La strategia atomica al tempo di Putin. Il “non- detto” e il “non-compreso” dell’equilibrio del terrore

Il dittatore Putin ha violato tutti gli accordi di Helsinki del 1975. Ha riportato in auge la "guerra fredda" ed diventato il pericolo numero 1 dell’ordine internazionale

L’equilibrio del terrore, così all’epoca esattamente definito, fu un assioma della guerra fredda, che iniziò nel 1946, appena un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Winston Churchill, l’eroico gigante che da primo ministro del Regno Unito aveva tenuto testa da solo, fino al 1941, alle forze armate naziste, dette origine all’espressione con il celebre discorso pronunciato a Fulton, nello Stato americano del Missouri, il 3 marzo 1946. 

Il discorso è passato alla storia sotto il titolo La cortina di ferro a motivo di uno dei suoi passi più espressivi. È conosciuto semplicemente così, mentre costituisce uno dei più profondi discorsi del grande Statista che, anche in quell’occasione, preconizzò lucidamente gli sviluppi della politica internazionale e la futura contrapposizione dei due blocchi, il mondo libero e il mondo sovietico, prima alleati contro Hitler. 

Quel discorso consta di undici pagine e mezza (“Blood, toil, tears and sweat. Winston Churchill’s famous speeches”, Londra, 1989, pag. 296) ma se ne cita solo il brano che l’ha reso famoso: “Da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, una cortina di ferro è scesa attraverso il Continente. Dietro quella linea giacciono le capitali di antichi Stati dell’Europa centrale ed orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia, tutte queste famose città e le popolazioni intorno ad esse si trovano in ciò che devo chiamare la sfera sovietica, e tutte sono soggette in un modo o nell’altro non solo all’influenza sovietica ma a intense e, in molti casi, crescenti misure di controllo da parte di Mosca”. 

“Atene soltanto – la Grecia con le sue glorie immortali – è libera di decidere il suo futuro mediante elezioni sotto l’osservazione di Britannici, Americani e Francesi. Il governo polacco dominato dalla Russia è stato incoraggiato a fare enormi e illecite incursioni sulla Germania, e l’espulsione in massa di milioni di tedeschi dolorosa e sottovalutata è ora in atto. I Partiti comunisti, che erano davvero piccoli in questi Stati orientali dell’Europa, sono stati elevati a preminenza e potere molto al di là dei loro numeri e stanno cercando di ottenere dappertutto il controllo totalitario. I governi di polizia prevalgono in quasi tutti i casi, e finora, tranne che in Cecoslovacchia, non esiste vera democrazia”.

Eppure, nello stesso discorso, Churchill aveva manifestato “forte ammirazione e rispetto per il valoroso popolo russo” e per “il mio compagno d’arme, Maresciallo Stalin”.  In guerra aveva sempre detto, tuttavia, che desiderava vivamente stringere la mano a Stalin, ma quanto più ad Est possibile. Il suo disprezzo per il comunismo era assoluto, senza riserve. “La salvezza del mondo richiede in Europa una nuova unità, per la quale nessuna nazione dovrebbe essere permanentemente emarginata… Al di qua della cortina di ferro che attraversa l’Europa esistono altri motivi di ansia”.  Si riferiva ai “partiti comunisti o quinte colonne che costituiscono una sfida crescente e un pericolo per la civiltà cristiana”.

La convivenza pacifica postbellica fu assicurata, in un primo tempo, proprio dall’esistenza della cortina di ferro, accettata di fatto dal mondo libero sebbene la sua forza militare fosse incomparabilmente superiore al blocco sovietico. Infatti disponeva dal 1945 dell’atomica americana, mentre la Russia comunista fece esplodere la sua bomba soltanto quattro anni dopo, nell’agosto del 1949. 

Dopo la tempesta del conflitto mondiale, a partire dagli anni ’50, venne così a stabilirsi l’equilibrio del terrore, diverso in essenza da quell’equilibrio delle potenze che, dopo lo sconquasso delle guerre napoleoniche, il Congresso di Vienna riuscì ad istituire tra gli Stati europei dal 1815.

I giganti termonucleari, USA e URSS, furono ben presto consapevoli che la raggiunta parità nucleare avrebbe comportato, nel caso di guerra guerreggiata, una vittoria distruttiva per entrambi e che la deterrenza atomica non fosse paragonabile alla deterrenza con apparati militari convenzionali. La guerra fredda, dunque, doveva necessariamente essere “regolata” ovvero assoggettata ad una qualche disciplina convenzionale basata, se non sulla forza del diritto, sul diritto della forza. 

La situazione risultante, venutasi a creare per effetto dell’equilibrio determinato dalla distruttività generale degli ordigni termonucleari, non richiama affatto alla mente quella che di recente è stata chiamata la trappola di Tucidide, secondo la quale il mondo spartano dovette insorgere contro l’impero ateniese perché ne attaccava le sfere d’influenza.

