I Balcani e l’Europa, Fruscione (ISPI) dà un quadro della situazione nei vari Paesi

"L'avvicinamento dei Paesi balcanici all’Ue è visto come uno step di evoluzione socio politica". La Croazia, la Serbia e il Kosovo, la Macedonia del Nord, la Bosnia Erzegovina, il Montenegro, l’Albania. I rapporti con Mosca. Il fattore energia

Un lento ma progressivo avvicinamento all’Unione Europea. I Paesi balcanici negli ultimi trent’anni hanno fatto importanti passi in avanti per diventare un domani membri dell’Ue ma la strada sembra ancora lunga. In questo 2024 alcuni degli Stati che componevano la Jugoslavia sono andati alle urne: un voto importante che precede quello delle Europee e che segnerà la storia futura di questi Paesi nei prossimi anni. Abbiamo parlato dell’attuale situazione con Giorgio Fruscione, analista geopolitico dell’Ispi che si occupa dell’area balcanica.

Undici anni fa la Croazia è entrata nell’Ue. Questo sarà il futuro anche degli altri Paesi balcanici? Nel 1999 è iniziato un lento processo che potrebbe presto portare gli altri Stati della regione a essere membri Ue…

La Croazia viene vista all’interno della regione come un modello o il futuro che spetta a tutti i Paesi che sono candidati alla membership dell’Ue. Se da un lato si può considerare positivo, a livello di politica locale può essere considerato come un monito: per quelle che sono le possibili conseguenze negative o per le problematiche comunitarie.

L’esempio perfetto è quello dell’utilizzo dell’euro, per quanto nei Balcani ci siano due Paesi che aderiscono all’eurozona. Nel caso della Croazia c’è stato un aumento dell’inflazione dopo l’adozione della moneta unica.

Inoltre, dal 2015 la cosiddetta rotta balcanica ha interessato soprattutto la Croazia: proprio sui confini croati si sono registrati molti problemi, come la violenza della polizia di frontiera, riconducibili all’esternalizzazione da parte di Bruxelles della gestione dei flussi migratori. Infine c’è un ultimo livello che potremmo definire identitario: il processo di integrazione nell’Ue da parte della Croazia è stato vissuto come un ulteriore step con il quale il Paese si è sganciato dal passato “balcanico” aderendo ad una famiglia di democrazie occidentali e progredendo rispetto al passato.

Le correnti più progressiste ed europeiste degli altri Paesi balcanici considerano l’avvicinamento dell’Ue come un passo necessario per un’evoluzione socio-politica.

Lo scorso 17 aprile i croati hanno votato per le elezioni parlamentari: una sfida che ha visto protagonisti due figure istituzionali, da una parte il presidente socialdemocratico e populista Milanovic e dall’altro il primo ministro conservatore ed europeista Plenkovic: è positiva la conferma della vicinanza all’Ue anche se c’è stato un contrasto forte tra due figure istituzionali…

Giorgio Fruscione

Io l’ho definito un derby istituzionale. Va detto che il presidente Milanovic ha agito contro la costituzione poiché si è candidato a premier senza dare le dimissioni dalla presidenza della Repubblica.

In Croazia c’è stato una sorta di “ribaltamento” per quanto riguarda gli orientamenti dei partiti politici riguardo all’Unione Europea. In genere sono le forze di centrodestra o conservatrici a essere euroscettiche o populiste, questa volta è successo il contrario: il premier Plenkovic, rappresentante dell’Unione Democratica Croata, partito nato durante la guerra d’indipendenza e sulla scorta di esperienze nazionalistiche, era a difesa della costituzione contro il presidente della Repubblica che voleva approfittare dei suoi poteri.

Lo scontro si è consumato a livello personale perché i socialdemocratici sapevano che battere Plenkovic era difficile. Se il premier resterà al governo per tutto il mandato diventerà il leader più longevo della Croazia post-indipendenza e questo lo si deve al suo carattere di europeista e moderato all’interno di un partito che, invece, dalla sua formazione è stato tutt’altro che moderato perché fondava le basi ideologiche sul nazionalismo derivante dalla lotta d’indipendenza dalla Jugoslavia.

