Pino Nano: vi racconto chi è Nicola Gratteri, nuovo Procuratore di Napoli. Un magistrato osannato e discusso, ma il Csm lo ha definito “un simbolo” antimafia

Quasi una mini biografia, con tanti aneddoti e vita vissuta, scritta da un giornalista che lo conosce e lo segue da anni, nei suoi pregi e difetti, illustrati con amicizia e libertà

Io ho le spalle molto larghe, un sistema nervoso d’acciaio, non ho nessun problema di salute, faccio questo lavoro dal 1986, vivo sotto scorta da trent’anni, non vado al mare da almeno vent’anni, e da vent’anni non vado in un cinema, immagini lei se posso dunque preoccuparmi di queste provocazioni. Sono allenato a qualsiasi cosa, e reggo qualsiasi tipo di provocazione. E soprattutto, non faccio, e non farò mai falli di reazione, perché in Calabria e in Italia ho tanti provocatori che sistematicamente e scientificamente ogni giorno ci provano con me, ma perdono solo tempo. Si devono solo rassegnare, e cercare, ma questo vale per ognuno di noi, di essere onesti”.

Questo è il Nicola Gratteri magistrato che più amo.

Tutto questo mi torna in mente mentre (l’altro) il CSM lo nominava nuovo Procuratore della Repubblica a Napoli, una partita per niente scontata per lui, e che a tratti di questo percorso tortuoso sembrava anche vederlo perdente. Ma alla fine ha vinto lui e la sua storia.

 

 

                           Gratteri icona popolare

 

 

Nicola Gratteri ha il carattere peggiore che si possa avere. Caparbio, ostinato, testardo, cocciuto, insistente, irremovibile, inflessibile, irriducibile, costante, puntiglioso, duro, incaponito, fissato, a volte anche scontroso e irritante. Ma l’uomo ha una dote unica, che è la modestia. Questo lo mette nelle condizioni ideali per discutere di qualunque cosa e con chiunque. Gli consente di ricevere chiunque bussi alla sua porta, soprattutto i più deboli e i più soli, e di ascoltarli come se non esistesse nulla di più importante al mondo.

Modestia e determinazione, insieme. Ma è proprio questa sua straordinaria capacità dell’ascolto, che fa oggi di Gratteri in Italia un’icona popolare.

Amato, platealmente amato e ammirato, pubblicamente osannato e invidiato, guardato con rispetto quasi sacro da intere generazioni di giuristi, giudicato e moltissime volte anche contestato, ma considerato dalla folla anonima delle nostre città quasi un fratello più grande, additato e giudicato dai filosofi contemporanei come il vero grande innovatore del processo penale in Italia.

L’altra grande dote, che ha contribuito a fare di lui oggi un’icona popolare, è il coraggio straordinario delle sue idee, e questo senso della libertà personale che Gratteri non nasconde mai, anzi che sbandiera e racconta dovunque egli vada, questa fede assoluta nel diritto, questo suo vangelo personale che predica da quando era ancora studente in legge all’Università di Catania,  questa sua sfrontata capacità di contraddire i potenti, e di mettere in berlina il “sistema politico”, sbattendo in faccia le mille porte che gli si sono aperte in questi anni e dietro le quali, coccolato e ricoperto di mille lusinghe, aveva probabilmente intravisto o subodorato lo spettro dell’inganno.

 

 

 

Gratteri- gli va riconosciuto- ha un carisma che gli permette licenze mai consentite o mai permesse prima d’ora a nessun altro. È il caso della denuncia pesantissima che un anno fa lo vide protagonista sui grandi giornali italiani contro il mondo dell’informazione.

“La mafia -si lascia sfuggire Gratteri- ha deciso di investire i suoi enormi capitali anche nell’acquisizione di quote societarie dei grandi circuiti televisivi, dei grandi network privati, dei giornali e delle TV più influenti del Paese”. Come dire? La mafia ha deciso di controllare e condizionare anche le coscienze popolari di un Paese civile come il nostro. Ma sarebbe la morte della democrazia.

Ma è proprio dei mesi scorsi un’altra denuncia coraggiosissima, questa volta diretta da lui contro i vertici della burocrazia regionale in Calabria.  “La mafia? Attenti a non sottovalutare il mondo dei grandi burocrati regionali, perché la mafia – tuona Gratteri – è una piovra che ha assediato anche il cuore vero del potere amministrativo regionale”.

La mafia, insomma, ci spiega Gratteri, non è più fatta di coppole e lupara come per anni si è immaginato questo fenomeno, ma questa volta è sostanzialmente caratterizzata dalla presenza e dalla volontà di manager e burocrati pubblici di alto lignaggio.  Analisi, denunce e verità pesantissime, a cui però nessuno ha mai trovato il tempo e il coraggio di rispondere o di controbattere.

Questo non fa che accrescere sempre di più il suo carisma e la sua autorità morale. Ma questo fa di lui anche una sorta di profeta laico, di maestro di vita, di saggio del paese, un uomo a cui affideresti senza nessun dubbio ogni problema di sorta della tua vita, qualunque sia il risultato finale.

 

 

 

                      Gratteri e le sue radici

 

 

C’è una “parola” che nella sua vita conta più di mille altri. La parola è “radici”.

Lo spiega bene lui stesso allo scrittore Antonio Nicaso, in un libro firmato a quattro mai con lui, e dal titolo emblematico “La Malapianta”: “Le radici sono tutto”.

Non poteva naturalmente mancare il riferimento diretto ai genitori, e soprattutto alla mamma: “Mia madre e mio padre mi hanno fatto capire l’importanza del sacrificio, dell’onestà e dell’amore verso il prossimo”. Oggi lui è esattamente l’immagine riflessa di quegli insegnamenti antichi.

“Da mio padre ho preso la rettitudine, ma anche la sobrietà dei sentimenti”. Erano anni difficili in Calabria, quando pareva persino di offendere qualcuno nell’ostentare la propria gioia:

“I miei mi dicevano sempre: “Pari Bruttu”, sembra brutto gioire eccessivamente, faremmo un torto a chi sta peggio…”.

Figlio della miseria endemica di quegli anni, Nicola Gratteri cresce in una famiglia dove il lavoro era tutto.

“Mio padre aveva comprato un piccolo camion con cui trasportava cereali e ghiaia nei paesi della Locride, poi rilevò un negozio di generi alimentari da suo zio e incominciò a vendere pasta, ma anche vino”:  Ma man mano che gli anni passano la vita per loro si farà sempre più difficile: “Gli ultimi quindici anni mio padre li ha vissuti su una sedia a rotelle, in seguito ad un ictus che lo privò della parola”.

