologia, paleografia greca e romana. Capasso è una figura eminente nella papirologia internazionale (anticipando un po’, ricordiamo che fu sua l’idea e l’iniziativa di tenere a Lecce il XXIX congresso internazionale di Papirologia, vincendo l’agguerrita concorrenza della città olandese di Leida che aspirava a questo alto onore.

Nella premessa del volume, Carlo Augieri fa una dotta riflessione con il suo lessico suggestivo e rabdomantico per configurare i connotati ideali, professionali, umani, direi ontologici che fanno “il Maestro”.

Maestri – osserviamo noi – non si è solo per la bravura di trasmettere e saper spartire il pane della scienza, Maestri non si è solo perché si è imbattibili nell’insegnamento; ci sono altre componenti, a volte impalpabili, che attengono al carisma, alla fascinazione intellettuale, alla forza dell’esempio, alla energia etica che germogliano dalle parole del Maestro, dalle sue azioni, dal suo metodo di lavoro e dagli insegnamenti che egli lascia. Mi viene quasi naturale dire dei Maestri quello che si dice dei classici: essi continuano a parlarci, a insegnarci tutta la vita, non solo per il periodo accademico che ci è servito per prendere una laurea e per il tempo necessario per svolgere una ricerca. In questo senso, è da annoverare tra le fortune della vita quella di avere buoni Maestri.

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Mario Capasso è un Maestro, nel suo campo di ricerca, ma anche oltre i confini dei suoi ambiti scientifici, che pure sono tanti: la papirologia, la paleografia, la critica del testo, greco o latino che sia, la lettura di documenti demotici, la realizzazione di realtà che resteranno, nell’Università del Salento, il Centro di studi papirologici, il Museo, il Laboratorio di restauro.

Nei dialoghi con tre suoi allievi – Natascia Pellè, professoressa associata di Filologia classica; Paola Davoli, professoressa Ordinaria di Egittologia, e Alberto Buonfino ricercatore- sono disseminati non solo insegnamenti “professionali” – sul rigore del metodo – ma anche gli elementi di una specie di decalogo etico. Ovviamente il professor Capasso, che è un uomo di spirito, sorriderebbe per questa classificazione, ma , si sa, i giornalisti amano le formule sintetiche. E sommando alcuni suoi precetti o insegnamenti, che spuntano nell’incalzare delle domande dei suoi allievi intervistatori, si va anche oltre il numero dieci. Vediamo per esempio che cosa il professor Capasso, il Maestro Mario Capasso, consiglia ai giovani ricercatori che vogliano seriamente intraprendere gli studi e soprattutto realizzare risultati:

Credere in se stessi;

non abbattersi nei moment difficili;

provarci fino in fondo, sempre;

dare sempre il massimo per realizzare i propri progetti, i propri sogni;

seguire  quello che detta il cuore perché esso sa dove andare;

non indietreggiare mai;

andare avanti sempre;

conquistare centimetro dopo centimetro;

la vita infatti è un gioco di centimetri;

il totale dei centimetri conquistati  segnerà  il discrimine tra la vittoria e la sconfitta;

e la vittoria cos’è in fondo? La realizzazione delle proprie aspirazioni.

Con una stupefacente umiltà  – tipica dei grandi uomini – Capasso arriva a dire: se ce l’ho fatta io possono farcela anche loro (parlando degli allievi).

Non si tratta di falsa modestia o di ostentazione di umiltà: Mario Capasso è un uomo schietto e semplice, ha un’idea di rigorosa trasparenza dei rapporti umani, ed è sincero fino alla franchezza lapidaria, specialmente quando vede che la fiducia che ha dato è stata tradita.