Invece, tale situazione, ricorda assai da vicino la questione implicata dall’ambasceria dei Meli, essa pure di derivazione tucididea. I Meli, coloni degli Spartani, rifiutando di sottomettersi agli Ateniesi, dissero: “Se avremo la meglio sul piano della giustizia e perciò non cederemo, avremo la guerra, mentre se ci lasceremo convincere da voi avremo l’asservimento”.

Gli Ateniesi risposero: “Non faremo con belle parole un lungo discorso…ma chiediamo che realizziate ciò che è possibile secondo quello che gli uni e gli altri veramente pensiamo: voi siete a conoscenza del fatto, come lo sappiamo noi, che la giustizia, quando si parla di uomini, impronta un giudizio se le due parti sono sottoposte a eguale costrizione; il possibile invece lo fanno i più potenti e ad esso acconsentono i più deboli” (Tucidide, Le Storie, V, 86-89, U.T.E.T. 1982). Tucidide qui proclama la machiavelliana “verità effettuale” secondo cui soltanto tra gli Stati sullo stesso piano di potenza vi può essere giustizia, del che l’Ucraina è la tragica ultima prova in atto.

Incidentalmente bisogna osservare che le parole di Tucidide esprimono un concetto analogo a quello estrinsecato da Churchill a proposito del Patto di Monaco (30 settembre 1938), mentre la situazione dei Sudeti peggiorava: “Credo che nelle prossime settimane saremo obbligati a scegliere tra guerra e disonore, ed ho davvero pochi dubbi su quale sarà la decisione” (13 agosto 1938); “Sembra che siamo vicini alla tetra scelta tra guerra e disonore. La mia sensazione è che sceglieremo il disonore, e avremo la guerra un po’ più tardi a condizioni ancora più avverse di quelle attuali” (11 settembre 1938); “William Manchester scrisse che in quasi tutte le riunioni sarebbe stato indiscreto rimarcare: ‘Churchill dice che il Governo deve scegliere tra guerra e disonore. Scelgono il disonore. Otterranno anche la guerra’” (Richard M. Langworth, Churchill in his own words, 2012, pag. 256). 

Nulla di sorprendente. La lettura e la conoscenza dei classici antichi nutrirono la potente eloquenza e la prosa magistrale di Churchill, convinto già di suo che, tra Stati, il forte fa quello che può e il debole cede. Non cambiò mai opinione, neppure dopo che la comunità internazionale fu entrata nell’era atomica, che perdura. Infatti, il 1° marzo del 1955, nel suo ultimo importante discorso da premier britannico, circa un mese prima delle definitive dimissioni, dichiarò alla Camera dei comuni gremita che, in termini nucleari, la sicurezza sarebbe stata “la robusta figlia del terrore e la sopravvivenza la sorella gemella dell’annientamento” (Andrew Roberts, Churchill. La biografia, U.T.E.T. 2020, pag. 1322).

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Così è stato da allora ad oggi. La sicurezza e la sopravvivenza sono state assicurate dall’equilibrio del terrore, che ha fatto in modo che la guerra fredda non diventasse guerra calda, cioè guerreggiata, almeno non tra potenze nucleari.

Ma l’equilibrio del terrore non costituisce il fattore causante, bensì l’effetto della dottrina strategica delle potenze nucleari, Stati Uniti e Russia dapprima, perché arrivati primi all’atomica. Tale dottrina è definita “Mutual Assured Destruction“, distruzione reciproca assicurata, e indicata anche con l’acronimo “MAD, parola che significa pure pazzo. 

Se la MAD è il postulato della strategia atomica, il corollario dovrebbe esserne il rifiuto del primo colpo. Infatti il significato essenziale della MAD consiste nella risposta devastante dell’aggredito con tutto l’arsenale nucleare in modo da assicurare la distruzione totale dell’aggressore. La frase fatta “rispondere colpo su colpo” non ha alcun senso in questa materia, se non altro perché sarebbe (pressoché) esclusa la possibilità che, chi avesse scagliato il primo, scagliasse un secondo colpo. Senza intendere qui il colpo come un atto singolo, lo sparo della pistola.

La MAD, tuttavia, costituisce una dottrina ed una strategia elaborate quando le potenze nucleari erano soltanto 2, che le davano per sottintese reciprocamente. Oggi invece le potenze nucleari risultano 9, sebbene non tutte in grado di adottare la MAD alla lettera.  Inoltre lo sviluppo della tecnologia delle armi nucleari ha portato alla fabbricazione di ordigni piccoli, facilmente trasportabili in terra, mare e cielo, con effetti circoscrivibili in linea di massima: le bombe nucleari cosiddette tattiche. Infine, nonostante i trattati internazionali per limitarle e proibirle, le armi atomiche hanno proliferato oltre le conoscenze accertate ufficialmente disponibili. 

Prescindendo da una vera e propria escalation, non è più sicuro pertanto che la MAD abbia conservato tutta la salvifica efficacia del passato e che la sicurezza sia anche adesso “la robusta figlia del terrore“. La proditoria aggressione di Putin all’incolpevole Ucraina ha messo in luce una vera e propria aporia della MAD, che, se non risolta, rischia di assegnare al despota russo un vantaggio esiziale nella guerra in corso e nei rapporti con la Nato e la Ue. 