 

 

Ma è da suo padre che Nicola Gratteri acquisisce per intero il senso della solidarietà verso gli altri. È quasi commovente il racconto che ne fa ad Antonio Nicaso: “Ogni anno mio padre ammazzava due maiali, uno era per la famiglia, l’altro era per i potevi. Era una festa, c’era il senso della comunità”. Così come suo padre non si preoccupava mai del fatto che in paese, a Gerace, la gente fosse così povera da non poter sempre pagare la pasta che andava a comprare al suo negozio. E allora, chi comprava chiedeva a suo padre una specie di prestito sulla parola, suo padre dava loro la pasta o il vino che gli chiedevano di poter acquistare, e puntualmente segnava su un quaderno i nomi dei suoi creditori: “Pagavano una volta all’anno generalmente, con i soldi ricavati dalle vendite delle bestie alla fiera della Madonna del Carmine, nella seconda metà del mese di luglio”, e per giustificare il ritardo con cui la gente del paese pagava non faceva che ripetere ai figli: “Poveretti, devono mangiare pure loro”.

Il giovane Nicola cresce così, in questo ambiente naturale dove la gente comunicava in silenzio, comunicava il più delle volte con lo sguardo, con il saluto, con il gesto di togliersi il cappello in segno di rispetto verso gli altri, e come tutti gli altri suoi coetanei quando le scuole chiudevano anche lui andava a cercarsi qualcosa da fare. Prima va a imparare a fare il calzolaio, poi l’estate successiva sceglie di andare a imparare a fare il meccanico, poi ancora il panettiere e il manovale: “Ho imparato a stare e a vivere tra la gente, a capire l’importanza del lavoro e del sacrificio”.

“Oltre a essere vispo, studiavo poco. Avevo una memoria di ferro e riuscivo a ricordare tutto ciò che gli insegnanti dicevano in classe. Poi, arrivato a casa, prendevo la bicicletta e pedalavo per ore. Ogni tanto giocavo anche a calcio, ma non ero bravo. Ero cicciottello. Facevo il terzino e fermavo gli attaccanti più con la stazza che con la tecnica”.

Infine, il grande amore per la motocicletta. “Comprai un ciclomotore e cominciai a provare l’ebbrezza della velocità. Correvo come un pazzo”. Finché nel 1974, facendo una inversione non consentita, viene travolto da un’auto in corsa. “L’impatto fu tremendo. Sono stato in coma per dodici giorni, e tre mesi senza camminare”. Ma la conseguenza peggiore fu un’altra. Suo padre legò il motorino ad una trave del vecchio garage di casa, e gli impose di cambiare vita.

 

                Gratteri da Rudolph Giuliani

 

 

Se fosse nato e cresciuto a New York oggi Nicola Gratteri negli States sarebbe molto più famoso di quanto non lo sia stato a suo tempo Rudolph William Louis Giuliani, che all’età di appena 27 anni era già diventato Procuratore Distrettuale a Manhattan, e subito dopo assistente personale dell’allora Vice Ministro della Giustizia a Washington, l’uomo che nel 1983 il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan aveva fortemente voluto Procuratore Federale del South District di New York, e che subito dopo poi diventerà amico personale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nella grande caccia alla mafia che aveva infestato l’America.

Ma tutto questo Rudy Giuliani lo capì immediatamente il giorno in cui Nicola Gratteri fece per la prima volta il suo ingresso nel suo studio personale di New York.  Gratteri era andato a trovarlo per porre a lui, allora poliziotto più potente d’America in tutti i sensi, “il grande problema della Ndrangheta, sbarcata in America dopo Cosa Nostra”, e che oggi-ripete Nicola Gratteri- condiziona e governa anche la vecchia Cupola di Cosa Nostra.

Da quel giorno in poi Rudolph Giuliani considerò Nicola Gratteri, in ogni occasione di incontro e di confronto successivo con lui, un “ospite eccellente” e soprattutto una sorta di “eroe antimafia”, e più di quanto anni prima non lo fosse sembrato agli americani Giovanni Falcone.

Gratteri quel giorno arrivò a New York con un dossier riservato e personale così documentato che bastò a dimostrare e spiegare ai vertici del FBI e ai consulenti della CIA come anche a New York “molte cose fossero cambiate rispetto ai tempi di Giovanni Falcone, e come sarebbe stato fondamentale seguire e processare i nuovi emissari della Ndrangheta calabrese, che nel frattempo avevano soppiantato i vecchi Capi di Cosa Nostra siciliana”.

È davvero tempo perso sperare oggi di farsi raccontare da Nicola Gratteri delle sue lunghe chiacchierate con Rudy Giuliani, perché se glielo chiedi lui fa finta di non aver sentito la domanda, e se insisti prima ti sorride, poi ti lascia capire che è roba del tutto “top secret”.

“Un genio giuridico”, dicono di lui al CSM, dopo aver letto le modifiche che avrebbe voluto apportare al nuovo Processo Penale. Un “Uomo al servizio dello Stato” si lascia sfuggire l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando, “un servitore fedele e integerrimo della Repubblica”.

Basta guardarlo in faccia Nicola Gratteri, per capire che viene dalla Calabria. Non vorrei essere offensivo con lui o, peggio ancora, non vorrei apparire un seguace delle peggiori teorie Lombrosiane, ma la verità è che Nicola Gratteri, se tu lo guardi con attenzione capisci subito che è un meridionale. Capisci immediatamente che viene dalla Calabria, e intuisci che di Calabria è impastato dalla testa ai piedi. Perché la sua testa coniuga e pensa prima in calabrese, poi in italiano.

Mai elegante, mai solenne, mai una cravatta giusta al momento giusto, mai un colore intonato, spesso e volentieri con la camicia aperta, la giacca sgualcita, i pantaloni che sembrano appesi alla vita, ma lui sarebbe così anche se lo vestisse Armani o Valentino, perché è lui che è così.

A tutto nella sua vita ha badato, tranne che alla forma, allo stile, al look, alle apparenze.

 

                               Gratteri studente modello

 

 

L’uomo che viene da lontano. Alle spalle anni universitari durissimi e intensi. Dopo il Liceo Scientifico sceglie di laurearsi in Giurisprudenza, si iscrive all’Università di Catania, ed evita di proposito di iscriversi a Messina: troppi amici della Locride stavano in quell’Ateneo, e la cosa avrebbe rischiato di distrarlo, cosa che non poteva più permettersi, con un fratello e una sorella, Santo e Francesca, che erano già all’Università, e a casa altri due fratelli, Antonio e Maria, ancora più piccoli di lui.

