Putin, Pajetta e il fantasma di Togliatti

27 novembre 1947. Il ministro dell’Interno Mario Scelba rimuove il prefetto di Milano Ettore Troilo. Non si tratta di un Pinco Palla qualsiasi. Volontario nella Grande Guerra, avvocato, collaboratore di Giacomo Matteotti, partecipa alla difesa di Roma nel settembre 1943 e comanderà la brigata partigiana Maiella. Ma è l’ultimo prefetto di nomina politica. E Alcide De Gasperi, dopo lo sbarco dei socialcomunisti dal governo nel maggio del 1947, intende voltare pagina. Così la scelta cade su un prefetto di carriera: Vincenzo Ciotola, fino ad allora prefetto di Torino.

Questa decisione scalda gli animi.

Il vento del Nord spira ancora, ancorché non più come una volta. E per protesta si dimettono in massa il sindaco socialista di Milano Antonio Greppi, nominato dal Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia, e un buon numero di sindaci della provincia di Milano. Ma il peggio deve ancora arrivare.

Dopo anni di carcere, Giancarlo Pajetta ha il fuoco nelle vene. E, senza pensarci su due volte, ha la bella pensata di occupare la prefettura di Milano alla testa di un manipolo di militanti comunisti armati fino ai denti.

Raggiante per la bravata, telefona a Palmiro Togliatti e gli comunica l’evento. Il Migliore ascolta infastidito il compagno di partito. Dopo di che, se ne esce con questa sarcastica battuta: “Bravo, e adesso che te ne fai?”. Ma come, Togliatti ostenta la linea legalitaria del partito allo scopo di non impaurire i moderati, di vincere le elezioni del 18 aprile 1948 e di dare un calcio nel fondoschiena al “cancelliere” De Gasperi, e Pajetta che ti fa?  Gli rompe, con la sua impulsività, le uova nel paniere.

La disgrazia di Putin è quella di non avere come suo consigliori, se non un Togliatti in carne ed ossa, almeno il suo fantasma.

Altrimenti il Migliore si sarebbe così espresso: “Caro Putin, te lo dico da comunista a comunista, tu hai combinato sfracelli per conquistare nella migliore delle ipotesi un lembo del territorio ucraino, come avrebbero fatto gli zar del tempo andato. Bravo, e adesso che te ne fai? Più che un delitto, la tua guerra è stata un errore. Ti sei messo contro la tua gente colpita dalla recessione e dall’inflazione provocata dalle sanzioni tutt’atro che inique. Ti sei messo contro gli oligarchi, carne della tua carne che hai nutrito ben bene in questi anni, ai quali non arride più una vita dorata”.

“E ancora. Ti sei messo contro i familiari delle vittime del tuo esercito di Franceschiello, che non potranno seppellire i loro cari. Ti sei messo contro una Unione europea nella quale non ti mancavano gli amici, per amore o per interesse. Addirittura contro il mondo intero, indignato per il comportamento del tuo esercito, che ha fatto stragi a non finire in tutti i territori occupati.

E Biden con te ce l’ha a morte e lancia le più fosche previsioni. Ti vuole ridurre in ceppi davanti a un tribunale come criminale di guerra sull’esempio di Norimberga.

Insomma, hai combinato tutto per nulla.

E adesso, pover’omo? Ah, questi giovani! Almeno Stalin, pace all’anima sua, mi stava a sentire. Ma pensi davvero di procedere all’insegna di molti nemici, molto onore?

Chi se ne fece portavoce non ebbe fortuna. E tu rischi la poltrona e la ghirba. Per la gioia di Biden”.

Il guaio è che Putin fa orecchie da mercante. Peggio per lui, avrebbe reagito il fantasma del Migliore…

 

Paolo Armaroli – Professore ordinario di Diritto pubblico comparato, docente di Diritto parlamentare, già deputato

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