L’aporia consiste in proposizioni del genere: non possiamo istituire la fly-zone a protezione degli ucraini massacrati, se no scateniamo la terza guerra mondiale; non dobbiamo fornire all’Ucraina aggredita armi offensive, perché l’aggressore russo potrebbe considerarne la fornitura alla stregua di un casus belli; possiamo dare all’Ucraina tutto, fuorché l’indispensabile al contrattacco risolutivo per sconfiggere la Russia. 

Proposizioni del genere impongono le domande: “Fino a che punto dobbiamo lasciar fare a Putin? La nostra deterrenza atomica è reale o soltanto teorica, il che equivale ad inesistente? E Putin come la considera?”

Stando così le cose, l’esecrazione della guerra e del dittatore restano nel campo morale, mentre tutta la condotta di Putin, precedente ed attuale, è veramente belluina e bellica. Lascia intendere che egli tema la MAD molto meno di quanto la temiamo noi. Egli ci terrorizza molto più di quanto noi lo terrorizziamo. Ripone la salvezza nell’esibizione e nella minaccia della forza piuttosto. La sua baldanza sembra non temere l’annientamento.

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Gli Accordi di Helsinki, cioè l’atto finale della “Conferenza sulla cooperazione e la sicurezza d’Europa” del 1975, anche al fine di stemperare il terrore atomico e le tensioni della guerra fredda fissarono in una sorta di decalogo i principi fondamentali delle relazioni tra gli Stati partecipanti.

Eguaglianza sovrana, rispetto dei diritti inerenti alla sovranità. Non ricorso alla minaccia o all’uso della forza. Inviolabilità delle frontiere. Integrità territoriale degli Stati. Risoluzione pacifica delle controversie. Non intervento negli affari interni. Rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo. Eguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli. Cooperazione fra gli Stati. Adempimento in buona fede degli obblighi di diritto internazionale”.

Gli Accordi di Helsinki, firmati da 35 Paesi, compresi Stati Uniti, Canada, Urss, hanno raggiunto lo scopo, ma è esagerato affermare, come Luciano Canfora autorevolmente, che posero fine alla guerra fredda, invece soltanto interrotta dalla caduta del Muro di Berlino (1989) e dall’ammainabandiera del vessillo bolscevico dal pennone del Cremlino (1991). Dopo l’implosione del sistema sovietico, la Russia non ha conosciuto né libertà né democrazia come le intendono i Paesi della Nato e dell’Unione europea. 

Prima scivolata, poi precipitata nel nuovo regime, la Russia di Putin ha violato in un ventennio, in più occasioni, tutti i principi degli Accordi di Helsinki. Proprio tutti! Violazioni che gli altri firmatari hanno finto d’ignorare oppure, blandamente, biasimato o sanzionato. Hanno fatto lo scaricabarile, che oggi finisce nell’Ucraina devastata dalla crudele guerra che Putin ha mosso contro l’indomito confinante, senza provocazione, senza giustificazione.

Con le aggressioni (Georgia, per esempio), le distruzioni (Cecenia, per esempio), le usurpazioni (Crimea, per esempio) perpetrate nel corso dei suoi anni di potere e da ultimo con la guerra all’Ucraina, l’ateo apparatcik dello spionaggio sovietico, innalzato a difensore della fede dalla complicità della Chiesa ortodossa, ha perseguito con coerenza il conflitto ripartendo da quell’interruzione. 

Ha riportato in auge la guerra fredda, ha sferrato guerre convenzionali (finora), ha commissionato l’assassinio degli oppositori e rinverdito l’imperialismo zarista granderusso, mostrando di voler sbilanciare a suo modo l’equilibrio del terrore. Nell’intervista concessa a Christiane Amanpour della Cnn il 22 marzo di quest’anno, Dimitri Peskov, portavoce-ventriloquo di Putin, ha ammesso con iattanza che la Russia può ricorrere all’atomica: “Di fronte ad una minaccia alla stessa esistenza del nostro Paese, l’arma nucleare potrebbe essere utilizzata”. Poiché nessuno minaccia nemmeno in ipotesi l’esistenza (addirittura!) della Russia, all’evidenza ne deriva che l’ammissione costituisca di per sé, essa sì, una concreta minaccia alla Nato.

Che il dittatore Putin rappresenti ormai il pericolo pubblico numero uno dell’ordine internazionale è comprovato dalla sua personale, dichiarata nel 2020, dottrina militare che ammette il primo colpo atomico: una strategia suicida per sé, per i russi, per l’umanità. 

Dio non voglia che la criminale condotta del despota russo imponga anche all’alleanza atlantica la “tetra scelta” tra guerra e disonore, benché alquanta vergogna così tanti già provino impotenti di fronte all’orrida morte dei patrioti ucraini, combattenti e civili ugualmente eroici. 

 

Pietro Di Muccio de Quattro – Direttore emerito del Senato della Repubblica, Ph.D. dottrine e istituzioni politiche 

 

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