Verso le europee/ Prof. Chiaruzzi: esercito comune e diplomazia. Così l’Europa può avere un ruolo primario

"Giorgia Meloni arriva alle europee avendo dimostrato grande capacità di muoversi negli scenari politici europei ed internazionali, in grado di sorprendere tutti. Ha compiuto un vero e proprio ‘blitzkrieg’, direbbe von Clausewitz"..

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Intervista al docente di Scienza politica all’Università Alma Mater di Bologna e direttore del Centro di Ricerca Relazioni Internazionali, Michele Chiaruzzi, sull’attuale scenario europeo e mondiale, caratterizzato da una crescente instabilità geopolitica e sempre più intaccato dalle molteplici crisi dovute dalle due principali (ma non uniche) guerre in corso. Con un occhio alle due prossime elezioni…

Professore, fra meno di 5 mesi l’intera Europa andrà al voto, e a novembre si terranno le elezioni negli Usa. Tutto questo in un clima mondiale decisamente rovente, con due guerre in due zone delicatissime. Gettando l’occhio a fine anno, come cambierà lo scenario internazionale dopo questi due eventi?

Partiamo dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda le dinamiche della campagna degli Usa vediamo accadere di settimana in settimana degli eventi imprevisti. Ad esempio, gli esiti dei processi del candidato Trump, sono tutti da conoscere nella loro portata e abbiamo l’impossibilità di decifrare un orizzonte politico certo. Sicuramente, le connessioni delle due guerre con la competizione elettorale negli Stati Uniti sono evidenti. Specialmente nel conflitto russo-ucraino. Da un lato, infatti, abbiamo il presidente Biden che dall’inizio della guerra sta fornendo aiuti e risorse, e ha quindi un orizzonte politico chiaro e di continuità, mentre il candidato Trump sostiene una discontinuità nella guerra in Ucraina. Il probabile candidato dei repubblicani ha più volte ribadito che la guerra in Ucraina lui la risolverebbe in pochissimo tempo, facendo intendere che questo potrebbe avvenire abbandonando gli alleati. Ovviamente non sappiamo se tutto questo possa avere un grado di attendibilità sensato, perché Trump ci ha abituato a cambiare le sue posizioni, anche durante la presidenza.

Mentre le elezioni europee?

Anch’esse si collegano a questi due fronti, in due modi completamente diversi: la guerra in Ucraina è una guerra che investe l’Ue come soggetto politico, non come si diceva dei Balcani “guerra in Europa”, ma “guerra d’Europa”, che è una cosa molto diversa in quanto l’Ue di oggi è totalmente diversa da quella “slabbrata” degli anni Novanta che aveva appena celebrato Maastricht. Oggi l’Europa è molto più salda nelle percezioni dei rischi e delle minacce. La campagna elettorale dell’Europee riguarderà come sempre questioni di politica interna, perché la dimensione delle elezioni europee non ha assunto, tranne qualche rarissimo caso, quella dimensione transnazionale che dovrebbe avere.

Tuttavia, dobbiamo segnalare che oggi le classi dirigenti e governative dell’Ue sono consapevoli che la guerra in Ucraina sia una guerra che investe l’Europa e le stesse politiche dell’Ue. Abbiamo visto recentemente che il Consiglio Europeo ha deliberato sostegni all’Ucraina per 50 mld di euro, per cui il legame delle elezioni con la guerra in Ucraina, lo si voglia o no, è strettissimo. Il legame con la guerra in Medio Oriente, invece, è quasi inesistente perché in realtà i governi europei e i partiti politici sono molto divisi, per cui è difficile che si creino connessioni elettoralistiche tra le dinamiche di quella guerra e le proposte politiche.

Come lei ha detto, abbiamo una guerra alle porte dell’Europa e un’altra che può deflagrare in tutto il Medio Oriente. Eppure, noi europei non riusciamo a giocare un ruolo primario. Secondo lei, cosa manca all’Europa per diventare un player in grado di diventare influente nello scenario internazionale?

