La violenza non ha genere. Ecco perché è doveroso parlare anche di violenza sugli uomini: le denunce sono pochissime rispetto ai casi

I risultati di tre ricerche: Università di Siena, Ordine degli Psicologi dell’Emilia- Romagna e Istat

I casi di cronaca nera legati alla violenza di genere sono purtroppo all’ordine del giorno. Il fenomeno registra un trend sempre più costante e sembrano quasi non servire a nulla il racconto e la sensibilizzazione che se ne fa. Al contrario, i numeri aumentano di anno in anno. Probabilmente, è arrivato allora il momento di chiedersi: cosa si sbaglia, cosa porta la società a essere sempre più violenta? Come contribuiscono i termini con i quali i media pongono la questione?

Innanzitutto, c’è una distinzione fra cronaca e dibattito. Per quanto riguarda la prima, non sembrano esserci incongruenze. I casi che vengono denunciati, arrivano ai media che li riportano. Avviene in particolar modo per gli omicidi, siano casi di vittime donne sia di vittime uomini. L’ultimo caso, infatti, è quello che ha visto come vittima, in provincia di Brescia, un uomo di 59 anni, ucciso in casa dalla moglie durante un litigio. La vittima, Romano Fagoni, è stata colpita da alcune coltellate alla gola inferte dalla donna, Raffaella Ragnoli, di tre anni più giovane, arrestata su disposizione del magistrato. Gli episodi che però “balzano alla cronaca” e creano dunque dibattito, sono oggettivamente quelli numericamente maggiori, in quanto vengono più denunciati: i cosiddetti “femminicidi”.

Non si tratta assolutamente di creare una divisione e una guerra per il genere che deve essere più o meno tutelato. Al contrario, discutere in maniera equilibrata di violenza di genere, potrebbe portare a capire il fenomeno a 360 gradi, per analizzare gli aspetti che lo caratterizzano e quindi andare verso un abbassamento dei casi? Sarebbe necessario cercare di far comprendere che, quando si parla di violenza, chiunque può essere sia vittima che carnefice. Una violenza più nascosta e taciuta, ma non per questo meno grave, è infatti quella che vede gli uomini come vittime.

Spesso si giustifica questa disparità di racconto con una presunta assenza o “debolezza” di dati. In realtà, sono le ricerche ad essere poche in Italia. Ne abbiamo una condotta dall’Università di Siena, una dall’Ordine degli psicologi dell’Emilia-Romagna e una dall’Istat (ma relativa a tutte le molestie di ogni genere a danno degli uomini, non solo compiute da donne). In ogni caso, però, i dati a disposizione di sicuro non rilevano una realtà da prendere sottogamba. La prima ricerca registra 5 milioni di uomini vittime degli stessi tipi di violenza che subiscono le donne. La seconda ha constatato che la violenza psicologica è subita anche da uomini e bambini e le autrici sono le donne. Trattandosi di una violenza meno evidente di quella fisica, le vittime stesse spesso non la riconoscono, soprattutto se diventa la modalità relazionale più usata in famiglia. I dati dell’Istat parlano invece di 3 milioni e 574 mila uomini che hanno subito molestie almeno una volta nella vita e di 1 milione e 274 mila casi tra il 2015 e il 2016.

Il problema relativo a questi fenomeni però è che la maggior parte delle vittime di genere maschile non denuncia. Questo un po’ a causa dello stereotipo di virilità che li accompagna, e un po’ per il timore di non essere nemmeno creduti. I numeri rilevati, quindi, sono sì più bassi di quelli relativi alle violenze sulle donne, ma si tenga presente che si parla solo di dati ufficiali, che non rispecchiano in toto la realtà. Incertezza, derisione e paura di non essere creduti sono infatti alcune delle conseguenze che porterebbero a una scarsità di studi sulla violenza delle donne contro gli uomini. Automaticamente, questi ultimi diventano sottorappresentati come vittime e sovrarappresentati come autori di violenze, scaturendo un vero e proprio tabù sociale.