Nessuno meglio di lui in casa aveva infatti capito fino in fondo che prima avrebbe finito, e prima avrebbe trovato un lavoro. Nicola si rendeva conto che non poteva pesare più a lungo sulla sua famiglia, con un padre già gravemente ammalato che stava per spegnersi.

 

 

 

Di quel periodo lui conserva un ricordo lucidissimo: “Studiavo come un pazzo. Mi facevo la barba una volta alla settimana. Di sera non uscivo quasi mai e leggevo davvero di tutto. Mangiavo yogurt, pomodori e panini. Dormivo pochissimo, mi addormentavo quasi sempre con la luce accesa. Una notte, durante un temporale, un cortocircuito provocò l’incendio della termocoperta, presero fuoco le lenzuola e parte del materasso. Ma anche in quella circostanza, la sorte è stata però dalla mia parte…Alla fine riuscii a laurearmi in quattro anni”.

Poi, il grande salto nel buio. Che fare?

Era stato bandito un concorso in magistratura, e lui ci si tuffa dentro come un razzo. Per due anni consecutivi rimane letteralmente inchiodato alla sua sedia e alla sua scrivania, e per tutto questo periodo rimbombano nella sua mente le cose che la mamma gli aveva ripetuto per una vita.

“Mia madre era ossessionata dall’idea di non fare brutta figura, perché altrimenti la gente parlava. E noi non dobbiamo dare nell’occhio. Ho superato lo scritto, arrivando diciassettesimo su dodicimila candidati, e poi ho superato l’orale”.

La più felice immagino sarà stata sua madre?

Disarmante, la risposta di Gratteri: “Anche in quella occasione con mio padre e mia madre ci siamo parlati con gli occhi. Mia madre invece mi ha dato una pacca sulle spalle e mi ha detto: non dimenticare chi sei e da dove vieni. Ecco perché ai miei devo molto, soprattutto ora che non ci sono più. E non finirò mai di ringraziarli”.

 

 

 

Oggi, dovunque arriva il Procuratore Gratteri è una sorta di vulcano silente. Non sai mai cosa succederà, cosa dirà, con chi se la prenderà, contro chi punterà l’indice, e alla fine di ogni sua lezione perché, quando non fa il magistrato in un’aula di giustizia ormai incontra migliaia di ragazzi nelle scuole di mezza Europa, alla fine di ogni incontro la gente rimane affascinata, ammaliata, incantata.

È successo persino quando usò toni durissimi e lanciò accuse pesantissime contro la “Chiesa del silenzio”, quella Chiesa che secondo lui in moltissime zone della Calabria ha fatto finta di ignorare che ci fosse un reale problema-Ndrangheta, la Chiesa di quei preti che hanno accettato le regole del gioco criminale, tacendo o favorendo il fenomeno della latitanza, la Chiesa di taluni Vescovi conniventi con le cattive tradizioni popolari, la Chiesa delle Congreghe dietro le quali spesso si muovono interessi e atteggiamenti malavitosi, la Chiesa dei conventi e dei Santuari dove spesso fanno sosta e riposano i boss della zona. Ne fa quasi una requisitoria, frontale come un macigno che rotola dalla montagna, senza perifrasi, senza mediazione alcuna, senza timore di poter essere smentito, soprattutto senza peli sulla lingua, affrontando il tema in maniera diretta e senza mai girarci intorno. Ma in questo caso lui va ancora molto oltre. Insieme ad Antonio Nicaso, butta giù una serie di appunti di lavoro, ne verrà fuori un libro di successo “Acqua Santissima, La Chiesa e la Ndrangheta, Storia di potere, silenzi, assoluzioni”.

Gratteri va a riascoltare centinaia di intercettazioni telefoniche passate nel tempo per i suoi processi, rispolvera la memoria e le confidenze di qualche antico confidente di polizia, e alla fine con l’aiuto della sua esperienza personale vissuta e maturata tutta in Aspromonte tira fuori una storia che pareva essersi sopita negli anni, ma che dopo la sua nuova denuncia ridiventa pezzo fondamentale del racconto moderno sulla Ndrangheta.

È la storia, per certi versi controversa ma anche affascinante insieme, del Santuario della Madonna di Polsi, dove un tempo si raccontava si riunisse, almeno una volta all’anno, il Grande Tribunale della Mafia, chiamato a giudicare delle colpe dei picciotti e degli uomini d’onore.

“Una storia più che mai vera, e quanto mai attuale” – avverte nel suo libro- perché a differenza di quanto molti vogliano farci credere, il Santuario di Polsi e la Festa della Montagna, che si celebra a Polsi i primi giorni di settembre di ogni anno, rimarrà per anni luogo ideale e impunito dove i boss della Ndrangheta, vecchi e nuovi possano ritrovarsi, rincontrarsi, e ridiscutere insieme dei problemi e del futuro della “famiglia” mafiosa.

 

                                       Gratteri in giro per il mondo

 

 

Da almeno trent’anni Nicola Gratteri non fa che girovagare per il mondo. Non c’è paese straniero interessato alla ndrangheta dove lui non sia stato almeno per una volta nella sua vita, non c’è carcere di massima sicurezza che lui non abbia visitato, non c’è elemento di spicco della criminalità organizzata che lui non abbia interrogato o conosciuto, e non c’è vicenda giudiziaria legata all’evoluzione strategica della Mafia calabrese che lui non conosca o non abbia approfondito.

 

 

 

Di lui oggi si può dire con assoluta certezza che è il magistrato europeo che più conosce, e meglio di chiunque altro, il Pianeta Internazionale della Ndrangheta. Siamo davvero ai massimi livelli della conoscenza specifica del fenomeno. Lui oggi è il solo magistrato che in tutto il mondo è in grado di spiegare ai grandi esperti internazionali di criminalità organizzata quale sia il peso reale della Ndrangheta, e soprattutto quale sarà l’evoluzione futura della famiglia criminale calabrese.

Continente dopo Continente, Stato dopo Stato, Regione dopo Regione, Paese dopo Paese, Villaggio dopo Villaggio, la sua è una conoscenza planetaria del fenomeno, acquisita sul campo in trent’anni di pura professione, pagando alla sua famiglia un tributo altissimo, fatto di troppe cose insieme: lontananze, assenze, solitudini, delusioni, attese, sogni amori e affetti inappagati, momenti di panico, stati d’animo negati, evitati, mai vissuti, immensi vuoti d’aria, scanditi soltanto dal tempo e da un lavoro infernale, soprattutto tensioni e paure reali.

