Il “Tramonto dell’Occidente” tra civiltà scomparse e dimenticate

Partendo dalle ultime scoperte archeologiche di San Casciano Bagni, un lungo racconto-apologo sulle civiltà perdute e riscoperte

Gli ultimi ritrovamenti archeologici di San Casciano dei Bagni sono stati definiti come “Una scoperta che riscriverà la storia’. Potrà essere meglio compreso, infatti, il mondo degli Etruschi la cui civiltà continuò a convivere con quella di Roma, prima di esserne definitivamente assorbita.

La storia, in una celebre formulazione di Vico, è un ciclo di corsi e ricorsi. Spengler nel suo ‘Il tramonto dell’Occidente’ (Der Untergang des Abendlandes) pubblicato nella versione definitiva del 1923, considera otto civiltà del passato. In tutte queste individua delle caratteristiche comuni: in media durano circa un millennio e attraversano delle fasi che corrispondono a quelle della vita di un individuo. Gli inizi sono caratterizzati da aspetti che richiamano la giovinezza, così come la conquista di una maggiore consapevolezza corrisponde alla maturità. Alla fine giunge però la decadenza (Zivilization), con l’inevitabile declino. La civiltà occidentale, secondo Spengler, è in una fase di decadenza avanzata.

Questa linea di pensiero è stata ampiamente discussa anche in modo controverso per giungere, infine, ad una conclusione che oramai si tocca con mano. Galimberti nel suo ‘Il tramonto dell’Occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers’ del 2017, scrive “Sta forse giungendo a compimento il senso espresso dalla nostra cultura che, come dice il nome, è ‘occidentale’, cioè ‘serale’, avviata a un ‘tramonto’, a una ‘fine”. Se l’uomo sopravviverà a se stesso, anche la nostra sarà nel futuro una civiltà scomparsa?

L’archeologia è la scienza prima che ci mette a contatto con il passato e ci obbliga a sperimentare una delle più complesse esperienze: il senso dell’impermanenza. Affascinante come la fantascienza, a differenza di quest’ultima si fonda sulla realtà dell’essere anziché di quella del possibile e ci permette di studiare civiltà che ci hanno preceduto nel tempo e, talvolta, non sono solo scomparse, ma sono state anche dimenticate. Il mondo degli Ittiti è stato, di questo, un esempio. Fino alla seconda metà del XIX secolo se ne sapeva pochissimo. Bisognava ricorrere alla Bibbia, che ce li inquadra così: ‘Gli Ittiti, gli Amoriti e i Gebusei occupano la montagna. I Cananei le coste marine e le rive del Giordano (Numeri, 13, 29).

Nel 1834 Charles Texier scopre il sito di Boğazköy ed il santuario di Yazilikaya. Quasi contemporaneamente, nel 1835, William John Hamilton scopre quello di Alaca Höyük. Nessuno dei due si rende conto che hanno scoperto i resti di due città ittite. Il filologo britannico Archibald Sayce considera, per primo, che i due siti ritrovati, come anche alcuni monumenti della Siria del Nord, siano da attribuirsi a un’antica civiltà e a un popolo, gli Ittiti, cui iscrizioni egizie del Nuovo Impero si riferiscono con l’appellativo di ‘Heta’.

L’archeologo francese George Perrot inizia successivamente i primi lavori scientifici su questi siti dell’Anatolia centrale ed effettua i primi scavi in Alaca Höyük. Identifica, inoltre, Boğazköy come Hattusa, la capitale degli Ittiti.

Ernest Chantre prosegue poi le ricerche alla fine del XIX secolo e scopre le tavolette in scrittura cuneiforme degli archivi reali. Ai primi del XX secolo gli scavi del tedesco Hugo Winckler e le decodificazione linguistiche dell’orientalista ceco Bedřich Hrozný aprono definitivamente le porte di un mondo sconosciuto: lo studio della storia degli Ittiti ha inizio. Ancora oggi, tuttavia, i loro geroglifici (geroglifici luviti) necessitano di studi e approfondimenti e non vi è spiegazione (solo supposizioni) che giustifichi la misteriosa sparizione di questo popolo.

