Astensionismo, un nuovo modo per combatterlo: meme e satira politica

Intervista a Mattia Angeleri, fondatore di AQTR (Aggiornamenti quotidiani dalla Terza Repubblica), una delle più note pagine, se non la più nota, di meme politici presenti sui social. L’astensionismo è una ferita profonda per la democrazia. L’algoritmo non decide per noi. Alla luce dei meme, come differisce la strategia comunicativa di Draghi da quella di Conte. Semplificazione del messaggio non vuol dire populismo.

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Le origini della satira risalgono all’antica Grecia, quando Aristofane iniziò ad inscenare delle commedie. Nelle sue rappresentazioni, il poeta mostrò una capacità incredibile di tuffarsi nel reale, di smascherare le ipocrisie, di suscitare la risata con una battuta rapida, con pungenti e taglienti frecciate, con caricature inesorabili, con l’invenzione grottesca e con l’insulto verso i personaggi più eminenti e di spicco della polis. 

La satira ha dunque avuto da sempre un ruolo centrale nella narrazione politica, mettendo in discussione i centri di potere, utilizzando la risata per veicolare verità, seminare dubbi, smascherare ipocrisie ed attaccare i pregiudizi. Se in una prima fase la satira veniva sempre proposta in chiave letteraria o attraverso rappresentazioni teatrali, l’avvento della digitalizzazione e, ancora dopo, dei social network hanno modificato radicalmente il modo di interagire e creare legami tra le persone, investendo anche questa forma comunicativa.

Nemmeno la satira politica è stata infatti risparmiata dal processo di globalizzazione e, ad oggi aprendo un qualsiasi social network o anche solo un sito internet, ci si può imbattere nei meme, ovvero immagini di natura umoristica che ritraggono personaggi noti, scene realmente accadute o di film, serie o programmi TV rielaborate in chiave ironica e creativa prima di essere diffuse sul web.

Tra tutte le possibili interpretazioni della satira, la più interessante è senza dubbio quella politica, terreno fertile dove molti digital creator  (ovvero i creatori dei meme) si sono nel corso di questi anni sbizzarriti a creare vignette satiriche simpatiche ma, allo stesso tempo, in grado di veicolare in maniera rapida e immediata concetti politici anche complessi per renderli facilmente fruibili al grande pubblico.

Aggiornamenti Quotidiani dalla Terza Repubblica è, ad oggi, una delle più note (se non la più nota) pagina di meme politici presenti sui social e, con il gruppo di Agorà Politica, ho avuto la fortuna di conoscerne personalmente il fondatore nelle lunghe serate passate a parlare su Clubhouse, togliendomi diverse curiosità in merito all’uso di questa nuova forma di comunicazione e dell’influenza che i meme hanno raggiunto nel discorso politico.

Nel loro manifesto politico pubblicato sul gruppo ufficiale (qui il link) si definiscono “argine invalicabile e incorruttibile da qualsiasi forma di populismo e sovranismo dei tempi moderni” sostenendo di aver creato una community che crede “nei valori impartiti dalla Costituzione, nell’importanza della collettività a discapito dei più biechi individualismi, nell’uguaglianza dei diritti tra le persone, nell’assenza di frontiere, nel welfare sociale, nell’importanza di una società globalizzata e liberale, nella laicità dello Stato e nell’amore per la democrazia e il ripudio di qualsivoglia forma di fascismo e dittatura”. 

La loro ascesa non è stata in realtà rapidissima: nati nel 2018, hanno raggiunto il grande pubblico soltanto nel 2020 spinti dall’idea che la vera forza di una pagina di satira sia la community e il legame che si crea con i followers. Ho posto alcune domande al fondatore Mattia Angeleri, 26 anni, avvocato e da sempre amante della buona politica, per capire meglio come questo strumento possa avvicinare i giovani alla politica e se, ad oggi, sia ancora possibile fare a meno di questo nuovo strumento comunicativo.

Come e perché nasce l’idea di Aggiornamenti Quotidiani dalla Terza Repubblica? 

Aggiornamenti Quotidiani dalla Terza Repubblica (da ora in avanti AQTR) nasce nel 2018 a seguito delle elezioni politiche nazionali che hanno visto la schiacciante vittoria del movimento 5 stelle. Luigi Di Maio, terminato lo spoglio, era uscito in conferenza stampa sostenendo che questo voto avrebbe modificato per sempre gli scenari politici dando inizio alla “Terza Repubblica”. Da quel momento cominciò un periodo molto lungo di consultazioni che sembrò davvero interminabile: da lì l’idea di aggiornare ogni giorno su Facebook sull’inizio della Terza Repubblica scrivendo un solo post recitante “non è ancora iniziata”.