Una mattina qualcuno tenta di sequestrare suo figlio, studente universitario a Messina, ma lui è il primo a capire immediatamente che in realtà è solo un “avvertimento”, un avvertimento non per il passato, ma per quello che sarà la sua vita futura, destinato lui infatti da appena qualche giorno dal Consiglio Superiore della Magistratura a guidare la Procura Generale di Catanzaro, città capoluogo di Regione e baricentro di enormi interessi finanziari.

È altrettanto impressionante la conoscenza che l’uomo ha del mondo della droga, e nessuno meglio di lui avrebbe mai potuto scrivere un saggio così informato e così completo sul traffico della cocaina nel mondo, il suo “Oro Bianco”, anche questo scritto a quattro mani con Antonio Nicaso.

 

 

 

Nicola Gratteri è l’unico magistrato in Europa che abbia conosciuto davvero, e dal di dentro, i Cartelli Messicani della Droga, ma è anche l’unico magistrato europeo che abbia chiesto, e ottenuto, di farsi portare dagli elicotteri militari della Colombia sui grandi appezzamenti dove ogni giorno si coltiva la cocaina destinata ai grandi mercati internazionali della droga.

Oggi potrebbe tenere, lui da solo certamente, una serie infinita di lezioni universitarie sul ruolo e sulle attività criminali del Cartello di Medellin di Pablo Escobar, o anche sui Cartelli di Sinaloa, di Juárez, del Golfo, di Jalisco Nueva Generación, di Los Zetas, de La Línea Beltrán-Leyva Organization,de La Familia Michoacana ,dello stesso Cartello di Tijuana o Los Caballeros Templarios, perché nessuno al mondo come lui, e meglio di lui,  sa di cosa si parla.

Ma è lo stesso se scendiamo verso Sud, verso l’Argentina, dove lui arrivò per la prima volta quasi venticinque fa, ancora giovanissimo, e dove i giornali locali ne parlarono per mesi. Proprio grazie a lui la polizia Argentina aveva finalmente scoperto, e tratto in arresto, i vertici di una organizzazione criminale che utilizzava il traffico di vecchie auto d’epoca, erano delle Ford T4 di colore rosso, per trasportare in maniera impunita quintali di cocaina dalla Pampas argentina nel resto del mondo. Per anni i trafficanti di droga, imbottendo di cocaina i sedili di queste auto, erano riusciti a guadagnare milioni e milioni di dollari, e nessuno mai a Buenos Aires se ne era mai accorto.

Dopo l’Argentina sarà la volta dell’Europa Occidentale.

 

 

 

Qui Nicola Gratteri scopre quello che neanche i migliori servizi di intelligence erano ancora riusciti a capire, e cioè che il traffico delle armi e della cocaina frutta al mondo organizzato del crimine milioni e milioni di lingotti d’oro, e questo proprio grazie ai rapporti che uomini della mafia calabrese erano riusciti a legare con i capi delle organizzazioni criminali di paesi come la Turchia, il Pakistan, l’Iran, l’Afghanistan, la stessa Vecchia Unione Sovietica.

Parliamo -sottolinea Gratteri- di centinaia di milioni di dollari USA, che poi puntualmente ritornano alla terra di origine, appunto la Calabria, dove ancora vivono e comandano le vecchie famiglie mafiose di origine.

Un uomo di successo? Una eccellenza tutta italiana? Una star della televisione?

Nei fatti, la sua vita è stata anche un inferno. Si è vero, una vita piena di enormi successi pubblici, di immensi attestati di ammirazione e di solidarietà, come la marcia dell’altro giorno a Milano, “La Calabria ci riguarda”, “I love Gratteri”, “Non lasciamolo mai solo”, decine di salotti televisivi dietro tutto questo nella sua vita si contano inchieste difficilissime e snervanti, infinite trasvolate atlantiche, viaggi clandestini e sconosciuti anche ai suoi più diretti superiori, corse notturne a bordo di mezzi pesanti dell’esercito, incontri riservati ad altissimo livello in ogni parte del mondo, rapporti confidenziali, soffiate assai puntuali e bene informate, rischiosissime occasioni di confronto, blitz notturni, interrogatori e sopralluoghi a volte anche borderline, ma se Gratteri non avesse seguito con tenacia il suo istinto e il suo fiuto, certamente  non avremmo mai conosciuto la verità su una delle stragi più efferate di questi ultimi anni, quella di Duisburg in Germania, cuore più antico della Renania, alla confluenza del Reno e della Ruhr.

 

                                        Gratteri,onore a Hacker Scott

 

 

Tra le sue carte, nel suo studio personale una foto. La foto ritrae Hacker Seeley Scott. Non è altro che la storia di un marines americano di primissimo ordine, entrato poi nella FBI e diventato grazie al suo coraggiosissimo lavoro contro il mondo organizzato della criminalità americana Special Agent della DEA, la Drug Enforce Administration americana in Europa.

Per lungo tempo Hacker Scott ha vissuto a Roma, coordinando l’attività del suo gruppo-speciale in tutta Europa dal suo ufficio al primo piano dell’Ambasciata Americana di Via Veneto, e per lunghi anni è stato nei fatti uno dei migliori consulenti e poi amico personale di Nicola Gratteri, oggi magistrato titolare della più imponente operazione anti Ndrangheta di tutti i tempi. È l’operazione chiamata da Gratteri “Rinascita Scott”, 334 le persone arrestate e 416 in tutto gli indagati.

Solo Giovanni Falcone prima di lui aveva chiuso a Palermo una indagine così complessa e dalle dimensioni così devastanti.

Bene, non tutti forse lo sanno, ma l’operazione conclusa qualche anno da Nicola Gratteri contro la Ndrangheta che ha questo duplice nome “Rinascita Scott”, lo ha per due motivi fondamentali.

Primo, “Rinascita”, perché l’inchiesta nasce e parte dalla provincia di Vibo, colpisce in prima persona il clan potentissimo dei Mancuso di Limbadi e mette alle corde un sistema di potere senza pari al mondo.

“Rinascita” perché abbiamo pensato che da oggi in poi finalmente questa provincia della Calabria centrale possa finalmente liberarsi dal gioco subito in tutti questi anni e possa riprendere fiato e vita, e quindi rinascere”.

“E poi “Scott”, dal nome di un nostro grande amico e compagno di lavoro, di un ufficiale americano che io ho conosciuto tanti anni fa in America e che è stato per noi uno dei consulenti di maggiore affidabilità e competenza, un uomo che conosceva il mondo dei cartelli della droga come nessun altro al mondo, e che ci ha aiutato a capire quali fossero i legami tra i cartelli colombiani e la Ndrangheta calabrese. Hacker Scott è l’uomo che ci ha inserito in meccanismi di conoscenza e di comprensione che altrimenti sarebbero stati tabù per noi italiani e che ha continuato a seguire le nostre operazioni poi anche in giro per tutta Europa, quando poi lui si è trasferito a Roma”.

