Turchia, Bertuccelli: “L’Ue ha responsabilità sull’evoluzione della politica interna”

Intervista al docente dell’Alma Mater di Bologna

Mondo

Ago della bilancia tra Oriente ed Occidente, la Turchia di Erdogan svolge un ruolo fondamentale nelle relazioni internazionali. Sono tanti i dubbi dopo una recente dichiarazione del presidente turco che avrebbe annunciato la sua volontà di ritirarsi dalla politica. Abbiamo parlato con Fulvio Bertuccelli, docente di storia dei paesi islamici presso l’Alma Mater di Bologna e assegnista di ricerca presso la Sapienza di Roma.

Lo scorso otto marzo il presidente turco Erdogan ha detto che entro il 2028 potrebbe ritirarsi dalla politica, si chiude un’era per la Turchia?

Non presterei fede a queste dichiarazioni. Mi spiego: anche se Erdoğan non potrà più rivestire la carica di presidente ritengo che continuerà a giocare un ruolo politico. Molto dipenderà da chi sarà il suo successore e come gestirà l’eredità di più di più di vent’anni di governo che hanno trasformato sensibilmente la realtà del paese.

C’è un successore?

Nel corso degli anni Erdogan non sono mancati potenziali successori alla guida del partito di governo. C’era l’ipotesi dell’ex premier Davutoğlu o dell’ex presidente della Repubblica Abdullah Gül ma si tratta di personaggi con cui Erdogan è entrato in disaccordo portando all’interruzione del loro legame politico.

L’unico successore al momento potrebbe essere Hakan Fidan, l’attuale ministro degli Esteri, che si è dimostrato un politico abile ed esperto riuscendo a confermare il protagonismo della Turchia in diversi scenari e inoltre gode della fiducia dell’Occidente. Si tratta di una delle personalità più filoatlantiche della Turchia in questo momento.

Democrazia, dittatura o via di mezzo: la Turchia cos’è esattamente?

Per quanto sia una definizione vaga credo più giusto definirla “democratura”. In Turchia siamo di fronte ad un regime che ha fatto numerosi passi indietro sui diritti umani e civili ma determinati rituali democratici sono mantenuti, come le elezioni, abbiamo una magistratura e una stampa formalmente indipendenti anche se non immuni dalle pressioni dell’esecutivo. Dopo il referendum costituzionale del 2017 che ha accentrato sensibilmente i poteri nella figura del presidente della repubblica alcuni studiosi e analisti parlano di “autocrazia elettorale”. Vorrei tuttavia sottolineare il fatto che il tema dell’autoritarismo riguarda tutti: la democrazia sta arretrando globalmente, anche all’interno dei confini dell’UE.

Venti anni fa sembrava che la Turchia potesse entrare nell’Ue, oggi qual è il ruolo di Ankara? Un futuro membro dell’Ue o il ponte tra Occidente ed Oriente?

C’è una dichiarazione del ministro Fidan durante una visita in Spagna in cui si conferma l’obiettivo strategico per la Turchia di entrare a far parte dell’Ue. La vera domanda è come intendono agire gli organismi dell’Ue. Ad oggi dobbiamo ammettere che l’Europa non ha una posizione chiara in materia.

Credo che nei primi anni Duemila l’Ue abbia avuto una grande responsabilità sulla questione politica interna della Turchia. In quegli anni molte delle misure in senso democratico erano fortemente influenzate dalla prospettiva di un ingresso nell’Ue. Con il venire meno di questa prospettiva quel processo si è invertito.

Personalmente non ritengo che la Turchia diventerà uno stato membro Ue. Sempre più spesso i leader europei pur confermando la sua importanza strategica da partner, al di là delle dichiarazioni, non prendono seriamente in considerazione la possibilità che l’iter di candidatura iniziato nel 1999 possa sbloccarsi. Ragioni per lo più fondate se pensiamo alla questione dei diritti umani però nello stesso tempo dobbiamo ammettere che c’è sempre stato un pregiudizio di fondo. La Turchia, composta da più di 84 milioni di persone a stragrande maggioranza musulmana, è un candidato scomodo. Prima di tutto per via della sua identità religiosa e in secondo luogo perché il suo ingresso ci sarebbero confini “caldi” per l’Ue, basti pensare alla Siria o al Caucaso, oltre a questioni internazionali irrisolte come quella di Cipro. Se poi contiamo l’ascesa dei partiti di estrema destra in Europa con le loro rivendicazioni identitarie spesso islamofobe si comprende che i margini di manovra sono molto stretti.

