Una radice dell’odio che cova nel mondo libero

Il ripugnante massacro di ebrei inermi, perpetrato dai terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023 sul territorio israeliano, e la legittima rappresaglia militare d’Israele hanno innescato dappertutto una catena di reazioni politiche, facendo riemergere un diffuso antisemitismo, anche camuffato da antisionismo, sia nel mondo arabo musulmano sia nel mondo occidentale cristiano.

L’antisemitismo, costituito da mille accuse ai giudei inventate per inspiegabile astio, è alimentato da pregiudizi razziali nascenti anche dall’avversione verso il capitale, che gli ebrei sono accusati di accentrare in ristrette gerarchie capaci di dominare occultamente sul destino dei popoli. Non riesce di capire perché i padroni del mondo abbiano lasciato che il mondo li perseguitasse e assassinasse per secoli. Un perché di pertinenza della psichiatria.

La sequenza delle manifestazioni pubbliche antiebraiche, in piazza e nei media, ha proceduto dall’umana considerazione per le vittime civili fino all’ odio vero e proprio verso gli ebrei in quanto ebrei e in quanto oppressori e uccisori del popolo palestinese. La guerra provocata dai terroristi è stata riguardata alla stregua di una lotta di liberazione non solo contro lo Stato d’Israele ma soprattutto contro l’intera popolazione ebraica di Palestina, per scacciarla “dal fiume Giordano al mare Mediterraneo”.

Le proteste hanno raggiunto il parossismo politico nel mondo libero allorché ne hanno contestato le sistematiche prevaricazioni dei “padroni” all’interno e le piratesche spoliazioni all’esterno. Così le manifestazioni antisemite e antisraeliane hanno preso pure il consunto colore della rivolta anticapitalistica dei non abbienti contro gli abbienti. Sennonché, nulla è più falso di tal genere di sinistrismo retrò e di pacifismi da guerra fredda.

Nelle università, specialmente statunitensi, migliaia e migliaia di figli di papà hanno fatto comunella con gente d’ogni risma contro le disuguaglianze economiche, benché i capi dei terroristi facciano la bella vita, vita di lusso, lontani dai pericoli della guerra che hanno scatenato e i loro poveracci subiscono. Molti amici veri o sedicenti, ma solidarizzanti con i terroristi, governano Stati tra i più ricchi della Terra. Eppure il pauperismo imitativo, ostentato, ringhioso non espone al ridicolo i sodali di Hamas insorgenti nelle città occidentali. Obbedendo a un riflesso condizionato, l’élite e i seguaci asserviscono i pensieri e i cortei antiebraici a certe profonde pulsioni ataviche, ben note dai tempi della lotta tra mondo libero e sistema comunista. Il che esula dalla causa che vorrebbero patrocinare.

Una profonda radice dell’odio, che una parte dei cittadini viventi sotto governi rappresentativi nutre verso la distribuzione della ricchezza nelle democrazie liberali e nei rapporti di queste con gli altri Stati, affonda nell’humus ben concimato dal vecchio Karl Marx con le sue false dottrine economiche, nondimeno tenute per verità assolute da intellettuali, politici, popoli. Il più deleterio, forse, dei postulati economici del marxismo consiste nella teoria del “valore-lavoro”, la quale, benché destituita di fondamento, ha influenzato le menti delle masse fino a plasmarle. La falsità della teoria ha finito per importare nulla mentre la volgarizzata prassi politica è diventata tutto. Si tratta della teoria marxiana dello “sfruttamento”.

Questa teoria presuppone che il lavoro sia l’unica “sostanza valorificante” e pertanto i lavoratori che non ricevono l’intero valore dei prodotti subiscono lo sfruttamento dei capitalisti. Ma è impossibile capire la natura e determinare la quantità di questa “sostanza”. Infatti, se la teoria del “valore-lavoro” avesse il benché minimo fondamento, vorrebbe dire che il profitto dell’imprenditore è sottratto al lavoratore perciò “sfruttato”. Ma tale teoria non è neppure una teoria bensì un postulato indimostrabile che Marx assume come articolo di fede, la sua, e non è il solo della sua filosofia.

Due merci diverse, pur con l’identica quantità totale di lavoro, possono avere differente valore a seconda dei tempi in cui il lavoro viene prestato. Il valore di una merce cambia pure rispetto al luogo. Nell’esempio di un “Dottore” della Scolastica, tutto l’oro del mondo non vale nulla per un assetato nel deserto, mentre uno straricco sitibondo pagherebbe tutto quell’oro per un bicchiere d’acqua. Come precisò poi nelle sue Lectures Adam Smith nel solco di quei pensatori, il compratore al mercato non chiede mai al venditore quanto ha speso per produrre le sue merci, il cui prezzo dipende invece innanzitutto dalla domanda o dal bisogno della merce; poi, dall’abbondanza o dalla scarsità della merce in proporzione al bisogno; infine, dalla ricchezza o dalla povertà di chi richiede la merce. Lo ricorda Alejandro Chafuen in “Cristiani per la libertà. Radici cattoliche dell’economia di mercato”, la perla luminosa di Liberilibri sul liberalismo classico. Solo un’estasi accecante ha potuto impedire al cervello robusto di Marx di capire ciò che era evidente ed assodato da secoli: la formazione dei prezzi.

L’idea devastante dello “sfruttamento”, propalata dal padre del comunismo, ha avuto il successo planetario che non meritava perché falsa e disgregatrice. Nelle società libere viene tuttora dato per scontato in larghi strati della popolazione che chi ha di più lo abbia sottratto a chi ha di meno, confondendosi la distribuzione di ricchezza determinata dalle decisioni politiche con la distribuzione operata dalle scelte del mercato. La prima è imposta coattivamente dalle autorità; la seconda nasce dalla cooperazione spontanea degli individui.  Le risorse impiegate dalla prima sono prodotte dalla seconda. Nello scambio volontario, nessuno sfrutta nessuno, a rigor di termini. Ma piace pensarlo agli epigoni del marxismo.

La credenza dello “sfruttamento” marxianamente inteso appartiene anche al fanatismo antiebraico esploso per i fatti di Palestina. Aiuta i razzisti comunque mascherati e i protestatari rabbiosi a salvarsi l’anima abbracciando l’idolo pseudo morale dello “sfruttamento”. Come ebrei, capitalisti, magnati si arricchiscono alle spalle degli sfruttati, così antisemiti, antisionisti, antisistema rivendicano il diritto di rivoltarsi contro gli sfruttatori anche in nome dei terroristi. Marx sopravvive con il peggio di sé. Il suo cosiddetto “socialismo scientifico” è finito nella pattumiera delle ideologie e della storia. Nondimeno la scia di odio fomentata dalla sua teoria dello “sfruttamento” è diventata parte integrante delle società libere che non gli riuscì di scardinare. In esse serpeggiano frustrazione, insoddisfazione, acredine, immancabilmente addossate ad altri da sé. Sentimenti che vengono non solo spiegati ma giustificati con il pretesto che il semplice provarli dimostra che lo “sfruttamento” c’è, da questo, da quello, da ignoti.

 

Pietro Di Muccio de Quattro

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