L’idea del nome Scott in realtà è venuta al Tenente Colonnello dei Carabinieri Massimiliano D’Angeloantonio, uno dei migliori investigatori dei Ros e uomo di estrema fiducia di Gratteri: “Stavamo facendo una riunione di lavoro e ci è giunta la notizia dagli Usa che Hacker Scott, il nostro vecchio amico di sempre, era morto, vittima di un incidente della strada, e allora ricordare il suo nome e legare il suo nome a questa operazione ci è sembrata la cosa più naturale e doverosa che si potesse fare”.

La cosa più bella che Gratteri oggi si porta dentro è il grazie che dagli Stati Uniti d’America, gli è venuto direttamente dalla famiglia di Hacker Scott e dai vertici della DEA americana.

“Gli americani hanno un culto dei morti che forse noi non abbiamo, e hanno soprattutto il culto della riconoscenza per gli eroi nazionali, e per la DEA Hacker Scott è senza dubbio un grande servitore dello Stato americano. Ricordandolo noi, e legando il suo nome a questa maxi-operazione, abbiamo reso onore ad un grande investigatore e ad un grande cittadino americano”.

 

                                        Gratteri & Duisburg

 

 

Era esattamente il giorno di Ferragosto, 15 agosto del 2007, quando alle due della notte un commando armato fa irruzione in un locale dove un’intera famiglia stava festeggiando il diciottesimo compleanno di uno dei ragazzi presenti. Dopo un’azione di guerriglia inaudita, almeno per la Germania, alla polizia tedesca non rimarrà che contare per terra i corpi di sei vittime. Sono tutti rigorosamente calabresi, rigorosamente tutti figli della Locride, gli Strangio di San Luca, i Pergola di Siderno. Di Corigliano era invece Tommaso Venturi, il giovane che quella sera stava festeggiando i suoi diciotto anni.

Per mesi e mesi, i gruppi Speciali della Bundeskriminalamt cercheranno da dare un volto al commando che aveva seminato così tanto terrore e così tanti cadaveri in un colpo solo, ma inutilmente!

La Polizia Tedesca brancola nel buio, persino i Servizi Segreti Tedeschi non sanno come dipanare il bandolo della matassa, appare complicatissima anche a loro, finché un giorno finalmente arriva dall’Italia questo giovane magistrato scamiciato, con la barba lunga e il collo della camicia evidentemente zuppo di sudore, e propone ai suoi colleghi di Duisburg di poter collaborare insieme a loro.

In effetti nessuno altro al mondo come lui conosceva la storia vera degli Strangio di San Luca, e delle stesse cosche mafiose della Locride che trasferitesi da San Luca in Germania per conquistare il mercato europeo della cocaina avevano di fatto ricostruito in Renania la cupola della Ndrangheta Aspromontana.

 

 

 

Alla fine, Gratteri vince su tutti i fronti. Traccia le sue conclusioni, trova le prove che cercava, dà un volto ai killers di quella notte, mette in piedi un processo veloce e dimostra al mondo intero che ancora una volta, anche a Duisburg, “siamo in presenza di una classica e vecchissima Faida di Mafia”.

I tedeschi hanno grande difficoltà a capire il significato di quei termini, ma Nicola Gratteri è l’unico al mondo in grado di poter spiegare ai magistrati Tedeschi cosa sia diventata la Ndrangheta in Renania, e soprattutto cosa sia una faida di mafia, classicamente intesa: una interminabile scia di sangue legata alla vendetta atavica delle nostre terre.

Tutto questo evidentemente è frutto di un lavoro a volte massacrante, improbo, pericolosissimo, insidioso, storia di un giudice ancora ragazzo e guardato a vista giorno e notte dai suoi segugi, che nella maggior parte dei casi sono poliziotti giovanissimi, servitori dello Stato come lui, uomini e donne che per lunghi anni hanno condiviso con lui paure e illusioni comuni, speranze e successi comuni, ma anche sconfitte e profondi dolori dell’anima. Soprattutto dolori dell’anima.

Sigmund Freud li chiamerebbe forse in un altro modo, ma alla fine, non si illuda nessuno per favore! Dopo una vita blindata come la sua se ne esce fortemente sconfitti, perché se ti guardi alle spalle il più delle volte rischi di non trovare più nessuno che ti abbia saputo o voluto seguire, e se ti guardi davanti rischi invece di non trovare più nessuno disposto a ricominciare con te un cammino diverso dal passato.

Immagino debba essere stato davvero difficile per sua moglie Marina Leone condividere con lui tutto questo. Così come deve essere stato difficile per i suoi due figli, Marco e Francesco, che ormai per fortuna sono cresciuti, hanno una loro vita e un loro futuro.

Oggi, proprio grazie al giudice Gratteri la Ndrangheta non conosce segreti. Lo dico nel senso più bello del termine, perché non ha più segreti davvero, perché lui Nicola Gratteri ha raccontato al mondo intero, e con la semplicità di un linguaggio modernissimo e accattivante, tutto ciò che la Ndrangheta è oggi diventata.

“Mi viene in mente una conversazione tra due trafficanti di droga che avevano sotterrato duecentocinquanta miliardi di vecchie lire. Uno dei due racconta all’altro di averne dovuti buttare via quasi otto, gettati nel cestino della spazzatura come carta straccia, perché le banconote erano state aggredite dall’umidità del terreno, ma si intuiva benissimo che per nessuno di loro questo sarebbe però stato un problema”. E dopo un ennesimo sequestro di cocaina, la stessa persona commentava, sempre al telefono, e al suo referente, che i soldi vanno e vengono e che “per recuperare quello che ci è già stato sequestrato, la prossima volta basterà semplicemente raddoppiare il prossimo carico”.

 

                                 Gratteri conquista New York

 

 

È quasi disarmante il discorso che Gratteri tiene alla fine dell’ottobre del 2014 a New York, al Council on Foreign Relations, invitato dalla Train Foundation a ritirare il Civil Courage Prize Award, prestigiosissimo Premio alla Carriera e alla Professione per il “suo coraggio civile nella lotta contro la ‘ndrangheta e le altre mafie nel traffico di droga internazionale”.

“Lo dedico -esordisce quasi commosso allora lui ancora giovane Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria- ai miei genitori che mi hanno insegnato l’onestà”.