Per esempio, rende merito, onore e riconoscenza al suo maestro Marcello Gigante, ma non esita a rivelare anche la delusione per i comportamenti – influenzati da gelosia e invidia accademica da parte di alcuni maneggioni – del suo stesso maestro, dal quale certo non si aspettava una ostilità o opposizione a che Capasso tornasse a insegnare a Napoli, che era la sua città natale. Soppiantata poi da Lecce, felicemente  diventata per Capasso la sua seconda patria:  l’università gli ha messo a disposizione fondi e possibilità per le ricerche, come la campagna di scavo in Egitto, la realizzazione di alcuni progetti, e per questo Capasso non lesina sentimenti di gratitudine ad allievi e collaboratori e soprattutto al rettore Fabio Pollice, cui lo lega un’antica amicizia, ma c’è anche – come vedremo -un ricordo commosso di Carlo Prato, insigne docente dell’Università di Lecce, poi diventata Unisalento.

Schiettezza e autenticità inoltre fanno dire a Capasso che a certi allievi, tornando indietro, non darebbe la fiducia che ha dato, e in certi casi parla anche di ingratitudine. Che avesse ragione Andreotti quando con una delle sue battute meno note diceva che “la gratitudine è il sentimento della vigilia”?

Ma queste delusioni fanno parte della vita e Capasso lo sa, e infatti non vi indugia più di tanto. Il suo entusiasmo invece si illumina quando l’intervistatrice gli domanda quali sono stati i momenti più esaltanti delle sue ricerche papirologiche: per esempio, quando emerse dalla sabbia del deserto il primo frammento letterario.

Ma fermiamoci un attimo, anche per capire meglio e meglio apprezzare le ricerche del professor Capasso, e facciamoci spiegare, con le sue parole, che cosa è un papiro. Definizione tecnica e materiale: il papiro è una carta da scrivere prevalentemente ma non esclusivamente usata nell’area del Mediterraneo antico almeno dal 3000 avanti Cristo fino all’XI secolo dopo Cristo. Definizione più poetica e romantica: Il papiro è uno scrigno vegetale, nel quale sono stati conservati per noi preziosi testi, tra l’altro, della letteratura greca e latina.

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L’impegno di una vita

La papirologia è stata per Capasso l’impegno di una vita, un impegno assoluto, totale, che ha assorbito tutte le sue energie. Tutto cominciò con le lezioni di papirologia ercolanese tenute dal maestro Marcello Gigante. A quelle lezioni Capasso si rese conto delle due grandi sfide che la papirologia comporta: la decifrazione del testo; la sua ricostruzione e interpretazione. Materia per pochi iniziati. Gigante teneva lezione a 4-5 studenti, non occorreva un’aula, bastava il suo studio. A questi studenti, Gigante- – racconta Capasso – spiegava la ricchezza culturale di quegli strani rotoli carbonizzati dal calore emesso nell’eruzione del Vesuvio nel ’79 d.C. nella villa dei Pisoni a Ercolano.

“Marcello Gigante leggeva un frammento di papiro, dove mancavano delle parole e chiedeva a noi di ipotizzare parole che potessero riempire le lacune del testo”. Spesso gli allievi restavano muti, non era cosa facile.  Commovente e disincantato a un tempo, Capasso ci parla del suo Maestro: ottimo filologo classico e ottimo storico della filosofia antica. I suoi pregi? Dedicava tutto se stesso allo studio, 12 ore al giorno (e Capasso ne ha seguito l’esempio);  “aveva un metodo rigorosissimo, e grazie a questo arrivava a risolvere i problemi;  aveva un senso della lingua straordinario, scriveva con una prosa accattivante e avvincente, una prosa inarrivabile”.

Ma all’ex allievo Capasso non fa velo la sua ammirazione per il Maestro, del quale ricorda un limite: la propensione a cambiare la lezione di un papiro o di un manoscritto medievale presupponendo un errore del copista, un atteggiamento dovuto al retaggio della pur brillante filologia classica della prima metà del ‘900.

