La prevalenza del cretino nei media contemporanei

La fenomenologia di questa "figura" che, come diceva Flaiano, si è andata specializzando, descritta con uno stile sul filo della provocazione alla Jonathan Swift. "In particolare dopo la Rivoluzione francese, nelle società libere l’individuo comune è stato portato a credere che avere un diritto comporti l’obbligo di esercitarlo".

Perché ha cotanto successo sui media il cretino di sinistra? Chi non è né cretino né di sinistra dovrebbe porre la domanda ai media. Ma non per supponenza oppure a nome della destra e dell’intelligenza. Per curiosità, semplicemente.

Sia chiaro, i cretini abbondano pure a destra. Sono altrettanti. Messi alla prova, conseguono analoghi successi, forse meno considerati. Josè Ortega y Gasset lo conferma da par suo: “Essere di sinistra o essere di destra significa scegliere una delle innumerevoli maniere che si offrono all’uomo di essere imbecille. Entrambe, in effetti, sono forme di emiplegia morale”.

Il fatto è che i cretini non dovrebbero essere protetti dalle Costituzioni e dalle leggi sulla libertà di parola. La rovinosa deriva che ha comportato l’estensione del diritto di parola ai cretini ha avuto origine nel Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, risalente al 1791.

Questo Emendamento ha purtroppo stabilito che “Il Congresso (il Parlamento cioè) non potrà fare alcuna legge per limitare la libertà di parola” ed ha così posto la pietra miliare del diritto sulla strada verso l’ineluttabile primazia dei cretini. La stampa dapprima, la radiotelevisione poi, i social infine, i contemporanei mezzi di comunicazione hanno fatto tutti esplodere la potenza distruttiva del cretinismo, facendone il sostituto popolare dell’intelligenza critica.

Sull’argomento, la massima da me preferita (inclino a credere perché l’ho scritta io stesso!) afferma: “Che tutte le opinioni siano rispettabili è sicuramente un’opinione da non rispettare”.

In particolare dopo la Rivoluzione francese, nelle società libere l’individuo comune è stato portato a credere che avere un diritto comporti l’obbligo di esercitarlo. Questa falsa credenza, già deleteria in sé, ha dato origine allo sconquasso di opinioni sotto i nostri occhi. Le quali raggiungono il parossismo di disprezzare lo Stato che consente di manifestarle! Se non è cretinismo questo…

Nel “Dizionario della lingua italiana” Nicolò Tommaseo definisce il cretinismo “lascimunitaggine, accompagnata da grande gozzo, endemica in certe valli, che rende l’uomo prossimo al bruto”. Cretino rappresenterebbe la corruzione di “Chretien” e starebbe per “Povero Cristiano, Cristianello”, commiserando.

Insomma, sarebbe “il nome che si dà ad alcune persone mutole o mal parlanti, insensate, con gran gozzo, che sono assai frequenti in certe zone di montagna”.

Ecco il punto in cui sbagliò il nostro grande Tommaseo: al cretino non è più riferibile l’aggettivo “mutole”, cioè muto, mentre gli si attagliano, oggi come allora, “mal parlante” e “insensato”.

Dunque, se da un lato il miglioramento dell’alimentazione e i progressi della medicina hanno eradicato il cretinismo come infermità fisica, dall’altro lato il prodigioso sviluppo della tecnologia dei media ha reso pandemico il cretinismo come disfunzione culturale manifestantesi in loquacità patologica, una polilalia di malpensieri e insensatezze.

L’insegnamento del proverbio “un bel tacer non fu mai scritto” è ormai incompreso, sorpassato, rovesciato. Troppi parlano su tutto specie dovendo dire nulla. Le parole in bocca al cretino sono “flatus vocis”, vocaboli senza concetti, nomi senza significato, frasi senza costrutto.

Perciò, ascoltandolo, se non capite niente, il cretino è lui, non voi. Statene certi e siate tranquilli. La sua verbosità è irrefrenabile perché convinto di avere sempre una degna opinione da comunicare. Ed ora i mezzi contemporanei gli offrono infinite succulente opportunità di comunicarla al mondo intero: ai vicini e ai lontani, ai conosciuti e agli sconosciuti. Impera l’opinionismo, coniato da Giuseppe De Rita.

Nella prefazione del suo “Tractatus logico-philosophicus” Ludwig Wittgenstein scrive: “Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”.

Prima di lui, che alcuni considerano il più grande pensatore del XX secolo, due celeberrimi nostri connazionali espressero lo stesso concetto. Galileo disse che “Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi”. Tra questi “pochissimi” è introvabile il cretino, che possiede il duplice dono di parlare a vanvera e oscuro.

E Collodi, nell’immortale capolavoro sul burattino intagliato nella carne degl’Italiani, fa pronunciare al Grillo parlante la sentenza definitiva sui cretini.

Al capezzale di Pinocchio, impiccato dagli assassini, la Fata turchina chiama “i medici più famosi”, il Corvo e la Civetta, per sapere se il disgraziato burattino fosse vivo o morto. Il Corvo disse solennemente che “il burattino è bell’e morto, ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo”.

La Civetta, dispiaciuta di dover contraddire “l’illustre amico e collega”, obiettò che “il burattino è sempre vivo, ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero”.

Alla Fata che gli domandava perché non parlasse, il Grillo rispose: “Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare è quella di stare zitto”.

E non è questione, perciò, di cultura o incultura. Il cretino s’annida dappertutto. Per riconoscerlo, il metodo più sicuro consiste nel chiudere gli occhi, concentrarsi e non ascoltarlo parlare.

 

Pietro Di Muccio de Quattro – Direttore emerito del Senato della Repubblica, Ph.D. dottrine e istituzioni politiche 

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