E poi com’è andata?

Le persone iscritte a Facebook cominciarono ad apprezzare il contenuto, che le tranquillizzava sulla situazione politica e, con una risata, permetteva anche di riflettere sulla complessità del nostro sistema politico ed elettorale. L’avvento di Conte è stato per me un vero spartiacque: da quel momento ho continuato a raccontare la Terza Repubblica attraverso i meme ed ho allargato il team, che oggi conta ben 8 ragazze e ragazzi sparsi per tutta Italia, e l’occupazione dello spazio sul web, aprendo anche una pagina Instagram ed un profilo su Twitter e Twitch. La cosa migliore è che ci divertiamo molto nel creare contenuti, pur consapevoli della responsabilità che tale strumento ha nell’influenzare la community che ci segue.

Questa nuova forma di comunicazione sui social è realmente in grado di polarizzare l’informazione politica? Oggi un politico può prescindere ancora dall’avere canali social (vedi Mario Draghi)? 

La risposta alla prima domanda è certamente positiva. Ci tengo a definire il termine polarizzazione: in fisica, quando qualcosa si polarizza significa che si muove verso un determinato punto, una certa direzione. Ora, con uno strumento comunicativo forte come i meme, che permette di veicolare concetti anche estremamente complessi in pochi secondi, si può creare una narrazione che si inserisca all’interno di cornici già predefinite nella testa di chi fruisce di quel contenuto, veicolando un concetto che magari, dopo una giornata di lavoro, una persona non avrebbe voglia di leggere. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Uno dei temi politici più sfruttati, da sempre, sono le tasse. In questo momento potrei dirvi, con una metafora, che se uno va in un circolo o entra in un’associazione paga una quota per poter usufruire dei servizi e delle strutture che tale associazione offre. Senza quella somma annuale, l’associazione non potrebbe permettersi di offrire un determinato servizio di cui l’associato fruisce. La stessa cosa vale per le tasse, essendo sufficiente sostituire, nella metafora, l’associazione con lo Stato. In alternativa a questa spiegazione, avrei potuto fare questo meme:

 

 

La differenza credo sia evidente: il concetto con il meme arriva nell’immediato e in un tempo pari a 5 secondi, necessari per leggere i tre pannelli. Questa è la genialità di tale strumento comunicativo. A mio avviso, dopo questa dimostrazione, risulta evidente a tutti che un politico che non solo non ha i canali social ma non usa i meme è un politico che non riesce a stare al passo con i tempi e con le nuove tendenze. Non a caso Mario Draghi ha un consenso elettorale molto più basso di Giuseppe Conte, che come sappiamo era estremamente avvezzo all’utilizzo dei social e delle conferenze stampa in streaming. La strategia comunicativa di Mario Draghi, come impostata oggi, non mi sembra in grado di generare consenso attorno alla sua figura.

Hai detto prima che il concetto di meme tende a semplificare un concetto altrimenti complesso in poche battute. Non pensi ci sia una correlazione tra il fenomeno del populismo che dici di voler combattere e l’uso di questi strumenti? 

A mio avviso i due concetti sono da tenere scollegati tra loro, ovvero semplificazione non vuol dire necessariamente populismo. Esistono differenti concezioni di populismo ma la più calzante per descrivere il fenomeno italiano è quella di “movimento culturale che fornisce come ha sostenuto Francesco Marchianò, ne I paradossi del populismo iperdemocratico, “una visione antipolitica della politica fondata sulla critica agli elementi caratterizzanti del partito. Ecco dunque che classi dirigenti, sezioni, organizzazione, struttura, identità, radicamento, appartenenza, tesseramento, sono parole che appartengono a un lessico che viene bandito con l’accusa di essere obsoleto, novecentesco con conseguente fluidità nell’organizzazione che lascia spazio alla fantasia. Se consideriamo in tale accezione il populismo ben si comprende come la semplificazione concettuale effettuata con i meme non deve essere necessariamente populista. 

In sostanza con il meme che cosa si può far circolare?