Anche sul piano umano c’era qualcosa su cui ridire: Gigante era un uomo umbratile, si adontava per un gesto o mezza parola fuori luogo. “Però stargli accanto era un piacere. Gran parte di ciò che so lo debbo a lui, alle sue lezioni, ai suoi scritti”. Quando Capasso vinse il posto di professore associato a Lecce di Paleografia e Diplomatica, Gigante si commosse, e gli disse: Ti faccio tornare (a Napoli, NdR).

Ma poi, paradossalmente, tutto si guastò. Si misero in mezzo malevoli e invidiosi, e il rapporto con il Maestro si ruppe. Capasso ne parla con qualche amarezza, anche se dopo tanto tempo verso il Maestro prevale un atteggiamento sereno di gratitudine.

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Il commosso ricordo di Carlo Prato (e di Pietro Giannini)

Allora Paleografia e Diplomatica facevano parte del Dipartimento di studi medievali, per cui Capasso chiese a Carlo Prato di passare al Dipartimento di Filologia classica da lui diretto.  Curiosità …accademica:  l’anno prima Carlo Prato era stato bocciato proprio da Marcello Gigante in un concorso universitario, ma l’indimenticato professore leccese non ne fece né cenno né tenne conto di quell’episodio. E sostenne Capasso. La comprensione e il sostegno di Prato furono fondamentali, ricorda oggi il professore, e così anche quello del successore Pietro Giannini. E si spinge a dire: Non so se avrei avuto gli stessi sostegni nell’Università Federico II (di Napoli, NdR). Sia Prato sia Giannini sostennero il suo progetto di compiere scavi in Egitto; una nuova avventura con la quale Capasso volle cambiare ambito di ricerche finora riservate alla papirologia ercolanese, per la quale ha scritto il primo manuale in Italia.

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I debiti di gratitudine

Incalzato dai suoi intervistatori sui “debiti” di gratitudine, Capasso generosamente non si sottrae e fa un piccolo elenco nominativo, con questa clausola di stile: sono grato a tutti, ma se fossi proprio costretto sotto tortura a fare dei nomi allora direi:

Beatrice Stasi, ottima presidente dei Corsi di Lettere, che sta facendo un ottimo lavoro;

Walter Puccetti, raffinato italianista;

Carlo Alberto Augieri, del quale non è stata abbastanza compresa la sensibilità e la profondità interiore;

Paolo Viti e Franco Meschini, ottimi studiosi e autentici galantuomini: direi due figure ideali di professori universitari.

Poi un nome su tutti; il (già citato) rettore Fabio Pollice,”al quale sono legato da una grande amicizia e con il quale mi intendo ancora oggi a meraviglia. Gli devo molto”.

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I momenti più belli di questi 35 anni leccesi?

Molti, ma soprattutto quattro.

Quando, contro il parere degli archeologi, che hanno mostrato insofferenza nei suoi confronti (insofferenza non ricambiata perché Capasso è un sostenitore della interdisciplinarità) vinse la partita in consiglio di facoltà per la istituzione di un Centro di studi papirologici, e vinse anche con l’appoggio degli studenti, tra quali ce n’era uno che poi ha fatto strada: Marcello Aprile, diventato professore di storia della lingua italiana e attualmente vice direttore del Dipartimento di studi umanistici;

quando vinse il posto di prima fascia di professore di Papirologia:

il giorno in cui inaugurò il Museo di papirologia;

 

 

lo scavo in Egitto, nel sito di epoca greco-romana di Bakchias , quando un operaio (di nome Nasser, come l’ex presidente egiziano) chiamò il professor Capasso e gli fece vedere un piccolo papiro che aveva appena tirato dalla sabbia . “Era il primo papiro che trovavamo dopo ben quattro campagne di scavo: fu una intensa emozione”.

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Ma non sono mancati momenti brutti.