É certo che gli Ittiti si installano in Anatolia nel corso del terzo millennio a. C. e che si organizzano in forma decentrata, tramite città-stato indipendenti facenti capo ad Hattusa. Questa, che il re Hattusili I vuole come capitale del proprio regno, è di probabile fondazione anteriore al loro insediarsi; è nel cuore di una regione montagnosa (150 km ad est dell’attuale Ankara) dal clima rigido e possedeva una cittadella, Büyükkale, residenza reale dal XVII secolo a.C. Il grande tempio si trovava nella città bassa ed aveva due aule di culto, dedicate rispettivamente al Dio dell’Uragano ed alla Dea del Sole. All’apogeo della potenza ittita, nel corso del XIV e XIII secolo, la città raddoppia la sua estensione e sono edificati nuovi templi e luoghi sacri e la ‘Dea del Sole di Arinna’ è ripetitivamente invocata in testi degli annali di Mursili II: ”O Dea del Sole di Arinna, mia Signora, stammi accanto e distruggi davanti a me i nemici dei Paesi che ci circondano”.

Per cinque secoli gli Ittiti (1650-1190) sono una potenza egemonica che si estende sull’Anatolia e la Siria del Nord. Sotto Suppiluliuma I, Mursili II, Hattusili III e Tudhaliya IV sono condotte le più importanti campagne di annessione che implicano conflitti con gli Egizi e le colonie da questi possedute nell’area. Durante tale periodo, comunque, gli scambi commerciali e culturali nel Mediterraneo orientale sono continui. Ciò porta allo sviluppo di un’arte ufficiale che trova il suo apice nella scultura monumentale, nella metallurgia e nell’orificeria e che, espressione del proprio potere politico e religioso, fa propri influssi provenienti dall’Egitto, dall’Egeo, dalla Siria e dalla Mesopotamia, facendoli confluire in quella che si è giunti a definire quale ‘arte internazionale della recente età del bronzo’.

 

L’imporsi, tuttavia, degli Ittiti quali principali attori obbliga a confronti con i Babilonesi, i Mitanni ed in particolare gli Egizi. Mursili I mette a sacco Babilonia nel 1595 ponendo fine alla successione di Hammurabi sulla regione. Il conflitto frequente con gli Egizi suggerisce passi diplomatici volti a creare un’alleanza. I celebri testi d’Amarna, ritrovati in Egitto, ci documentano come l’espansionismo ittita in Siria si scontri, infatti, dal XIV secolo con gli interessi egiziani.

Un patto d’amicizia, tramite matrimonio, sembra cosa fatta quando Suppiluliuma I riceve una lettera dalla vedova di Tutankhamon che auspica di potersi rimaritare con uno dei suoi figli. Il principe Zannanza parte per l’Egitto, ma è misteriosamente assassinato durante il viaggio. Suppiluliuma accusa gli Egizi; il nuovo faraone Ay nega ogni responsabilità, ma ciò non basta. É l’inizio di un periodo di pesanti tensioni che dureranno cento anni. Nel 1274 è la volta della battaglia di Kadesh in cui si affrontano il re ittita Muwatalli ed il faraone Ramses II e di cui vi sono descrizioni in papiri del grande ciclo narrativo egiziano. Dopo tale cruento scontro i due popoli sceglieranno una pace duratura che perdurerà fino alla caduta dell’Impero ittita.

Hattusili III riesce, infatti, a concludere quanto era stato impossibile al suo predecessore e stipula il matrimonio di una principessa ittita con lo stesso Ramses II. Intanto, già sotto Suppiluliuma I erano diventate prospere importanti città quali Damasco ed Aleppo, Ugarith e Karkemish. Per organizzare i propri possedimenti che si estendono dalla Siria del Nord a Kadesh (Sud) e all’Eufrate (Est) Suppiluliuma mette a capo i suoi due figli, Telepinu ad Aleppo (gran centro religioso del Dio dell’Uragano) e Piyasili a Karkemish, al fine di sorvegliare i territori siriani.