Probabilmente le dichiarazioni di Fidan vogliono richiamare l’attenzione sulla necessità di stabilire delle relazioni basate su un principio di reciprocità. La Turchia è l’unico paese candidato che non gode della liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini che si recano in nell’UE (mentre avviene il contrario). Questo è un problema ampiamente sentito dalla popolazione perché, al di là dell’altalena delle relazioni diplomatiche, l’Unione europea e la Turchia sono partner commerciali strettissimi.

La Turchia ha iniziato a farsi conoscere anche come mediatrice, pensiamo ad esempio a quello che sta facendo per riportare la pace tra Kyiv e Mosca… cosa può guadagnare?

Preserva il suo ruolo nell’area del Mar Nero, un’area fondamentale a livello globale. La Turchia è riuscita a portare avanti una politica spregiudicata e in parte efficace coniugando il sostegno all’Ucraina – sostegno armato fattivo – senza chiudere la porta alla Russia. È grazie a questa politica autonoma che Ankara può coniugare il suo ruolo di attore regionale con la fedeltà alla Nato.

Erdogan ha avuto anche voce in capitolo nel conflitto in Nagorno Karabakh? Le recenti parole del presidente azerbaigiano Aliyev lasciano ben sperare…

La cooperazione tra Baku ed Ankara è storicamente forte. Durante i recenti conflitti l’Azerbaigian ha potuto contare sulla fornitura di armi turche (oltre che israeliane) anche perché c’è un interesse geopolitico comune: rendere il Caucaso meridionale uno snodo importante per i flussi di merci ed energie futuri. Pensiamo alla questione del corridoio di Zangezur che è stato individuato da più parti come uno snodo strategico per i flussi commerciali nel continente eurasiatico.

Ha fatto discutere non poco la presa di posizione di Erdogan a difesa della causa palestinese, cosa vuole sottolineare questo atteggiamento? C’erano buoni rapporti con Israele costruiti negli ultimi due anni…

All’indomani dell’attacco del 7 ottobre la reazione di Erdogan è stata molto misurata ed ha intimato a Israele di non eccedere nella sua reazione. L’evoluzione del conflitto ha portato la Turchia a prendere una posizione più intransigente.

Del resto, Erdogan ha investito molto per dare al suo Paese la figura di partner ideale per i Paesi arabi e mediorientali. Sin dall’episodio della Freedom Flottilla nel 2010, Erdoğan si è presentato come paladino della causa palestinese. Ci sono stati importanti effetti sulle relazioni turco-israeliane ma è anche vero che permangono i rapporti economici tra i due Paesi. E questi non si scardineranno così velocemente e facilmente.

Aumentano le tensioni con il Pkk e la collaborazione con l’Iraq nella ricostruzione del Paese…

Questa non è una condotta nuova. Il governo turco ha più volte stipulato accordi persino con il governo regionale curdo iracheno ben conscio che i curdi dal punto di vista politico non sono un’entità unificata. Nei diversi stati in cui i curdi sono dislocati, ci sono partiti che spesso intrattengono tra loro una relazione di rivalità. La Turchia sta continuando una lotta al Pkk e per conseguire il suo obiettivo strategico non ha mai avuto remore ad accordarsi con i più disparati interlocutori. È una scelta di realpolitik già verificatasi in passato.

(N.B. Le opinioni espresse dall’intervistato sono strettamente personali e non si propongono di riflettere le posizioni delle istituzioni con le quali intrattiene rapporti di collaborazione o della testata).

 

Francesco FatoneGiornalista

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