30 anni Forza Italia, “Osservatorio” Giorgio Lainati. Intervista al parlamentare-giornalista-comunicatore

Quella scelta di scendere in campo dopo i deludenti incontri con Martinazzoli. Quella riunione con Berlusconi, tutti con il cappotto addosso in una sala senza riscaldamento. Gli orologi come premio per le presenze ai lavori parlamentari. Fi partito di plastica? Le regioni più progredite erano governate da esponenti di Fi. Quella polemica Bobbio- Berlusconi, che disse al filosofo: io non ho mai scritto lettere al duce. L’impegnativa gestione della commissione di vigilanza, le litigate con l’Annunziata, le polemiche con Petruccioli, Vita e Giulietti. I magnifici otto del gruppo di comunicazione: c’era il compianto Giorgio Stracquadanio

Politica

Deputato per quattro legislature consecutive, al top delle presenze ai lavori parlamentari tanto da guadagnarsi un encomio da parte di Silvio Berlusconi. Vicepresidente di una commissione bicamerale strategica, quella che vigila sul sistema radiotelevisivo, e perciò il leader di Forza Italia volle che la vice presiedesse. Giornalista nelle testate Fininvest, prima a Parlamento in poi al Tg 5. Comunicatore, prima come capo ufficio stampa di Forza Italia poi come componente del “mitico” gruppo degli otto (in realtà erano di più) che componevano lo staff, con a capo Paolo Bonaiuti, che orchestravano la comunicazione del partito e del governo verso l’esterno (i media cartacei e radio televisivi) e verso l’interno del partito( le strutture centrali e periferiche).

 

 

 

Ecco il perché di questa intervista a Giorgio Lainati: dalle sue molteplici postazioni nel corso degli anni ha acquisito tante informazioni e ha vissuto tante situazioni, professionali e politiche, e ora vediamo di farcele raccontare ai lettori.

Onorevole Lainati, quest’anno ricorre il trentennale della discesa in campo di Silvio Berlusconi, annunciata con il famoso discorso: “L’Italia è il Paese che amo”, e con la conseguente nascita di Forza Italia. Nel ’94 Lei lavorava già in Fininvest. Dove, esattamente?

Avevo iniziato a collaborare con il Gruppo Finivest già 10 anni prima, nel ’84. Prima come addetto stampa delle reti televisive poi dall’87 alla prima rubrica politico-parlamentare “Parlamento in”, che andava in onda su Rete 4, condotta da Rita Dalla Chiesa e Cesara Buonamici. Poi nel 1992 fui inviato a Bruxelles per seguire i lavori del Parlamento europeo e della Commissione europea. Tornato in Italia, andai a lavorare con Enrico Mentana al Tg5 e quando gli dissi, nei primi giorni del ’94, che sarei andato a lavorare nel neonato partito di Forza Italia come capo ufficio stampa lui mi disse: Sei matto? Ma poi mi lasciò andare.

 

 

 

 

Puoi raccontare il momento in cui fosti consultato per essere candidato alla Camera?

Già nella primavera del 2000, in occasione della campagna elettorale per le elezioni regionali, con la famosa nave azzurra che partendo da Genova toccò le principali città portuali con comizi in ogni tappa fino a Venezia, Berlusconi mi aveva anticipato l’intenzione di candidarmi alla Camera alle politiche del 2001 e così fu. Mantenne la promessa.

Scartando il senno di poi, ma ragionando con i dati di allora, quanto ci credeva Lei in questa nuova avventura politica? Si sentiva semplicemente arruolato, precettato o un volontario combattente per una causa?

Fu una scelta volontaria dettata dalla convinzione che potessi svolgere un lavoro utile per la nuova forza politica creata dal mio editore. Ne parlai con Gianni Letta che mi diede il via libera dicendomi che un aziendalista come me sarebbe senz’altro stato utile soprattutto per la fiducia e la considerazione che l’azienda aveva nei miei confronti sia sul piano umano sia professionale. D’altronde avevo lavorato anche a stretto contatto con Fedele Confalonieri, l’amico di sempre di Silvio Berlusconi. Per il mio carattere aperto e dialogante ero ritenuto utile a tenere le relazioni con i giornalisti.

 

 

 

Lei ebbe personalmente un incontro con Berlusconi?

Per molto tempo avevo incontro Silvio Berlusconi solo in occasione di convention o riunioni comunque molto affollate. A metà del gennaio ’94 partecipai a una prima riunione ristretta nella prima sede di Forza Italia, in via dell’Umiltà. Ricordo che nonostante i lavori di ristrutturazione del palazzo fossero stati ultimati, l’impianto di riscaldamento non funzionava ancora, per cui fummo costretti a indossare i cappotti, perché faceva freddo. E anche Berlusconi lo indossò.

