Giustizia, carriere magistrati? “Meglio separate”. Un giovane sostituto Pg spiega perché

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Di separazione delle carriere dei magistrati – la carriera dei giudici e quella dei pubblici ministeri o sostituti procuratori –  si discute ormai, finora inutilmente, da circa trent’anni. Da allora questo tema, cavalcato dalla destra e avversato dalla sinistra, è diventato per i magistrati come un drappo rosso davanti al toro: a sentirlo nominare diventa subito divisivo, e quasi tutti i magistrati lo rigettano. Già la commissione bicamerale per le riforme costituzionali verso la fine degli anni Novanta tentò una modifica della forma di stato e di governo, arrivando a una bozza di semipresidenzialismo alla francese, e a una riforma della giustizia. Sembrava quasi fatta, ma all’ultimo momento Berlusconi gettò sul tavolo la separazione delle carriere. E fece saltare il banco.

 

 

 

 

La separazione delle carriere dunque si è via via caricata di un sovrappiù di ideologismo e di politicismo al punto da diventare un tabù, interpretato dai magistrati come un segnale di guerra o comunque di ostilità, e quindi qualcosa di non nominabile, con un conseguente arroccamento di stampo corporativo.

Ma Gaetano Bono, il più giovane sostituto procuratore generale d’Italia non ha voluto seguire il precetto del filosofo Ludwig Wittgestein, che ammoniva: sulle cose di cui non si può parlare si deve tacere. E alla separazione delle carriere dei magistrati ha addirittura dedicato un libro, fresco di stampa, che già nel titolo dichiara le sue intenzioni: Meglio separate.

Con il governo Meloni il tema è ritornato, ma le resistenze continuano. In questo affaire che rimane un ginepraio Gaetano Bono si propone di offrire una prospettiva inedita, non ideologica della separazione delle carriere, dedicando il suo libro ai cittadini, ai magistrati, ai legislatori. E a tutti l’autore fa notare che mai come in questo periodo la riforma della separazione delle carriere può essere così a portata di mano, e bisogna cogliere  “l’occasione imperdibile”. La stragrande maggioranza dei magistrati però resta contraria, tranne alcune voci dissenzienti.

Leggendo il libro si capisce che Bono non fa l’errore uguale e contrario dei fautori dello status quo, e cioè la chiusura al dibattito, non è insomma un paladino fanatico della separazione delle carriere. Mette anzi subito le mani avanti, ed è una mossa dialettica efficace per non bloccare subito la discussione e non vedersi subito sbattere le porte in faccia dai fautori della tesi opposta.

A favorire questa modalità cita in esergo una frase di Victor Hugo: Fate come gli alberi, che conservano le loro radici ma cambiano le foglie.

Dice in sostanza Bono: la separazione delle carriere non è una panacea, ha molti vantaggi, andrebbe fatta con una riforma costituzionale, ma non va fatta a tutti i costi. Ma ad alcune condizioni, indicate con estrema chiarezza.

La prima condizione: che i pubblici ministeri non cadano sotto il controllo del governo ma mantengano la loro indipendenza e restino soggetti solo alla legge.

La seconda condizione è che ci sia una maggiore specializzazione del magistrato requirente e del magistrato giudicante;   che ci siano due consigli superiori della magistratura, per ciascuna delle due specializzazioni, nell’ambito dell’unità della cultura giurisdizionale. A questo proposito, Bono ricorda un pensiero di Giovanni Falcone: l’habitus mentale del giudice e quello del magistrato inquirente è diverso.

 

 

 

 

All’obiezione che la riforma Cartabia abbia in parte previsto un passaggio dall’uno all’altro versante della magistratura, cioè un cambio di funzioni, Gaetano Bono risponde che quella riforma è praticamente fallita da questo punto di vista, perché non ha risolto il problema. E cita le cifre:  dal 2006 il numero di domande per il passaggio dei magistrati dall’una all’altra specializzazione è stato minimo.

 

 

 

 

L’autore fa poi considerazioni condivisibili, quasi di buon senso, sul principio della obbligatorietà dell’azione penale, previsto dalla Costituzione, che inserisce in un capitolo  “i falsi miti”. In sostanza, con la mole di processi e di cause che si abbattono sulle procure e sui tribunali, diventa inevitabile una selezione dei reati da perseguire; e quindi l’obbligatorietà dell’azione non può valere sempre e per tutto; occorre selezionare; ma se poi questa selezione la si fa sulla base di scelte “politiche” dei versanti su cui esercitare l’azione penale, questa cosiddetta obbligatorietà diventa, direbbe Totò, meno … obbligatoria per alcuni casi.

Un altro punto notevole del libro è l’accento sulla necessità per il magistrato non solo di essere indipendente all’esterno ma anche all’interno della stessa magistratura, al di là del frazionismo delle correnti. E qui Bono cala le carte: la sua bestia nera è la gerarchizzazione degli uffici delle procure, tanto da far venire il sospetto che la separazione delle carriere venga da lui caldeggiata anche se non soprattutto per liberare il sostituto procuratore o pubblico ministero da un controllo troppo gerarchizzante del procuratore (chiamato impropriamente, egli sottolinea, procuratore capo, e per questa errata definizione se la prende anche con la stampa).

