Vaticano, il processo anomalo delle “prime volte”. Per il card. Becciu l’unico atto di giustizia è l’assoluzione

Altro che “processo del secolo”, come pomposamente alcuni media lo hanno definito, indulgendo a pigri meccanismi classificatori, senza andare al fondo delle cose. Questo, più concretamente e visibilmente, è il processo basato sull’inchiesta anomala delle prime volte.

È la prima volta che un principe della Chiesa, in questo caso Sua eminenza Giovanni Angelo Becciu, prima Sostituto della Segreteria di Stato poi Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, finisce sotto processo. È la prima volta che un cardinale viene giudicato non da cardinali o comunque uomini di Chiesa ma da giudici laici, pur sottostanti alle leggi vaticane.

La prima volta che si imbastisce – forse nel proposito di chi lo ha costruito-  una sorta di  maxi processo, per reati molto diversi tra loro: infatti non c’è solo il cardinale Becciu ma altre nove persone, e le imputazioni sono diverse, con buona pace delle regole aristoteliche dell’unità di tempo, di luogo e di azione.

E ancora come sottolineato nella loro arringa dagli avvocati del Cardinale, Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione: è la prima volta che il teorema accusatorio viene costruito sulla base di manovre orchestrate da personaggi estranei al processo stesso ma che hanno lavorato in concorso tra di loro per montare accuse infamanti quanto inverosimili, spingendo quello che era stato il principale collaboratore di Becciu, mons. Alberto Perlasca, a scrivere un memoriale accusatorio verso il cardinale.

Le udienze hanno dimostrato senza ombra di dubbio il lavorio nell’ombra di discussi personaggi di dubbia credibilità, avendo avuto, in qualche caso a che fare con la giustizia vaticana riportando anche condanne (e quindi tecnicamente pregiudicati). E questa è forse un’altra anomalia, la più grave, perché ha inquinato tutto il processo ma ne ha al tempo stesso rivelato l’inconsistenza dei rilievi mossi al cardinale.

In un “dizionario del processo” in corso di stampa racconterò per filo per segno queste manovre: una delle “voci” alfabetiche è “anziano magistrato”, Una delle bufale di questo processo, ma rivelatasi una manovra inquinante: mons. Perlasca, una specie di personaggio pirandelliano in quanto c’è un Perlasca uno e un Perlasca due. Il primo, fedele collaboratore di Becciu. Il secondo,  indotto a scrivere, su ispirazione-istigazione e sostanzialmente sotto dettatura, una serie di accuse, illazioni, cattiverie sul cardinale e qualche zelante le ha soffiate perfino all’orecchio del Papa. In dibattimento si è scoperto che questo “anziano magistrato”, che consigliava Perlasca su che cosa mettere nel memoriale, in realtà non era anziano, non era magistrato e non era neanche un uomo: sotto le sue mentite spoglie si celava Francesca Immacolata Chaouquì. Lei stessa, ascoltata dal Tribunale, se n’è quasi gloriata.

 

Le accuse a Becciu  – peculato, distrazione di fondi – sono cadute a una a una durante il dibattimento e tuttavia Il promotore di giustizia (così in Vaticano si chiama quello che in Italia è il pubblico ministero) le ha tenute in non cale, perché non collimavano con il suo impianto accusatorio costruito su teoremi e petizioni di principio. E tutti sappiamo dai nostri studi scolastici di logica che le petizioni di principio partono da un assunto: affermano per vere cose che invece debbono essere dimostrate.

Ecco, questo è il punto: le accuse mosse al cardinale Becciu, e scagliate contro l’imputato come metaforici proiettili, non hanno retto al vaglio del dibattimento. Ma il promotore, ripetiamo, ha esercitato verso le risultanze favorevoli all’imputato un oggettivo meccanismo di rimozione. Se Fogazzaro avesse potuto, grazie alla macchina del tempo, assistere a questo processo avrebbe parlato di “arte insolente della sordità”. Della sordità, si capisce, rispetto alle lampanti dimostrazioni che Becciu non è il personaggio che il promotore ha tentato di dipingere, con accenti e lessico, spesso più in punto di morale che in punto di diritto, talora oltre i limiti posti dalla civiltà giuridica e dal rispetto dall’imputato.

Becciu non ha messo in tasca un centesimo, tantomeno si è arricchito, e alla fine la stessa accusa ha dovuto ammetterlo, non contestando alcunché sul punto al Cardinale. I soldi dati alla Caritas di Ozieri, com’è chiaramente emerso, sono stati impiegati per fini umanitari e caritativi. E allora, si vuole far pagare al cardinale Becciu il semplice fatto che a capo della Cooperativa Spes, da anni braccio operativo della Caritas della Diocesi di Ozieri, sia stato presidente, peraltro a titolo gratuito per molti anni, il fratello Antonino?

Ma quel che ha colpito in questo anomalo processo (noi per rispetto non ripetiamo altre definizioni che ne sono state date: una sceneggiata; un giornale americano addirittura: una farsa) perché rispettiamo il Tribunale e rispettiamo il promotore di Giustizia. E arriviamo, si fa ovviamente per dire, perfino a capire il suo comportamento processuale: trovarsi in un cimento processuale che non gli capiterà forse mai più – essere l’accusatore nientemeno di un Cardinale, di un personaggio ai vertici della Chiesa – lo ha quasi galvanizzato, e quindi ha messo tutto il suo impegno e il suo zelo accusatorio (facendo inorridire Talleyrand, che raccomandava: e soprattutto niente eccessi di zelo). Epperò, che cosa è successo alla fine? Che l’accusatore vedendo la mancanza di prove concrete che corroborassero le sue accuse ha scelto la via del teorema, della costruzione logica che apparentemente sembrava non fare una piega ma che in realtà si è rivelata un pallone che con un colpo di spillo si è sgonfiato clamorosamente.

Per questo, nelle arringhe durate sei ore, gli avvocati difensori Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione hanno rivolto al tribunale questa richiesta: avete processato un innocente, ora per il cardinale Becciu è arrivato il momento di assolverlo.

In una recentissima intervista al Tg1, in esclusiva mondiale (il cardinale si è sempre astenuto dal fare dichiarazioni mentre era in corso il dibattimento), Becciu ha confermato con serenità ma con fermezza la sua innocenza, ha respinto tutte le accuse mossegli, si è dichiarato fiducioso e ha ricordato che lo stesso Pontefice gli ha sempre espresso fiducia.

 

 

In realtà Papa Francesco, che, come capo dello Stato vaticano e quindi primo magistrato, ha dato l’ok a che si aprisse questo processo (il cardinale lo ha anche ringraziato), non solo a Becciu, ricordiamo ma ad altri nove persone con imputazioni e vicende tra di loro diverse, in una intervista alla radio spagnola Cope, emittente della Conferenza episcopale, aveva detto: “Voglio con tutto il cuore che sia innocente. È stato un mio collaboratore e mi ha aiutato molto. È una persona di cui ho una certa stima come persona, quindi il mio augurio è che ne esca bene. Voglio che ne esca bene”.

Alla fine, ci permettiamo di aggiungere, la giustizia trionferà pure, l’innocenza sarà riconosciuta, ma per il cardinale Becciu sottoposto a un procedimento doloroso e basato sul nulla, questo processo, con la conseguente gogna mediatica infamante quanto inverosimile che ne è seguita,  è stato una sofferenza ingiustamente patita, già una pena ingiustamente inflitta.

 

Mario Nanni  – Direttore editoriale

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