Ma alla fine ne è valsa la pena, nonostante tutto, nonostante da 30 anni egli viva sotto scorta, nonostante la sua famiglia abbia rischiato come e quanto lui di finire nel mirino dell’Ndrangheta, una vita comune “negata” in tutti i sensi, mai vissuta serenamente, in bilico eterno tra il bene e il male, e ai magistrati americani presenti, che per una notte lo trattano qui a Park Avenu come lo si farebbe a Cannes, o al Festival Internazionale del Cinema di Venezia, come una Star internazionale di prima grandezza, racconta sorridendo alcuni stralci di questa sua esistenza complicata.

 

 

 

“Ricordo la mia prima indagine. Feci arrestare l’assessore regionale alla Forestazione e, in seguito a quel provvedimento, la giunta regionale fu costretta a dimettersi. Cominciarono così i primi problemi. Minacce al telefono, lettere minatorie. Qualcuno esplose alcuni colpi di pistola contro l’abitazione della mia fidanzata, seguiti da una telefonata: stai per sposare un uomo morto! Il Comitato per l’ordine e la sicurezza mi assegnò una scorta. Intervenne anche l’Associazione nazionale magistrati e, alla riunione che ne seguì, un collega più anziano cercò di dare un’interpretazione diversa alle minacce, ipotizzando che a sparare fosse stato un rivale in amore. Capii allora che non sarebbe stato facile fare il magistrato. E che forse mia madre aveva ragione a diffidare anche della propria ombra”.

In sala, come d’incanto, cala un silenzio tombale. È il segno del rispetto quasi sacro che questa fetta d’America, che qui a New York conta ancora molto, gli manifesta pubblicamente, e lui, di rimando, disarmante come sempre, nella sua semplicità quasi ingenua, e nel suo modo di porsi, visibilmente stanco per il lungo viaggio e il jet lag ancora tutto da smaltire, aggiunge nuovi altri particolari alla trama del suo romanzo personale.

“Nel 2005 due ‘Ndranghetisti vengono intercettati mentre discutevano nel carcere di Melfi di come far saltare in aria me e la mia scorta. «Perché tutto questo sangue?» chiedeva uno dei due. E l’altro: «Perché Gratteri ci ha rovinato». Qualche giorno dopo nella piana di Gioia Tauro venne scoperto un arsenale: pistole, lanciarazzi, kalashnikov, un chilo di plastico e alcune bombe a mano. Ho cercato di mantenere i nervi saldi e di continuare nel mio lavoro. Per fortuna non mi annoio mai. Ormai sono abituato. Con la morte bisogna convivere. Quando è morto mio padre non sono potuto andare neanche al funerale. Era un momento particolare, anche allora si parlava di attentati”.

Il suo viaggio più lungo Nicola Gratteri lo fa in Messico, dal 2007 al 2009. Percorre e attraversa il Paese in lungo e in largo, e scopre che solo in questi ultimi due anni i delitti legati al narcotraffico sono oltre undicimila, “più del doppio rispetto al numero dei soldati americani uccisi in Afghanistan e in Iraq dal 2001. In Messico mi sono state fatte vedere fotografie che sembravano tratte da film dell’orrore, uomini decapitati e gettati ai bordi delle strade, teste impalate come feticci, e scritte lungo le strade di Nuevo Laredo e Reynosa che invitavano i poliziotti a disertare e a unirsi ai cartelli del narcotraffico”.

Per non parlare dell’Australia, dove già trent’anni fa Nicola Gratteri scopre che le vere grandi centrali dello smistamento della droga erano appannaggio esclusivo delle famiglie criminali calabresi che da Platì, Siderno, San Luca, Sant’Ilario, Monasterace, erano emigrate tra Sidney e Canberra, tra Melbourne e Perth, trasferendo nel nuovo Continente, assolutamente immutati e fedeli alle origini, usi, abitudini, consuetudini e costumi di vita lasciati in Calabria prima di partire.

Trent’anni fa Nicola Gratteri, andando e venendo dalla Calabria fin laggiù, mette in piedi una road maps del traffico internazionale della droga come nessun altro avrebbe mai saputo fare. Oggi, trent’anni dopo, nei dossier riservati della DIA, e trasmessi al Parlamento, si legge esattamente quello che Gratteri raccontava a noi allora giovani cronisti locali di quei suoi viaggi infiniti nel deserto e per le pianure assolate Australiane.

Da allora tutto è rimasto esattamente come era. Nomi, cognomi, situazioni, location, riferimenti temporali e geografici, semmai ai morti sono succeduti i più giovani, e nella maggior parte dei casi, ai vecchi pastori emigrati fin laggiù mezzo secolo fa oggi si sono alternati giovani avvocati, brillanti commercialisti, broker affermatissimi, e soprattutto grandi esperti di e-commerce e di scambi commerciali in rete.

“È un’altra mafia rispetto a quella di allora” – dice Gratteri- ma oggi a comandare e a condizionare le sorti dell’economia interplanetaria è proprio la tipica mafia dei colletti bianchi, che bisogna andare a cercare e a stanare nei migliori studi legali e commerciali d’Australia o nei migliori studi legali di Sidney o di Melbourne. Il che ha reso la Ndrangheta molto più insidiosa e pericolosa di un tempo.

Ma è cresciuto anche il rapporto che la mafia ha sempre avuto tradizionalmente con la politica. La Ndrangheta non delega più come un tempo, ma partecipa, corrompe, si infiltra e decide. Non ha preferenze, è bipartisan, ma non sta mai all’opposizione. Gli affari vengono prima di ogni connotazione politica. E per gli affari e la politica in Calabria si spara e si muore, come dimostrano gli omicidi di Vico Ligato e Francesco Fortugno.

 

                                      Gratteri e l’Anti-Stato

 

 

C’è di tutto e di più nel suo libro “Padrini e Padroni”, che in questi anni ha fatto parlare molto di sé negli ambienti accademici che da anni tentano di interpretare e spiegare il complesso fenomeno della ‘ndrangheta.

Quella che il giudice calabrese ci racconta è una sorta di Anti-Stato capace di mettere in crisi anche i poteri più solidi e tradizionalmente più “trasparenti” del Paese, una vera e propria holding internazionale, capace di condizionare e di controllare in maniera assolutamente unica al mondo il grande traffico mondiale della droga, e soprattutto capace di condizionare uomini e scelte politiche talvolta al di sopra di ogni sospetto. Come dire, che i Narcotrafficanti colombiani, rispetto alla nuova ‘ndrangheta, sono soltanto dilettanti allo sbaraglio, o semplici e volgari apprendisti di secondo piano.