Già, perché egli aggiunge: “É bene dire chiaramente che, tecnicamente, il pm non ha un capo, poiché il procuratore della repubblica è il titolare dell’azione penale ed è posto al vertice di un ufficio unipersonale, nel quale i singoli pubblici ministeri prestano servizi in qualità di sostituti. Eppure si sta sempre più diffondendo una deriva pericolosa, quella  di indicare il procuratore della repubblica quale “procuratore capo”. Più che una questione semantica, è la spia di una tendenza alla progressiva gerarchizzazione della funzione del pm”.

E ancora: “La gerarchizzazione va avversata non solo per il rischio insito nella concentrazione del potere nelle mani di una manciata di procuratori (150) ma anche per ragioni sistematiche”. Poi all’autore viene il dubbio di essere sospettato di  quasi nullificare il ruolo del procuratore e perciò precisa: “non c’è dubbio che il dirigente dell’ufficio requirente abbia il diritto e il dovere di stabilire un indirizzo e di dettare linee guida cui devono attenersi i sostituti procuratori ,ma bisogna contrastare il più possibile il rischio che il suo ruolo si spinga a sfociare in una ingerenza nelle scelte del sostituto, il quale deve essere messo in condizioni di agire in maniera libera”.

Il libro di Bono insomma assume la proposta di separazione delle carriere dei magistrati come cartina di tornasole, banco di prova e quasi “grande occasione” per rivedere e risolvere alcuni dei più gravi problemi che affliggono il pianeta giustizia e ne rallentano il funzionamento ( 50 mila sentenze non eseguite).

Ecco alcune proposte che egli fa:

una diversa dislocazione delle procure, un accorpamento delle piccole procure, un ufficio centralizzato a livello nazionale che coordini l’azione penale; riduzione della domanda di giustizia per non intasare gli uffici giudiziari; rendere anti economico rivolgersi al tribunale quando si è sicuri di avere torto; impedire a soggetti disonesti di lucrare sulla inefficienza e lentezza del sistema giudiziario, portando in lungo i processi; rendere economico rivolgersi al tribunale quando si è sicuri di avere ragione.

In conclusione- ribadisce l’autore- la separazione delle carriere non è la panacesa dei mali della giustizia. “Essa può diventare una occasione per innovare l’ordinamento giuridico, purché venga realizzata nel rispetto della condizione irrinunciabile di mantenere l’indipendenza della magistratura requirente e purché la si inquadri in un ampio contesto di riforma”.

“Questa riforma dovrebbe mirare a rendere più efficiente non solo l’azione dei pubblici ministeri, ma l’intero comparto giustizia, attraverso la riduzione del flusso di entrata dei procedimenti penali e civili, la rimodulazione delle procure, l’informatizzazione e la digitalizzazione”.

Insomma, quello di Bono, come si diceva all’inizio, non è un approccio ideologico o “politico” verso la separazione delle carriere, ma un approccio pragmatico, direi funzionale. E infatti lo stesso magistrato non ha difficoltà ad ammettere: “Se la separazione delle carriere comportasse una limitazione all’indipendenza della magistratura, allora meglio tenersi il sistema attuale”.

E tuttavia – però aggiunge –  sarebbe un vero peccato rinunciare all’opportunità di fare una separazione delle carriere che, mantenendo la cultura della giurisdizione del Pm e invertendo l’attuale tendenza alla gerarchizzazione delle persone, darebbe completa attuazione al disegno costituzionale che vede la magistratura come potere diffuso. Se nessuno dubita che questo valga per i giudici, lo stesso non può dirsi per i pubblici ministeri. E allora ben venga una riforma che lo stabilisca in maniera netta, perché una magistratura requirente autonoma e indipendente rende tale anche la magistratura giudicante, perché sono i pubblici ministeri che danno avvio e impulso ai processi”.

“Con la conseguenza che i giudici non potrebbero concretamente esercitare quel potere diffuso che l’ordinamento riconosce loro, se non ci fosse l’iniziativa dei pubblici ministeri. É pure comprensibile che si possa avere una qualche difficoltà a staccarsi dall’idea di unitarietà delle carriere, che da sempre connota l’ordine giudiziario. Ma è giunta l’ora di mettere in discussione quell’atteggiamento di totale contrarietà che la magistratura oppone a ogni ipotesi di separazione”.

Insomma il magistrato Gaetano Bono ci crede, anche se non chiude a priori alle obiezioni di chi non condivide la sua proposta. Ma il suo è un invito a guardare senza preconcetti alla questione. “Se si superassero i pregiudizi contro la separazione delle carriere, si scorgerebbe chiaramente l’opportunità di avere un pubblico ministero ancora più libero e indipendente di come non sia attualmente, in quanto aumenterebbe la sua indipendenza interna, ossia la sua sfera d’azione rispetto al proprio dirigente e andrebbe favorita la concretizzazione del carattere di potere diffuso che è proprio dell’ordine giudiziario”.

 

Mario NanniDirettore editoriale

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