Analizzando nello specifico i casi di violenza sugli uomini, la forma di molestia più diffusa, secondo l’Istat, è quella verbale, seguita da pedinamenti e, infine, molestie fisiche. Il luogo in cui si consuma la maggior parte dei casi di violenza è ancora una volta la casa. Proprio tra congiunti si verificano i casi più gravi: gli uomini di solito sfogano la loro rabbia dal punto di vista fisico, mentre le donne agiscono sulla psiche dell’uomo. Ma anche la violenza fisica è presente, troppo spesso, fino ad arrivare all’omicidio. Nel 2017, escludendo i delitti in ambito criminale, i “maschicidi” sono stati più dei femminicidi: 133 contro 128. Gli omicidi-suicidi in ambito familiare e di coppia sono stati 30: 28 uomini e 2 donne. I suicidi noti, dove la causa è legata alla fine di una relazione, sono 39: 32 uomini, 8 dei quali disperati per il distacco forzato dai figli, e 7 donne, tra cui due bambine di 12 e 14 anni che soffrivano la separazione dei genitori.

Un altro tipo di violenza a danno degli uomini è poi quella che riguarda i figli, e cioè l’alienazione parentale. Alcuni uomini, oltre a subire denigrazioni sulle loro capacità familiari o economiche, si vedono anche privati dei loro bambini per molto tempo. La situazione dei padri separati non sempre è rosea: alcuni di loro si vedono costretti a dare l’assegno di mantenimento all’ex moglie, a continuare a pagare le spese della casa familiare e in più quella del loro nuovo appartamento in cui vanno a vivere. Gli uomini così si ritrovano a non poter sopportare le spese, finendo col ritrovarsi in serie difficoltà economiche che contribuiscono al loro disagio psicologico e alla vergogna provata nel chiedere aiuto: a volte, tutto questo culmina nel suicidio.

In Italia, tuttavia, la sensibilizzazione per questo lato della violenza di genere è del tutto assente. Il governo britannico invece, ad esempio, nel 2019 aveva avviato una campagna contro la violenza domestica, chiamata “youarenotalone”, ricordando che anche gli uomini possono essere vittime di quest’ultima. Il Ministero degli Interni aveva anche definito una scala dei valori sulla violenza di genere perpetrata contro uomini e ragazzi e si è impegnato ad andare oltre, aiutandoli in quanto vittime di crimini come abusi domestici e violenza sessuale.

In particolare, veniva riportato che il numero di attacchi domestici perpetrati da donne era più che triplicato in un decennio: tra il 2009 e il 2018, il numero di casi denunciati alla polizia passava da 27.762 a 92.408, portando le donne ad essere responsabili di aggressione nel 28% di tutti i casi di abuso domestico segnalati nel 2018 (nel 2009 erano il 19%). Secondo i dati dell’Office for National Statistics, sempre risalenti al 2019, erano circa 786 mila gli uomini vittime di abusi domestici. La forbice si stringe sempre di più: 7,9% donne vittime contro un 4,2% uomini.

Ma come accennato in precedenza, non si tratta di una guerra fra numeri. Se non per altro, perché non ci sarebbero nemmeno armi pari: meno dati, meno ricerche e meno denunce. In ogni caso, sarebbe comunque una guerra senza nessuno scopo e che peggiorerebbe solo la gravità della situazione, creando divisione. E anche se ci fosse una parità di ricerche e una netta supremazia di dati relativi a un genere, a cosa porterebbe polarizzare il dibattito? A ignorare, ancora una volta, una minoranza.

Serve dunque cominciare ad avviare campagne di sensibilizzazione con termini diversi. È di questo avviso Marco Crepaldi, psicologo : “Nelle campagne si sbaglia a non proporre delle soluzioni, si fa solo allarmismo senza sottolineare aspetti di miglioramento per dare speranza che il problema sia risolvibile. È giusto continuare a sottolineare come ci sia un tema di maggiore rischio per le donne – precisa – ma cominciamo a parlare di violenza domestica non come un problema esclusivamente femminile. In Europa lo si sta già facendo. Fermo restando che entro certi limiti la violenza dell’essere umano, uomo e donna che sia, non può essere annullata con l’educazione ma solo ridotta”.