Per quanto riguarda invece la Serbia? Il presidente Vucic mantiene buoni rapporti con l’Ue ma anche con Mosca. Potrebbe avere impatto sulle relazioni future?

Questo è il fulcro di tutto i rapporti tra l’Unione Europea e i Balcani. Negli scorsi anni, in particolar modo dalla pandemia ma anche prima, i vuoti delle promesse dell’Unione Europea sono stati colmati da altri.

La vicinanza con la Russia è di carattere politico e si concentra sul sostegno russo contro l’indipendenza del Kosovo. Tuttavia, da un punto di vista economico, Mosca non si può sostituire a Bruxelles ed in questo momento si aggiunge anche la Cina nei Balcani per uno scostamento dagli standard europei per quanto riguarda la tenuta economica, il rispetto dell’ambiente e i diritti dei lavoratori.

Il pericolo di infiltrazioni di Mosca e Pechino c’è e l’allargamento rappresenta per l’Ue una missione geopolitica. La Commissione Europea chiude il proprio mandato con un mezzo fallimento se pensiamo che quando si insediò nel 2019 promise di essere “la Commissione più geopolitica della storia della comunità europea”: nel caso dei Balcani questo non è accaduto.

Paesi balcanici

Le relazioni energetiche consentono alla Serbia di pensarsi come hub energetico dei Balcani?

I Balcani non hanno il controllo dalla loro parte nel contesto energetico e la loro fortissima dipendenza da Mosca li rende precari nelle prospettive future. Giocano ovviamente un ruolo importante quando il gas va a rifornire Austria ed Ungheria ma non credo che per quanto riguarda la partita energetica nessuno dei Paesi balcanici possa giocare un ruolo di controllo sull’Ue.

Resta sempre alta la paura per un conflitto tra la Serbia ed il Kosovo anche se finora non ci sono stati segnali di guerra imminente…

Credo che non si arriverà ad un conflitto come quello in Ucraina, anche se rimarrà una tensione latente. Si tratta di una situazione stressante per la politica locale e questo va tutto a vantaggio della leadership serba e kosovara e a discapito dei cittadini.

Il Kosovo rimarrà uno strumento in mano alle élite nazionaliste che cercheranno di prolungare lo status quo fino al momento più opportuno. Un momento chiave potrebbe essere un ritorno di Trump alla Casa Bianca: il tycoon sul dossier kosovaro propose un accordo, che però non cambiò quasi nulla.

Quest’anno il contesto è diverso e peggiorato. I leader autocratici potrebbero avere mano libera in caso di rielezione di Trump perché potrebbe esserci un ritorno ad un’anarchia internazionale e ad un disinteresse verso Regioni che, al momento, non sono di primo interesse per Washington.

Altre elezioni in corso sono quelle nella Macedonia del Nord: una vittoria dei conservatori potrebbe essere un rischio per l’adesione all’Unione Europea?

In teoria no. I conservatori del VMRO-DPMNE hanno governato per larga parte nel percorso di avvicinamento all’Unione Europa anche se non si sono mai impegnati per la modifica del nome del Paese portata avanti invece dai socialdemocratici.

Sulla carta non ci si aspetta uno stop in tal senso. Un governo più nazionalista, però, potrebbe portare ad un irrigidimento dei vicini, in primis la Bulgaria, che aveva già posto il veto all’adesione di Skopje fintanto che non venissero soddisfatte richieste da parte di Sofia di carattere nazionale. Richieste che un governo nazionalista potrebbe ignorare, portando quindi a nuovi veti.

Il rischio è quindi che si crei un muro contro muro tra Skopje e Sofia e che possano esserci nuovi stop.

Passiamo alla Bosnia ed Erzegovina, oggi sembra che questo attore abbia perso importanza nei Balcani. Che ruolo ha Sarajevo?

Da qualche anno Sarajevo non è più in pieno controllo della politica estera della Bosnia Erzegovina che si è quasi del tutto sdoppiata in virtù della postura nazionalista della Repubblica Srpska guidata dal filorusso Milorad Dodik che godendo dell’appoggio di Belgrado e di Mosca sta portando avanti una secessione legale con un trasferimento delle competenze esclusive dello Stato bosniaco che da 30 anni si regge su un delicatissimo equilibrio.