Da qui la preminenza di Karkemish che vede il succedersi di viceré ittiti fino alla fine dell’impero ed oltre. Verso il 1180 si susseguono eventi che producono cambiamenti radicali. Hattusa viene abbandonata per destinazione ignota e grandi città come Alalakh e Ugarith sono distrutte. Gli attacchi dei Frigi dall’Ovest, dei Kashka, nemici di sempre, dal Nord, e dei così detti Popoli del Mare, oltre a difficoltà di approvvigionamento di grano proveniente dall’Egitto sono le cause considerate più probabili della scomparsa dell’Impero.

Contemporaneamente altri eventi si succedono e modificano gli equilibri dell’area: l’Egitto abbandona le proprie colonie e alla dinastia kassita che governava Babilonia da 500 anni, si sostituiscono gli Elamiti provenienti dall’Iran. Il sistema decentrato ittita, permette, tuttavia, la sopravvivenza di altre città dell’ex impero, mentre, intorno al XII secolo, una miriade di piccoli stati nasce sugli antichi territori. Discendenti degli Ittiti governano Karkemish e Malizi e i reami di Gurgum, e Kummuh sono guidati da re d’ascendenza ittita. In Siria, al contrario, la maggior parte dell’impero passa sotto il dominio d’un popolo di lingua semita che da nomade diviene stanziale: gli Aramei.

Il Deuteronomio (26,25) ci documenta questo passaggio con la frase di Mosé: ‘Mio padre era un Arameo errante’. Questi piccoli reami diventano di fatto eredi degli Ittiti, adottandone i nomi e la lingua, inclusi i geroglifici luviti, nonché le acquisizioni artistiche ed architettoniche. Le iscrizioni del periodo testimoniano prima il coesistere e poi il passaggio dai geroglifici luviti alla scrittura aramaica (ceppo semita), alfabetica e corsiva, destinata, successivamente, ad imporsi.

 

Grazie agli studi sulle iscrizioni cuneiformi che accomunano la lingua ittita e quella babilonese, l’austriaco Friedrich Hronzy, nel 1915, scopre la riconducibilità dell’idioma parlato al ceppo indo-europeo, ma solo recentemente (1999-2000), gli studi di Hawkins e Çambel tentano una decodificazione translitterale, scontrandosi, tuttavia, con la complessità ed anche l’indecifrabilità dei geroglifici luviti che, da pittogrammi semplici e da concetti da essi deducibili, possono giungere a coprire uno spettro di differenti significati non correlabili all’immagine e il cui senso resta sconosciuto.

Urartu (Armenia), Fenicia e in particolare Assiria sono le potenze che circondano i territori controllati dai re neo-ittiti e aramei e che incarnano il più temibile pericolo. Si crea un fronte anti-Assiri formato da urartei, neo-ittiti ed aramei. Ciò, tuttavia, si rivela inutile. Gli Assiri conquistando uno per uno i piccoli stati pongono fine al periodo neo-ittita ed arameo dell’area. L’avvento successivo di grandi poteri che accentrano su di sé l’attenzione della storia (Assiri, Egiziani e Roma) fa sì che un velo lungo millenni si stenda su questi piccoli reami che vengono dimenticati.

Nel 1899 il barone Max Freiherr von Oppenheim è in Egitto per conto del governo tedesco. Decide di compiere un viaggio di studio in Mesopotamia. Parla correntemente l’arabo ed ha amici in loco. Invitato a cena da Sottam Ibn Shalan e da Ibrahim Pasha, sente parlare di un luogo, a nord della Siria attuale, da cui emergono misteriose teste d’uomo e di animali. Si reca sul posto e si impegna a ritornarci per effettuare scavi, ottenuti i permessi dall’Impero Ottomano con cui la Germania è, all’epoca, alleata.