Quando al concorso di prima fascia un commissario abbandonò la commissione perché si prospettava un risultato a lui non gradito; ma poi ritornò;

gli attacchi che una collega leccese gli rivolgeva da spazi tv presi a pagamento; lo faceva per ingraziarsi il suo maestro Gigante con cui i rapporti si erano interrotti (non solo nelle università, ma anche in altri posti di lavoro: il giornalismo, per esempio, la sanità, non mancano questi episodi di miseria umana, per fortuna sono poi sepolti dagli splendori delle ricerche e dei risultati NdR);

l’ingratitudine di alcuni suoi allievi a cui aveva fatto solo del bene; addirittura uno di essi lo trascinò in tribunale  accusandolo, nientemeno, di arricchimenti ai suoi danni!

Queste circostanze, caro professor Capasso, mi fanno venire in mente una osservazione: bisogna avere fortuna ad avere buoni maestri. Ma anche fortuna ad avere buoni allievi, almeno nel senso della onestà intellettuale.

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Un bilancio: tra realizzazioni, rimpianti e fiducia mal ripagata

A un Maestro come Capasso si può provare a chiedere un bilancio, e infatti i suoi allievi intervistatori non si fanno sfuggire l’occasione. Una cosa che avrebbe voluto realizzare e non c’è riuscito? Una formidabile squadra di allievi. Rifarebbe tutto quello che ha fatto? Qui Capasso mostra tutto il suo senso dell’humour, e della sua libertà intellettuale: “Non ho mai capito quelli che dicono: tornassi indietro rifarei tutto”. (Ha ragione, in effetti è una delle frasi più antistoriche e prive di senso che si possano sentire, eppure viene spesso pronunciata senza sprezzo del ridicolo). Lui risponde invece: “Non farei molte delle cose che ho fatto”.

Per esempio? Incalza l’intervistatrice

“Non darei la fiducia a persone a me vicine che quella fiducia l’hanno tradita”.

Rimpianti? “Ho cercato più volte un Ateneo più vicino a casa (Napoli, NdR). Ma è stato come lottare contro i mulini a vento. Tuttavia a Lecce ho realizzato tutti i miei progetti”.

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Con il cuore in Egitto

La decifrazione dei papiri, lo studio dei contesti per l’interpretazione, la papirologia ercolanese, tutte grandi soddisfazioni, ma a leggere i dialoghi con Capasso si capisce che il suo cuore è là in Egitto, e quando parla con la sua ex allieva Paola Davoli della sua avventura egiziana, il professore si accende. “Proposi e ottenni di fare campagne di scavo in Egitto per arricchire le mie esperienze umane e culturali. Mi intrigava la possibilità di tirar fuori dalla sabbia del deserto egiziano nuovi papiri”.

Papirologia e archeologia: Capasso è un fautore della multidisciplinarità. Possiamo anzi dire che Capasso non ne è solo un fautore ma un pioniere. Nelle lezioni e nelle missioni archeologiche si è realizzata sempre una eccellente sinergia e uno scambio tra papirologia, egittologia, critica del testo, restauro del papiro, e, appunto, archeologia.

Questo scambio, questa non separatezza, è importante per il progresso della scienza e per la formazione degli allievi, dice Capasso, che anzi rafforza il concetto: “il dialogo tra discipline affini è imprescindibile”.

Queste convinzioni egli le ha messe in pratica, le ha inverate, per dirla con lessico vichiano, e, rivolgendosi agli archeologi, fa questo esempio: il papirologo tenta di ricostruire un determinato aspetto della società egiziana antica solo sulla base di ciò che riesce ad enucleare dal testo, spesso frammentario; ma  il contributo che a quel testo può venire dall’archeologo può essere importante. Naturalmente questo ragionamento vale anche nel caso inverso.  Così anche può succedere (e non dovrebbe succedere) che per la ricostruzione degli aspetti bibliologici di un papiro letterario si trascuri la paleografia, intesa come storia del libro manoscritto antico, che può contribuire in varia misura a quella ricostruzione. Insomma nessuno può e deve fare da solo quando si tratta di papiri, o di ricerche archeologiche; occorre che le varie discipline si parlino, collaborino, si integrino. Discorso fin troppo chiaro. Ma Capasso aggiunge altre argomentazioni:

Uno scavo in Egitto certo è roba da archeologi. Ma la presenza di un papirologo in uno scavo è indispensabile. A chi spetta se non a lui la responsabilità di prendersi immediatamente carico di un papiro recuperato dall’archeologo?