Il meme permette semplicemente di veicolare un’idea, anche estremamente istituzionale, in maniera facile, rendendola fruibile a tutti. Questo non tanto perché la popolazione non è in grado di comprendere concetti complessi quanto piuttosto perché il mondo è frenetico e i tempi appaiono ridottissimi: meno tempo ho, meno attenzione dedico a quello che non rientra tra le mie priorità. Il bravo comunicatore deve pertanto saper sfruttare al massimo il poco tempo che ognuno mette a disposizione per ciò che sta al di fuori delle priorità, tra cui oggi rientra senz’altro la politica vista l’ampia disaffezione verso tale scienza. In sintesi e per concludere il pensiero possiamo dire che la semplificazione del concetto può veicolare concetti populisti ma anche concetti, all’opposto, estremamente istituzionali. Il meme è uno strumento, un mezzo e, come tutti i mezzi, può essere utilizzato in maniera diversa a seconda del fine.

Ho letto il vostro manifesto politico. Nelle parole intravedo l’idea di consolidare una base sui social che apprezzi realmente i contenuti proposti e che si avvicini alla politica per poi non abbandonarla più per tutto il resto della sua vita. È così o sono andato oltre?

Quando ho scritto il manifesto, nella mia testa c’era la volontà di convogliare tutte le anime presenti nella community senza abbandonare quello che è (e continua ad essere) l’obiettivo che mi spinge a fare un certo tipo di narrazione, ovvero la volontà di ridurre l’astensionismo, ferita profonda per la democrazia. A prescindere dal voto verso un certo partito o un altro, la disaffezione nei confronti della politica è purtroppo tangibile e deve essere arginata.

A che cosa è dovuto, secondo te, l’astensionismo?

A due differenti fattori: da un lato, vi è l’innegabile sfiducia verso le istituzioni e i partiti, ben riassunta nella frase di Emma Goldman “se votare contasse realmente qualcosa, lo renderebbero illegale, sintomo di un malessere psicologico intriso dall’idea che votare non apporti alcuna differenza positiva alle vite dei singoli; dall’altra, credo manchi anche la capacità da parte dei partiti di saper comunicare efficacemente le idee e di saper compiere delle scelte di campo nette che permettano alle persone di immedesimarsi all’interno di una cornice di ideali. Servirebbe, per prendere a prestito un’espressione di Stefano Bonaga, un partito in grado di solidificare la società liquida.

In questo panorama certo non incoraggiante cosa possono fare i social?

Ora i social network e i meme hanno sicuramente una significativa rilevanza e sempre di più ne avranno in futuro ma l’algoritmo non decide per noi: questo è il tema principale. Si può bombardare l’elettore con flussi comunicativi aggressivi ma questo non lo porterà a votare se nella sua mente non si riesce a far scattare l’interesse per la politica, che deve poi essere interiormente rielaborato portando alla formazione di un pensiero autonomo. Quello che mi piacerebbe e mi prefiggo di fare è riuscire a portare di nuovo le persone a votare, avvicinandole in maniera semplice e divertente. Quando la gente si diverte si interessa più facilmente e poi approfondisce.

Il modello che hai descritto rivoluzionerebbe il modo di fare politica e farebbe sicuramente gola ai partiti. Pensi che un giorno inizieranno a “copiare” ed utilizzare questa forma di comunicazione?

Lo penso perché già accade. La destra investe da tempo somme di denaro significative su queste forme di comunicazione per poterle studiare e comprendere come meglio utilizzarle. Un discorso similare può essere fatto per i Cinque stelle che da sempre hanno utilizzato i social come forte strumento di propaganda, utilizzando soprattutto i gruppi Facebook come cassa di risonanza; nella loro comunicazione hanno spesso utilizzato meme che non amo e definisco “distruttivi” in quanto finalizzati solamente a screditare l’avversario piuttosto che veicolare concetti e idee. L’ala sinistra invece se ne sta completamente disinteressando, ritenendo tale strumento comunicativo frivolo, contrario all’idea di politica, senza comprenderne l’enorme portata rivoluzionaria che può avere nel discorso politico a causa del loro snobismo.

Pensi che i partiti alla fine capiranno limportanza dell’uso dei meme?

I tempi per alcuni possono apparire ancora leggermente acerbi ma in tutte le cose esistono sempre dei precursori che lanciano delle tendenze e sono sicuro che, non appena si riuscirà a comprendere la rilevanza che i meme possono avere sull’elettorato, tutti i partiti cominceranno ad utilizzarli. Il mio unico auspicio è che, quando diventeranno nazional popolari e si diffonderanno anche in fasce d’età over 35/40, vengano utilizzati in maniera responsabile per evitare distorsioni controproducenti e tali da danneggiare il sistema piuttosto che arricchirlo. 

 

Anass Hanafi –Fellow German Marshall Fund of the United States e membro dei Global Shapers del World Economic Forum

 

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