E se il problema risalisse a forme malate di monogamia tra uomo e donna? Se allargassimo infatti la questione a tutte le molteplici forme di violenza, sarebbe ancora molto più complicato venirne a capo: verbale, psicologica, economica, forme più “piccole” di violenza fisica (spinte, graffi, morsi, dita schiacciate ecc.).

“Il problema è legato alla possessività e questo è un meccanismo che in parte è dato da aspetti culturali ma anche parzialmente biologici come tutti i meccanismi evolutivi che portano a preferire l’esclusività sessuale” spiega lo psicologo.

Inoltre, bisogna ricordare che i centri antiviolenza, in Italia, non accettano uomini e ricevono fondi pubblici solo quando è una donna a denunciare, e solo se è stata vittima di violenza da parte di un uomo. A questo proposito, abbiamo ascoltato il parere di Elena Rossi, responsabile comunicazione del centro antiviolenza Me.dea: “Vogliamo stare nella realtà dei dati che ci mostrano una fotografia totalmente sbilanciata, con la maggioranza che si riferisce alla parte femminile come vittima. Nessuno è per la violenza e di nessun tipo – precisa la responsabile – però se dobbiamo concentrare gli sforzi comunicativi, di risorse e servizi, credo si dovrebbe andare nella direzione di tutelare una parte, quella femminile, che oggi soccombe ogni giorno”.

 

Elena Rossi

 

“Non ci sono prove oggettive che la violenza psicologica non sia bidirezionale – precisa invece Crepaldi – e in ogni caso anche quella fisica, come dimostrano alcuni studi, lo è: donne che fanno stalking, che aggrediscono con mani o oggetti, con sicari ecc. – aggiunge lo psicologo – anche le denunce delle donne spesso vengono sottovalutate, ma se le fa un uomo forse gli si dà ancora meno credibilità e questo non va bene”.

Quando si cerca di allargare il discorso, tuttavia, si trova una forte opposizione da parte di associazioni femministe. Era successo con un’iniziativa locale al Campidoglio tre anni fa, in cui queste associazioni avevano definito la questione “puramente ideologica, marginale e mistificata”. L’associazione “Differenza Donna”, tramite la presidente Elisa Ercoli, conferma: “È assolutamente così, perché c’è ancora una minimizzazione della violenza maschile contro le donne e sono loro ad essere discriminate. Se un uomo subisce violenza e va a denunciare, non ha nessun impedimento culturale delle istituzioni che lo accolgono, invece il fenomeno della violenza maschile è strutturale. La violenza delle donne contro gli uomini – prosegue – non gode dei privilegi culturali patriarcali. Non vogliamo far indebolire tutta una serie di conquiste femminili degli ultimi decenni o minimizzare, negare tutta quella cultura sessista e patriarcale che genera la violenza sulle donne”.

 

Elisa Ercoli

 

Anche sull’inclusione di vittime nei centri antiviolenza, non sembrano esserci aperture: “Anche loro subiscono luoghi comuni, noi non conosciamo il fenomeno perché in Italia se ne parla molto poco della violenza subita dagli uomini. Qualora ci fossero enti interessati ad approfondire questo aspetto, facendo attenzione alle strumentalizzazioni politiche e con molta onestà intellettuale, ben venga. Mi sento di dire però – prosegue Rossi – che i centri antiviolenza sono luoghi di donne, creati per le donne e non è un lavoro di cui si dovrebbero occupare, per storia e per come sono strutturati. Magari tra vent’anni – conclude – la cultura cambierà, ma non credo sia giusto mettere insieme uomini e donne, sul fronte della vittima, nello stesso centro. Quando abbiamo ricevuto qualche segnalazione di questo tipo, abbiamo orientato al servizio dei centri che si occupano degli uomini maltrattanti: prima non esistevano, quindi mi auguro sia un percorso che porti alla nascita di luoghi di attenzioni e sensibilizzazioni”.

Un percorso dunque ancora lungo, delicato e tortuoso. Servirà tempo e coraggio per raggiungere il fine comune: cancellare la violenza, di ogni genere.

 

Enrico Scoccimarro – Giornalista

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