Una denuncia pesantissima, diretta al cuore dello Stato, anche in questo saggio documentata dalla prima all’ultima pagina, e soprattutto supportata da dettagli, analisi, report riservatissimi, opinioni e dati storici inconfutabili, e ormai patrimonio acquisito di quasi tutte le Procure del mondo.

Padrini e Padroni” si legge tutto d’un fiato, e ricostruisce in maniera mirabile l’evoluzione della ‘ndrangheta e delle sue mille ramificazioni nel sistema economico dei cinque continenti.

Nel 1908, un tragico terremoto divora Messina e Reggio Calabria. Si stanziano quasi centonovanta milioni di lire per la ricostruzione, ma la presenza nella gestione dei fondi anche di boss e picciotti – molti dei quali tornati dall’America per l’occasione – causerà danni gravissimi, sottraendo risorse preziose, trasformando le due città in enormi baraccopoli e dando vita a un malcostume ormai diventato abituale. Lo stesso scenario che si ripeterà, atrocemente, cent’anni dopo, nel 2009, con il terremoto dell’Aquila. Mentre la gente moriva, in Abruzzo c’era chi già pensava ai guadagni. E ancora, nel 2012, nell’Emilia che crolla la mafia arriva prima dei soccorsi. In Piemonte, la ‘ndrangheta era riuscita a infiltrarsi nei lavori per la realizzazione del villaggio olimpico di Torino 2006 e in quelli per la costruzione della Tav nella tratta Torino-Chivasso.

“La corruzione, l’infiltrazione criminale, i legami con i poteri forti – occulti, come le logge segrete, e non, come la politica sul territorio e a tutti i livelli, fino ai più alti sono oggi parte di una strategia di reciproca legittimazione messa in opera da decenni da tutte le mafie e in particolare dalla ‘ndrangheta”.

Nessuna illazione, nessuna opinione di maniera, ma solo dati scontati e soprattutto verificabili in ogni momento.

Mafia e politica. Nicola Gratteri e Antonio Nicaso spiegano che già nel 1869, le elezioni amministrative di Reggio Calabria erano state annullate per le evidentissime collusioni ‘ndranghetiste. Il primo caso di una lunga serie di episodi successivi che nei decenni hanno segnato l’intera penisola, arrivando fino a Bardonecchia, in Piemonte, nel 1995, e a Sedriano, in Lombardia, nel 2013.

“Lo scambio di favori fra criminalità e certa parte della politica è continuo e costante, il ricatto reciproco, un peso enorme sulla cosa pubblica, con ripercussioni su tutti i settori, dalle opere pubbliche alla sanità, dal gioco di Stato allo sport. Anche lo sport”.

Ma sta qui forse la vera grande novità storica di questo saggio, nella capacità di affrontare per la prima volta in Italia, e nei termini in cui lo fanno Gratteri e Nicaso-il tema della corruzione nel mondo del calcio, che per anni è stato forse raccontato male, in maniera molto superficiale, approssimativa, poco corretta, probabilmente perché per anni nessuno si era mai sognato di approfondire sul serio il rapporto reale tra malavita organizzata e mondo organizzato del calcio.

“Il calcio è popolare – spiega Gratteri- e ha bisogno di investimenti. E le mafie, da tempo, si sono accorte delle sue potenzialità, non mancando di sfruttarle, come dimostrano le recenti inchieste giudiziarie. In questo vermicaio c’è di tutto: oltre al riciclaggio di denaro, ci sono partite truccate, scommesse clandestine, presidenti prestanome, e ultrà che gestiscono attività illecite”.

Ma non solo questo.

C’è anche dell’altro a corollario dell’analisi impietosa del Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri.

“Il vero problema è che né i ricorrenti disastri ambientali, né il consumo dissennato del territorio, né il degrado di opere e servizi sembrano più scalfire l’opinione pubblica. In Italia l’incompiutezza è diventata risorsa, strategia di arricchimento per cricche e clan, mangime senza scadenza per padrini e padroni. C’è un’assuefazione che sconcerta. Quello che è di tutti, non appartiene a nessuno”.

Gratteri non concede sconti a nessuno.

“Che importa se la corruzione avvelena l’economia, provocando gravi disuguaglianze sociali o se la mafia ammorba l’esistenza di tanta gente, con la complicità di alcuni degli uomini chiamati a combatterla? E perché nessun governo ha mai inserito fra i propri obiettivi primari la lotta alla corruzione e alla criminalità economica?”.

Un’ultima annotazione. La vera “perla” di questo saggio è la ricostruzione storica dei delitti eccellenti della Ndrangheta, dal racconto dettagliatissimo della Strage di Razzà al delitto dell’Ex Presidente delle Ferrovie dello Stato Ludovico Ligato, alla morte del giudice Scopelliti, al suicidio del notaio Marrapodi, all’esecuzione di Giuseppe Nirta, alla fine di Bruno Caccia, per arrivare infine a un capitolo del tutto “nuovo”, rispetto alla tradizionale “lettura” del fenomeno Ndrangheta: e cioè al rapporto tra servizi deviati e massoneria, e alla zona grigia dei professionisti al servizio della Ndrangheta, sono i famosi colletti bianchi, che Nicola Gratteri conosce bene per via delle mille inchieste che portano proprio la sua firma.

 

                           Gratteri celebrato da France 24

 

 

Esplosivo inedito ed esclusivo il dossier che la TV francese dedica a Nicola Gratteri e al maxiprocesso messo da lui in piedi contro le cosche più agguerrite della mafia calabrese. Lo speciale è firmato da uno dei giornalisti francesi più amati e più seguiti dal pubblico di Francia, Antoine Cormery, e in collegamento da Roma da una delle giornaliste più amate dell’emittente d’Oltralpe, Louise Malnoy, storica corrispondente di France 24 dall’Italia.

Ne viene fuori un dossier senza veli e senza reticenze istituzionali, in cui per la prima volta il giudice Nicola Gratteri racconta davanti ad una telecamera dell’attentato che la ‘ndrangheta aveva organizzato e stava mettendo in atto per uccidere uno dei suoi figli, il più piccolo.

È la prima volta in realtà che France 24, una delle più importanti e influenti reti televisive francesi dedica uno dei suoi documentari più importanti alla giustizia italiana, ma più che alla giustizia italiana alla figura e al ruolo storico di Nicola Gratteri, nella sua veste attuale di Procuratore della Repubblica a Catanzaro, lo è dal 21 aprile 2016, ma soprattutto di magistrato nel mirino della grande criminalità organizzata di mezzo mondo e protagonista assoluto oggi di un processo contro la ‘ndrangheta che la televisione francese definisce senza perifrasi e nessuna mediazione possibile il “Processo per la storia”.

