Via della Seta, perché l’Italia vuole uscire dall’accordo con la Cina? Intervista a Paolo Alli

L’Italia abbandona la Via della seta: è questo l’argomento del nuovo episodio del format Skill Pro, con protagonista Paolo Alli, ex presidente dell’Assemblea parlamentare dell’Alleanza Atlantica.

Il progetto della Via della Seta è partito da subito con grandi ambizioni e con due percorsi, quello terrestre e quello marittimo: il primo doveva collegare la parte occidentale della Cina con Venezia e il secondo doveva circumnavigare l’India, toccando l’Africa e arrivando sempre al Mediterraneo. Le dimensioni del progetto sono ingenti, perché si tratta di un insieme di 5 miliardi di esseri umani, con un PIL aggregato che supera il 50% del prodotto interno lordo globale. Per cui è difficile pensare che sia solo un progetto economico: c’entra anche la geostrategica. Tra le altre cose, da sottolineare gli investimenti previsti per oltre 600 miliardi di dollari in infrastrutture, ma con il sospetto che, soprattutto nei paesi più poveri, la Cina intenda mettere in atto la cosiddetta trappola del debito, cioè acquistare debito pubblico in cambio di infrastrutture per poi tenere sotto controllo questi paesi nel debito, soprattutto quelli meno meno avanzati economicamente. È chiaro che la Cina è un partner commerciale molto importante per il nostro Paese e quindi è giusto che il Governo opti per una politica di rafforzamento delle relazioni commerciali. 

Completamente diverse le prospettive di orizzonti rispetto a quelle del governo Conte… 

Ritengo che sia stata una decisione eccessivamente fredda e frettolosa, quella del governo Conte, di sottoscrivere il memorandum of understanding per la via della Seta, in quanto non c’erano a mio modo di vedere le condizioni per farlo. Questo progetto doveva essere, nelle intenzioni dichiarate del governo cinese, un grande progetto di tipo economico e infrastrutturale. In realtà si è rilevato fin da subito il più grande progetto geostrategico mai concepito dalla mente umana. Considerando che oggi sono oltre 150 i Paesi al mondo che hanno sottoscritto queste intese, l’ambizione cinese va ben oltre quella di un semplice fatto economico commerciale, ma vuole aumentare la sua sfera di influenza politica attraverso la politica commerciale. 

Quindi sostanzialmente è giusto fare dietrofront?

Penso sia corretto rivedere la propria posizione su questa tematica, perché noi siamo l’unico paese delle grandi democrazie occidentali che ha sottoscritto questo memorandum. È giusto quindi che il Governo italiano cerchi di uscire in modo più soft possibile da questo accordo che ha firmato. Non dimentichiamo inoltre che il progetto sta subendo una brusca battuta di arresto a seguito dalla guerra in Ucraina.

Qual è la posizione degli Stati Uniti in merito? Ci sono state influenze da parte di Biden sul governo Meloni che hanno suggerito di intraprendere questa strada?

Io credo che gli Stati Uniti abbiano un interesse a tenere una posizione ferma nei confronti della Cina soprattutto su certe tecnologie, anche in vista di quello che potrebbe accadere a Taiwan. Bisogna evidenziare che anche gli americani dipendono in buona misura dagli scambi commerciali con Pechino, quindi non penso che ci siano state grandi pressioni da parte di Washington sull’Italia perché uscisse dalla via della seta. La situazione di forte stallo comunque, lo ripeto, è dovuta dalla guerra russo-ucraina, perché una larga parte delle infrastrutture doveva passare proprio dall’Ucraina e quindi direi che attualmente sarebbe impossibile. Molti paesi che avevano siglato l’accordo si stanno defilando proprio per questo motivo. Le grandi banche cinesi cominciano a far fatica anche economicamente: sono di fronte a crediti inesigibili per decine di miliardi di dollari.

 

Simone MassaccesiRedattore

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