Ecco perché l’esperienza in Egitto la definisce formidabile. Il momento più entusiasmante dopo quattro anni di scavo nel sito di Bakchias fu quando fu trovato il primo papiro e a Soknopaiou Nesos trovammo  il primo papiro letterario. Un frammento di un testo filosofico greco.

 

 

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Altri successi, il restauro dei papiri nel Museo egizio. Il celeberrimo papiro di Cornelio Gallo

“L’esperienza più formativa è stata quella delle 17 campagne di restauro dei papiri del Museo egizio del Cairo nel corso delle quali salvammo decine di papiri in precarie condizioni, vincendo ostacoli burocratici”. Un grande motivo di orgoglio: Capasso ha restituito alla Papirologia internazionale il celeberrimo papiro di Cornelio Gallo, sospettato di essere un falso, il più antico papiro della letteratura latina giunto fino a noi. Il Professore racconta: “L’ho cercato, l’ho ritrovato, l’ho restaurato e pubblicato in una accurata edizione critica”.

 

 

Ma dove stava?

“Lo ritrovai in una cassa nel deposito della missione inglese Egypt Exploration Society a Saqqara. Lo restaurai, ne fotografai centimetro per centimetro la superficie e ottenni di esporlo in una teca in una delle sale papirologiche nel museo egizio del Cairo, dove tutti possono ammirarlo. Ne feci una edizione con un ricco apparato iconografico”.

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Ma c’è anche uno dei più controversi casi della papirologia: la fantomatica presenza di versi del De Rerum Natura di Lucrezio Caro nei papiri che Capasso ha smontato in modo incontrovertibile.

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L’ormai celebre papiro di Artemidoro

Racconta Capasso; mi chiamò la direttrice dell’Ufficio centrale per la Patologia degli archivi e del Libro. Per far luce su questo controverso papiro. Quella chiamata fu per me una medaglia (al valore) che  mi ripagò dei rilievi sulla mia tecnica di restauro fatti da un “trafelato, invidioso ometto di cui preferisco non dire il nome’’. Quando il professor Capasso si sente ingiustamente attaccato, o deluso, conserva sempre la calma ma non le manda a dire (l’Ecclesiaste, chiamata la Bibbia dei laici, ci ricorda: “stare attenti all’ira dei calmi”.

Quale fu il responso sul papiro di Artemidoro? Nessuna certezza.”Quella del falso è una delle opzioni” sentenziò salomonicamente Capasso.

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Per finire: il giochino del che cosa salverebbe da una catastrofe universale:

Un testo greco o latino che salverebbe?

Il XV Idillio di Teocrito;

il Discorso della Montagna di Gesù (Matteo 5-7), “un testo di una forza sovversiva grandiosa (beati i miti perché erediteranno la terra), beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”;

la lettera di Epicuro a Meneceo (in cui il filosofo dice tra l’altro :”abbi sempre a te consueto il pensiero che nulla è per noi la morte: dove c’è lei noi non ci siamo, dove siamo noi lei non c’è”).

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Leccesi e napoletani, pregi e difetti, come li vede il prof. Capasso

Stimolato dagli allievi, Capasso prova a vestire i panni dell’antropologo culturale, alieno dai luoghi comuni, e risponde ad alcune domande sui pregi e difetti dei Leccesi e dei Napoletani.