Bisogna innanzitutto definire il significato di ruolo primario. Perché la reazione unitaria da parte degli europei è stata sicuramente sorprendente. Se noi, infatti, prendiamo in considerazione la guerra in Ucraina sin dal 2014, possiamo comparare le due diverse reazioni nell’arco di nemmeno un decennio. La non reazione verso la Federazione Russa dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e la reazione successiva all’invasione del febbraio 2022. Se noi facciamo questa comparazione possiamo tranquillamente sostenere che il ruolo giocato dall’Ue rispetto a quanto avvenuto prima è di carattere primario, non fosse altro che primario è l’impegno in denaro, pari a quello degli Usa, se non addirittura superiore dal punto di vista economico. In questo l’Unione europea ha avuto dunque un ruolo sicuramente primario, mentre dal punto di vista militare è evidente che la situazione sia totalmente diversa. Un’unità politica maggiore in grado di portare la condivisione delle forze armate e quindi della diplomazia, sarebbe un incredibile passo in avanti. Un’unione di Stati come l’Unione Europea che non è federata comporta sicuramente che le decisioni politiche restano relativamente efficaci.

Un eventuale esercito comune europeo potrebbe dunque portare un’Europa più autonoma nelle scelte, anche rispetto a Washington?

Certamente. Un esercito comune europeo in grado di condividere anche le decisioni sull’uso della forza significherebbe aver raggiunto un’unità politica indipendente come soggetto politico unitario e ciò ti renderebbe indipendente non solo dagli Usa, ma anche nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Se lei entra in un bar ad Abu Dabi e sfoglia The National, lei trova parlare del nostro contesto in due modi, o degli inglesi o degli europei. Li si percepisce come il soggetto di riferimento sia l’Europa.

Raggiungere un’unità politica indipendente presupporrebbe però una riforma dell’assetto istituzionale dell’Ue. Da noi si parla sempre di Stati Uniti d’Europa, ma l’ipotesi americana è obiettivamente difficile replicarla nel nostro continente, soprattutto fino a quando non si sconfiggerà quel sentimento antieuropeista che permane e non cessa di esistere…

Qui il primo elemento è storico. Gli Stati Uniti hanno avuto quel percorso che parte da zero e va verso l’unità, anzi addirittura che lotta per l’indipendenza. Gli europei hanno una storia politica in cui lo Stato-Nazione ha sconfitto le altre unità politiche (gli imperi, le Regioni ecc.). In Europa gli stati hanno sconfitto i loro rivali. Noi riconosciamo, dunque, le nostre peculiarità nello Stato. Prima che un’ampia riforma istituzionale, è sicuramente necessario un lavoro culturale, volto a far capire ai cittadini e agli stati membri perché è necessario accettare una ridefinizione di sovranità per determinate questioni. Noi leghiamo la nostra identità culturale ancora alla sovranità. Quando si afferma che l’Unione deve essere sovrana significa che si sta cercando di applicare alla dimensione sovranazionale, una concettualizzazione nata per lo Stato. Il fatto di traslare i concetti nati per ragionare sullo Stato, su questa altre realtà politica sovranazionale, significa che ancora dobbiamo fare molta strada per concettualizzare la nostra unità come europei. Tralasciando questa parte teorica, andando sulla parte empirica, pongo io una provocazione. Se la pressione delle potenze esterne, la possibilità della fine dell’alleanza atlantica e di conseguenza la fine della stabilità che ognuno di noi conosce, dovessero diventare sempre più concrete, può darsi che gli europei capiscano che i loro Stati siano semplicemente troppo piccoli per affrontare determinate questioni e che da soli non vanno più quasi da nessuna parte….

A proposito di tematiche importanti. Qual saranno quelli che prevarranno a livello politico?