Dodik minaccia la stabilità della Bosnia Erzegovina e minaccia una secessione anche senza passare per le armi. Questo dipenderà dall’appoggio che arriverà da Belgrado e dalla Russia, e anche in questo contesto bisognerà vedere cosa succederà nelle elezioni europee e statunitensi.

Il 21 maggio di quest’anno si festeggerà il 18esimo anniversario di indipendenza del Montenegro…

Il Montenegro ha iniziato un percorso nuovo quando, nel 2020, il partito dell’ex presidente Milo Djukanovic ha smesso di governare il Paese dopo 30 anni, un cambio di regime che ha fatto sicuramente bene ma resta il problema della corruzione e della criminalità organizzata legata all’entourage dell’ex presidente.

Una settimana fa la direttrice dell’Agenzia Governativa per la Lotta alla Corruzione è stata arrestata per presunta appropriazione indebita, ed è accusata di coprire gli affari dell’ex presidente. Oltre al contrasto alla criminalità restano anche altre sfide tra tutte quella della transizione: da questo punto di vista bisognerà tenere d’occhio i partiti politicamente vicini a Belgrado, che giocano un ruolo di rilievo per la stabilità dell’attuale governo e quindi dei rapporti a livello regionale.

E per quanto riguarda l’Albania? In trent’anni sono stati fatti importanti passi in avanti con un’accelerazione nell’ultimo decennio soprattutto: il premier Edi Rama ha avuto un ruolo importante in questa fase di modernizzazione del Paese? Quali sono i prossimi obiettivi di Tirana?

Le sfide di Tirana non si discostano molto da quelle degli altri Paese balcanici. Il Paese rimane agganciato alla Macedonia del Nord per l’adesione all’Ue, i due Stati sono stati molto spesso associati sia quando c’era da bloccare che sbloccare il percorso per l’Ue.

Edi Rama è al governo da molti anni ed ha una tendenza a polarizzare il contesto sociopolitico. Ad oggi in Albania ci sono due grandi partiti che sono entrambi macchiati da episodi di corruzione. Il Partito Democratico albanese è all’opposizione ed il leader Berisha si trova ai domiciliari, il rischio di una guida autoritaria in Albania sotto Rama è reale.

La sfida più importante per Tirana oggi è la messa in atto di un processo di democratizzazione interna che avvenga nel rispetto del pluralismo politico, un elemento che non c’è stato per diversi decenni a causa della precedente dittatura comunista.

Si parla di adesione all’Ue da parte dei Paesi dell’Est da almeno una ventina d’anni. Un processo che porta con sé molte paure: quelle di contrasti interne e di “nuove Visegrad”. C’è il rischio che i Paesi Balcanici in futuro remino contro le politiche di Bruxelles?

Sì, in Europa parliamo di Budapest perché Belgrado non è ancora nell’Ue: il presidente serbo Vucic è anche peggio sotto certi punti di vista rispetto a Orban. Sull’ingresso dei Paesi Balcanici va fatta una riflessione dal punto di vista geopolitico: conviene far maturare le democrazie garantendo un ingresso nell’Ue o mantenere delle autocrazie esposte a influenze straniere? Poniamoci questa domanda.

Pensiamo sempre al rapporto tra Ungheria ed Ue. Budapest ha bisogno dell’Europa non solo per i fondi strutturali ma anche per avere a disposizione il nemico comune con cui si rifà l’attuale governo: è un dato importante per Orban.

D’altro canto anche l’Ue ha bisogno della sua “pecora nera” per potersi confrontare e mantenere alta l’attenzione sui principi comuni. È un processo che non va a beneficio dei diritti ma che poi porta a un raddrizzamento delle politiche di Budapest.

In sintesi: è meglio avere un’autocrazia su cui si può lavorare rispetto ad una che è esposta all’influenza di attori esterni.

 

Francesco Fatone – Giornalista

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