Berlusconi, in qualche riunione con i candidati, accennò al fatto che la sua scelta di scendere direttamente in politica ( fu vivamente sconsigliata da Gianni Letta, NdR) era maturata dopo che erano falliti i contatti con le altre forze politiche e in particolare con il Ppi di Mino Martinazzoli?

Sì questo discorso lo faceva spesso sia in privato sia in pubblico. Ma il Ppi di Martinazzoli era solo un’ombra rispetto a quella che era stata per cinquant’anni la Dc. E Berlusconi, ragionando alla grande si sentiva stretto e legato da un eventuale rapporto organico con il piccolo partito popolare italiano.

Visto che poi lo ha frequentato lungo l’arco di quattro legislature, ci può spiegare quali qualità del Berlusconi imprenditore egli riuscì a travasare nell’attività del Berlusconi politico e governante?

Certamente il dinamismo dell’imprenditore che da subito si scontrò con i ritmi e i riti della politica politicante ( che egli chiamava con una parola: teatrino). Non si capacitava del perché per fare approvare un disegno di legge tra passaggi nelle varie commissioni di merito di Camera e Senato e voti d’Aula fosse necessario un tempo ( che a lui sembrava ) infinito, costringendolo a scegliere la strada certo più veloce dei decreti-legge.

Lei è stato deputato per quattro legislature: la XIV, XV, XVI, XVII, per essere più chiari con i lettori: nelle legislature che sono cominciate con le elezioni politiche del 2001, quella del 61-0 in Sicilia per il Pdl, del 2006, del 2008 e del 2013. Come si comportava il deputato Lainati? Teneva i rapporti con il suo collegio? Frequentava le sedute, partecipava ai lavori parlamentari oppure, faceva come De Mita che si aggirava a Montecitorio come un gitante? ( copyright di Giancarlo Perna, nel libro “Facce da casta”, NdR)?

Avendo avuto il grande onore di essere stato eletto alla Camera dei deputati, ho sin da subito scelto di vivere questo impegno in modo serio e di essere presente sia nei lavori e votazioni d’Aula sia nelle commissioni di merito. L’ho sempre ritenuto un dovere verso gli elettori e l’istituzione stessa di cui facevo parte. Dirò di più: nella XIV legislatura, proprio per solleitare le presenza alle votazioni d’Aula dei propri deputati, alcuni dei quali erano assai distratti, Berlusconi decise di “premiare” i più presenti con un dono personale: un importante orologio accompagnato da un suo biglietto con le congratulazioni. Nel mio caso risultai tra i primi cinque, con una percentuale di presenze alle tantissime votazioni pari al 99,73 %.

 

 

 

É stato prevalentemente componente della Commissione Cultura della Camera e vice presidente di una commissione strategica: la commissione parlamentare di vigilanza sul sistema radiotelevisivo. Una domanda sorge spontanea: da vecchio giornalista Fininvest, Lei fui mandato in quella commissione per guardare le spalle alle tv di Berlusconi, lo dico in modo non malevolo. Comunque si trattava pur sempre di un incarico fiduciario. É così?

Sì, è proprio così. Essendo considerato vicino a Gianni Letta e Confalonieri nel 2001 fui assegnato alla commissione di vigilanza, dove sono rimasto fino al 2018. É stato molto complesso mantenere un certo equilibrio soprattutto nei dieci anni da vicepresidente prima di Sergio Zavoli e poi di Roberto Fico. Ancora conservo centinaia di dichiarazioni alle agenzie di stampa in polemica con gli esponenti della sinistra.

Con chi in particolare?

Con Claudio Petruccioli, Beppe Giulietti e Vincenzo Vita. Per non parlare dei conduttori tv come Lucia Annunziata con la quale gli scontri erano quotidiani

Questa commissione di vigilanza, prima detta “sulla Rai”, poi sulle radio –tv, lo dico da vecchio cronista parlamentare, ha dato spesso l’impressione di vigilare ben poco, perché la Rai si è sempre mossa come un pianeta sganciato e sciolto da vincoli, e alla commissione è sempre toccato intervenire a giochi fatti, o per contestare nomine già decise o programmi fuori linea ecc.. Un compito insomma svolto a inseguimento, non tanto di tracciamento di una linea di indirizzo vincolante. Vorrei un suo parere su questo visto che ne è stato vicepresidente per dieci anni.

Diciamo la verità: la Commissione di Vigilanza aveva poteri molto limitati che si fermano agli atti di indirizzo e a una forma di verifica sugli equilibri nei programmi di approfondimento giornalistico in relazione alla par condicio. L’Autorità che ha invece effettivi poteri di intervento tempestivo è l’AgCom ( Agenzia per le Comunicazioni), istituita dalla legge Maccanico nel 1997. In questo contesto risultò quantomeno dissonante l’iniziativa della procura di Trani che avviò una indagine su Augusto Minzolini, Paolo Bonaiuti e me: accusati nientemeno di essere gli autori di una strategia comunicativa contro Michele Santoro.