In primis, sicuramente la discussione dell’agenda politica emersa dopo la pandemia e dalla fase della guerra. Da questi eventi sono emersi elementi di medio-lungo periodo, come il Pnrr. Ad esempio, quale piegatura deve avere la transizione ecologica. Se puntare sul nucleare o no. Poi, da sempre, le elezioni europee partono da una dimensione locale, mettendo in campo i problemi che sono certamente europei, ma che i candidati riportano nella dimensione nazionale.

Guardando, invece, ai leader dei partiti politici europei, non crede che dopo l’uscita di scena di Angela Merkel in Europa vi sia una vera e propria mancanza di leadership?

No, non credo questo. Guardiamo l’altra grande famiglia politica europea ed analizziamo Pedro Sanchez. Le ultime elezioni spagnole erano determinanti sia per il Paese certo, ma soprattutto per l’Europa. Molti avevano, infatti, considerato quelle elezioni determinanti perché poteva nascere una saldatura di governo che avrebbe creato un’inerzia a livello europeo, premiando certi partiti ultranazionalisti ed implicando degli effetti a catena, tra cui la fine dell’alleanza che ha strutturato l’Unione Europea, tra popolari e socialisti democratici. Non è accaduto quanto previsto perché Sanchez, che le elezioni non le ha vinte ma che non le ha nemmeno perse, e ancora lì, e questa è sicuramente una grande capacità di leadership, a livello nazionale, ma che ha avuto i suoi effetti a livello europeo. Se quelle elezioni fossero andate diversamente, oggi parleremmo in un altro modo delle elezioni di giugno.

Ma ci sono altri leader politici in Europa di cui si parla poco. Guardiamo la Moldavia, zona molto sottovalutata per la sua posizione territoriale, dove c’è una donna politica molto abile, salda nelle sue posizioni pro-Europa, che resiste a pressioni fortissime. Sicuramente ci sono stati che individualmente hanno dei problemi, come la Germania di Scholz e la Francia di Macron, soprattutto quest’ultimo che non si è dimostrato un leader europeo. Ma noi siamo un sistema democratico, in cui non si tratta di avere dei “capi”, ma di avere delle democrazie in grado di decidere e di essere efficaci.

Guardando a casa nostra, come arriverà a giugno il nostro presidente del Consiglio, dopo il suo forte impegno in campo internazionale?

 

 

 

A livello nazionale, guardando la situazione politica interna del nostro Paese, arriva nella migliore situazione possibile. Non ha insidie dalle opposizioni, perennemente frammentate tra di loro. Dal punto di vista della proiezione internazionale è stata sicuramente sorprendente, considerato il punto di partenza che esprimeva durante la campagna elettorale del 2022. Lei ha portato avanti una posizione completamente opposta a quella proclamata in precedenza, spesso in contraddizione con quanto detto prima. Arriva alle europee avendo dimostrato grande capacità di muoversi negli scenari politici europei ed internazionali, in grado di sorprendere tutti. Ha compiuto un vero e proprio “blitzkrieg”, direbbe Clausewitz. E questo spiega perché ha questo fronte interno nella sua maggioranza. Il piano di Giorgia Meloni mi sembra sia quello di diventare una leader europea e ad alcuni potrebbe sembrare incredibile per una persona che ha insistito tanto sul termine “nazione” e “patria”. Bisogna, tuttavia, ammettere che se torniamo al Consiglio europeo straordinario che ha deliberato il sostegno di 50 mld, in bilico per un mese attorno al “problema Orban”, pare che lei abbia agito in maniera diplomatica per convincere il premier ungherese e questo gli è stato riconosciuto in Europa. Ma la percezione di questa sua influenza europea è dimostrata anche dall’intensità delle visite della Presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e questo significa che la presidente del Consiglio italiana ha un impatto sulla dimensione europea che è riconosciuto e legittimato a livello internazionale.

 

 

 

 

Francesco SpartàGiornalista e Teaching Assistant

 

 

 

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