Uno speciale della durata di 17 minuti primi, anticipato e “lanciato” dagli studi centrali di France 24, e interamente girato sul campo, tra Catanzaro-Lamezia Terme-Vibo Valentia-la piana di Gioia Tauro e la Locride dove ogni sera il magistrato torna a dormire a casa sua. Uno speciale che è il racconto fedelissimo della giornata tipo di questo magistrato italiano che ormai vive blindato da un’intera esistenza, e che per la prima volta accetta di raccontare quello che è stato il momento peggiore di tutta la sua vita, il giorno in cui i suoi uomini, che sono i migliori segugi d’Europa, hanno scoperto che le cosche mafiose più agguerrite del reggino avevano deciso di uccidere suo figlio, simulando un incidente stradale nel corso del quale il ragazzo sarebbe dovuto morire sul colpo.

Lo speciale di France 24, che paragona la storia e la mission di Nicola Gratteri a quella di Paolo Borsellino, fa vedere per la prima volta in esclusiva mondiale lo studio privato del magistrato, nel cuore del palazzo della procura della repubblica di Catanzaro, a lavoro al suo computer personale, e avvolto da centinaia di crest militari alle pareti, collezionati e raccolti in ogni parte del mondo e nelle caserme più impensabili del pianeta, là dove Nicola Gratteri in tutti questi anni si è ritrovato a passare e a operare.

Perno centrale del reportage della televisione di Francia è il processo Rinascita Scott che Gratteri ha messo in piedi nell’aula bunker di Lamezia Terme, «qui ci sono mille posti a sedere», e dove, secondo le previsioni dei cronisti più accreditati del settore verrà finalmente una volta per tutte sancita una condanna esemplare per i boss della mafia calabrese che ormai è diventata, racconta lo stesso Gratteri agli inviati della televisione francese, la più aggressiva famiglia criminale di tutto il mondo, con ramificazioni potenza di fuoco e capacità di condizionamento pari ormai solo alle grande holding dei narcos boliviani. Il che vuol dire, un «Caso di criminalità non più e non solo locale, peggio ancora non esclusivamente calabrese, ma assolutamente sovranazionale e intercontinentale».

Il resto è vita quotidiana.

 

              Gratteri e gli artisti di Strada

 

 

Gratteri for ever”, “Gratteri come Papa Francesco”, “Gratteri come Obama”, Gratteri come nessun altro prima di lui.

È la prima volta, infatti, che l’arte di strada, si chiama così, dedica attenzione al magistrato più esposto d’Europa, e certamente al magistrato più ammirato più seguito e più adulato del mondo moderno.

Un’opera di street art dedicata al Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri è infatti apparsa il 17 gennaio 2020 su un muro perimetrale nei pressi del Comune di Crotone, è l’ultima opera in ordine di tempo firmata Frog, l’anonimo artista crotonese che nelle scorse settimane ha tappezzato le strade della città con diverse altre opere di poster art.

Nella redazione de Il Crotonese si dice “Si firma Frog e nessuno sa chi sia. Ma sono invece diventati subito oggetto di ammirazione i disegni che questo misterioso artista ha incollato sui muri di Crotone facendoli letteralmente apparire uno di seguito all’altro in varie zone del centro cittadino.

Una sorta di rivolta del bello per reagire al degrado urbano. Sei finora i disegni, di alta qualità, che dal 9 novembre scorso il misterioso artista ha incollato sui muri sporchi e scarabocchiati della città. Si tratta, infatti di Poster Art, ovvero disegni realizzati su carta e poi appiccicati sui muri”. Quella di Frog è una tecnica molto particolare che prevede la realizzazione di grandi disegni, quasi sempre con colori acrilici e china, che vengono incollati al muro.

Il ritratto del Procuratore Nicola Gratteri arriva esattamente alla vigilia della manifestazione di sostegno al procuratore della Dda di Catanzaro che si svolgerà l’indomani a Catanzaro. Ma non solo grafica. Nel disegno che dedica a Gratteri Frog lancia anche un messaggio forte,”Io sto con Gratteri”, che è poi il mantra della marcia che si terrà il giorno successivo a Catanzaro in onore al magistrato che ha avuto il grande merito di squarciare il pesante velo d’omertà che per anni ha dominato la storia della Calabria e della sua gente.

In Inghilterra direbbero “Grande vita a Nicola Gratteri”.

 

                                   Gratteri e la Ragion di Stato

 

 

Non vorrei sbagliare, ma io credo che Nicola Gratteri, del Crimine Organizzato Internazionale, oggi sappia molto di più di quanto finora egli stesso, insieme al suo famoso copywriter Antonio Nicaso, non abbiano scritto o raccontato pubblicamente nei loro libri.

Ne posso intuire anche le ragioni di fondo.

Probabilmente, per un “pezzo importante dello Stato”, come lui in realtà lo è ormai diventato, ci sono anche dettagli e sottigliezze che non sempre si possono sciorinare in pubblico. Per un “Uomo di Stato” esiste pur sempre una “Ragion di Stato”, come tale da tutelare e da difendere ad ogni costo, a costo anche della propria vita. E questa è l’unica giustificazione seria che potremmo immaginare, e nutrire per lui, nel momento in cui dovessimo un giorno scoprire che non tutto ci ha raccontato.

 

 

 

Oggi Nicola Gratteri è certamente è un Numero-Uno della Storia di questo Paese, un alto magistrato che ha dentro di sé un senso esasperato dello Stato, ma come tale da difendere, da tutelare, da coccolare, da emulare, soprattutto da amare e da raccontare agli altri. Questo non vuol dire che non abbia delle colpe anche lui, o che anche lui abbia potuto commettere degli errori, ma la certezza che abbiamo da sempre e di poter credere nella sua buona fede

Ogni qualvolta lo incontro vorrei corrergli incontro, mi piacerebbe abbracciarlo forte, e parlargli di mille cose diverse, raccontargli di tutto, dalle cose più semplici alle cose più complesse, dirle per esempio che Beatrice conserva ancora gelosamente la foto fatta con lui tantissimi anni fa ad una manifestazione pubblica nel vibonese, era una sera d’estate, ma accade sempre più spesso che io come gli altri venga puntualmente bloccato dalla sua scorta, che lo segue come un’ombra, e che non consente deroghe per nessuno. Ci sono giorni in cui diventa impossibilevvicinarlo. Ma è giusto che sia così.

Perché “Un uomo di Stato” come lui, va difeso. In tutti i modi possibili, senza “se” e senza “ma” …

 

Pino Nano – Già capo redattore centrale Rai

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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