 

 

 

Una domanda su Lainati comunicatore. A un certo punto leggo, nella tua biografia, è stato capo dell’ufficio stampa di Forza Italia, cioè di questo partito nuovo apparso d’improvviso all’orizzonte della politica italiana: molti gli scettici sulla sua durata e consistenza. Qualcuno lo definì un partito di plastica, Norberto Bobblio gli attribuì pulsioni addirittura eversive, attirandosi una secca replica di Berlusconi ( copyright Giuliano Ferrara): Io non ho mai scritto lettere al duce. Lei come affrontò questo compito di comunicatore di un partito che, pur nel pluralismo, si identificava con Berlusconi?

Con le elezioni politiche, regionali, comunali ed europee, gli eletti a vari livelli erano migliaia, altro che partito di plastica. Le più importanti e strategiche regioni d’Italia, in particolare del Nord produttivo – Piemonte, Lombardia, Veneto – erano guidate da esponenti di Forza Italia. Come ho affrontato il compito di comunicatore ? É stato davvero molto complicato dare una comunicazione omogenea e coerente tra la sede nazionale e le articolazioni regionali e le grandi città. Gli addetti stampa erano ormai decine di persone che si dovevano comunque uniformare alla linea che veniva annunciata da Roma con dichiarazioni dirette di Berlusconi o attraverso interviste a tv e ai giornali

Quando portava a Berlusconi, o glieli leggeva, i comunicati, come si comportava? Aggiungeva, approvava, cassava?

In particolare, i comunicati venivano riscritti anche più volte. Ricordo le sue correzioni fatte con una calligrafia impeccabile e perfetta.

Nel suo lavoro di capo ufficio stampa chi l’aiutava?

Nonostante avessimo a che fare con centinaia di giornalisti italiani e stranieri, all’inizio eravamo solo io e Fabrizio Casinelli, giovanissimo speaker radiofonico che poi ha fatto una brillante carriera giornalistica diventando capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio per poi svolgere lo stesso ruolo in Rai

Forza Italia è poi diventato Popolo della Libertà, entrò anche An. La comunicazione com’è stata strutturata?

C’era un coordinamento tra gli uffici stampa delle varie forze politiche della coalizione di governo. Paolo Bonaiuti ha sempre svolto un ruolo di raccordo tra il fronte comunicativo del partito e quello del governo.

Ho letto di recente che c’era una squadra formidabile di otto persone ( se non erro). Lei faceva parte di questo gruppo che preparava il famoso “mattinale”, cioè una rassegna stampa ragionata con una lettura/analisi prospettica dei fatti politici ed economici, nonché di politica estera

Proprio per conseguire l’obiettivo di far arrivare a tutti i livelli del partito le linee guida e anche per comunicare all’esterno, fu costituito a Palazzo Grazioli ( la sede romana di Berlusconi, NdR) un ufficio apposito di otto persone, più altri collaboratori, che elaborava il “mattinale”: un resoconto dei principali articoli, editoriali, commenti, corsivi di politica, economia, politica estera. Si trattava di un opuscolo di tantissime pagine che veniva diramato all’interno, e in primis indirizzato a Silvio Berlusconi. Non solo: oltre a questo lavoro di rassegna, c’era una parte propositiva: si suggerivano di volta in volta comunicati da fare, per eventuali precisazioni o smentite o anche interventi ( da affidare a esponenti del partito se non era lo stesso leader a decidere di farlo) per illustrare, ribadire, rilanciare aspetti della politica del partito o del governo. Se si trattava di ribattere ad eventuali attacchi, critiche su singoli aspetti, per esempio nel campo economico, si chiedeva ai ministri competenti di preparare una scheda con gli elementi di risposta

Chi erano gli altri componenti del gruppo degli otto?

Paolo Bonaiuti, il compianto Giorgio Stracquadanio, Fabrizio Cicchitto, Renato Brunetta, Fausto Carioti, Antonio Socci, Andrea Pamparana, Giorgio Lainati. Questo gruppo era un mix di “navigatori” politici e di giovanissimi cronisti d’assalto. A questo gruppo poi si unì Sandro Bondi e Giovanni Mattioli.

 

 

 

Vorrei capire bene un punto: Berlusconi era tipo che delegava dopo aver dato delle indicazioni o controllava tutto? Era un accentratore?

Berlusconi certamente dava delle indicazioni sul da farsi. Ma poi era molto attento a che non ci fossero sbavature o deviazioni rispetto a quello che aveva suggerito di fare.

Vabbè, ho capito: era un perfezionista e guai a sgarrare

( domani la seconda parte)

 

Mario NanniDirettore editoriale

 

 

 

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