Dei Leccesi apprezza la signorilità e la civiltà, non gli piace una certa pigrizia, una certa neghittosità che ne frenano gli slanci; e ricorda la storiella sulla differenza tra il leccese e il milanese quando si muovono: se il leccese si muove arriva in Albania; se il milanese si muove arriva in Europa. (una storiella, non sappiamo se intenzionalmente autoconsolatoria o autoindulgente nella mente di chi l’ha concepita).

E i Napoletani? Capasso non si sottrae: il pregio maggiore la giovialità, la solarità che consentono di capire subito la personalità del napoletano (mentre ci vuole più tempo per capire quella del leccese). E il difetto maggiore dei partenopei? La furbizia, che spesso porta a provocare gli altri. Un pessimo difetto – sottolinea Capasso con una interessante interpretazione – che spinge “a considerare privato ciò che è pubblico, una confusione che ha effetti molto negativi sulla qualità della vita a Napoli”.

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Capasso letterato e giallista (della papirologia). In arrivo il sesto libro del dr Cavendish

Sta per arrivare in libreria il sesto libro che ha sempre lo stesso protagonista: il dr Cavendish, un gentiluomo inglese che restaura manoscritti e papiri ma spesso si trova impegnato in avventure e colpi di scena per  smascherare falsari e  scoprire  vittime di raggiri e di assassinii. Nella saga del dr Cavendish, spiega Capasso, c’è tanta autobiografia, ma è una autobiografia rielaborata e adattata al personaggio. Nei libri sono riversati tanti episodi realmente accaduti durante le ricerche e gli scavi in Egitto, o nell’acquisto di papiri da collezionisti e mercanti privati  prima era possibile farlo, ora è proibito). Il sesto libro parlerà del dr Cavendish stavolta alle prese con i drammi perduti di Euripide; l’investigatore si metterà alla ricerca di sette codici che facevano parte dei resti di una biblioteca di testi copti.

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Un momento di commozione

Quando parla dei suoi genitori. Capasso proviene da una famiglia semplice, e se ne intuisce anche l’orgoglio: Salvatore, padre bidello di una scuola, morto giovane, Amalia Funaro, la madre casalinga di famiglia socialmente ed economicamente elevata, che si trova all’improvviso con quattro figli a carico, si mette a lavorare fino a notte fonda con la macchina da cucire. In pochi anni- racconta il professore- mia madre ci portò fuori da quel vero e proprio tsunami che la morte prematura di mio padre aveva causato. “Se ho potuto studiare lo devo a lei, ma il mio ricordo riconoscente lo debbo a tutti e due i genitori”.

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Parola di Maestro: Insegnare? È un atto d’amore

Nei dialoghi di Capasso con i suoi allievi, da cui abbiamo preso le mosse, emerge con evidenza la sua visione etica del lavoro, la severità degli studi, il rigore del metodo, la fiducia nell’impegno per ottenere risultati, il senso dell’amicizia e della gratitudine.

Ma soprattutto c’è questa bellissima definizione che egli dà dell’insegnamento.

Che cosa è per lei insegnare? “Insegnare per me è un atto d’amore. Un arricchimento culturale e umano degli studenti, ma al tempo stesso anche un arricchimento umano per il docente”.

Sono, innegabilmente, le parole di un Maestro. Ma che tipo di professore è stato Mario Capasso? Ce lo dice lui stesso: Un professore atipico, non paludato, capace di abbattere le distanze.”Non mi è mai piaciuto fare il professore chiuso nella classica torre d’avorio; mi sono sempre considerato ’amico degli studenti’; ma, sottolinea, non ho mai tollerato furbizie e cialtronerie”.

Avercene, di Maestri così. L’Università del Salento ha avuto fortuna e onore ad avere un professore come Mario Capasso, e ha avuto anche la capacità di riconoscerne il valore facendogli realizzare tanti progetti che resteranno.

Mentre Egli continua a dedicare ancora le sue energie allo studio, alla ricerca, alla scrittura e al dialogo con i suoi allievi di ieri e di oggi.

 

 

Mario NanniDirettore editoriale

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