Nel 1911, nel sito di Tell Halaf, emerge Guzana, città aramea dell’XI secolo a.C. Vengono alla luce la cittadella, il sontuoso palazzo del re Kapara, i centonovantaquattro ortostati d’accesso che, scolpiti in bassi rilievi alternanti basalto nero a calcare rosso, componevano un fregio narrativo fatto di immagini di piante, animali, divinità e scene di vita quotidiana; emergono statue d’incredibile forza ed imponenza, straordinari reperti che ci informano della ricchezza iconografica e delle influenze stilistiche ittite, siro-anatoliche, mesopotamiche ed assire.

Memorabile è il ritrovamento della così detta ‘Dea in trono’, che è in realtà una statua funeraria, alla quale Von Oppenheim amerà riferirsi come alla ‘mia bella Venere’. Gli scavi proseguono fino al 1913. Von Oppenheim fa costruire un piccolo museo ad Aleppo con l’intento di ritornarvi al piú presto. La guerra interrompe il progetto e solo nel 1927 gli sarà concesso di ritornare, dopo essere finalmente riuscito ad accordarsi con la Francia cui, a seguito del primo conflitto mondiale, i ridisegnati confini attribuiscono l’area. Trova il sito, divenuto terreno di lotte tra francesi e nuove forze nazionaliste turche, devastato e saccheggiato. Previ nuovi accordi, gli è concesso di trasferire parte delle sculture a Berlino.

 

Viene fondato il Tell Halaf Museum, in Charlottenburg, che apre nel 1930 negli spazi di una antica fonderia e che si pone come una delle prime riconversioni di un sito industriale in sito culturale. Le sculture vengon disposte in modo da riprodurre l’entrata maestosa del palazzo ovest. I visitatori non mancano; tra di essi vi è Agatha Christie con il marito, l’archeologo Max Mallowan, e Samuel Beckett che trova il Museo superbamente demoniaco e sintetizza così, sul libro aperto ai visitatori: “great chunks of stones, monstruous animals, God+Goddesses… all bundled somehow together in an engine shed”.

Nel novembre del 1943 una bomba alleata al fosforo centra in pieno il Museo provocando un incendio. L’acqua fredda delle pompe azionate per spegnerlo impatta i basalti arroventati dei reperti e fa esplodere in migliaia di frammenti le sculture. Ne sono raccolti 27000 che vengono accatastati nei magazzini del Pergamon Museum di Berlino. Von Oppenheim muore tre anni dopo con la speranza che si possa ridare forma ai minuscoli reperti, ma per circa sessant’anni non vi verrà posta mano.

 

Dopo il crollo del muro di Berlino, si incomincia a coltivare un disegno di recupero. Tra il 2000 ed il 201

0, grazie all’impulso della Fondazione Von Oppenheim ed al Pergamon Museum, nasce il vero e proprio progetto. Una équipe specializzata composta da tre archeologi, diciotto tecnici del restauro ed un mineralogista riesce, con un lavoro certosino, a ridare forma al patrimonio archeologico perduto.

Il Louvre in collaborazione con il Metropolitan di New York, il Pergamon Museum di Berlino, il Museum of fine Arts di Boston, il British di Londra, la Fondazione von Oppenheim di Cologna, il National Museum di Copenhagen ed altri Enti ancora, è stato in grado di concentrare, nella mostra ‘Royau

mes oubliés’ (15 aprile-29 luglio 2019), reperti inestimabili che ci hanno narrato la storia e i segreti di queste civiltà cadute nell’oblio, di cui troppo poco si sapeva.

 

 

Queste meraviglie, nascoste per millenni e ora ritornate in luce, molto possono insegnarci sulla fragilità dell’Uomo, su come anche significative civiltà possano essere dimenticate e su quel viale del ‘tramonto’ cui il nostro Occidente sembra essere destinato.

 

Maurizia Leoncini – Freelance Journalist

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