40 anni dal governo Craxi /interviste/ 14/ Del Bue

Si giocò Palazzo Chigi sul referendum sulla scala mobile. Decisionismo craxiano? In pochi ricordano leggi su parità uomo-donna

Politica

Proseguiamo con le interviste sul governo Craxi a 40 anni dalla sua costituzione Oggi ascoltiamo la testimonianza di Mauro De Bue, emiliano, deputato socialista per tre legislature ( X,XI, XIV), Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, è stato tra i protagonisti della rinascita del Psi nel 2007, e per dieci anni (2013-2022) ha diretto l’Avanti!, versione on line. Da quest’anno dirige il quotidiano on line La Giustizia. Ha scritto numerosi saggi di storia politica sulla sinistra italiana.

 

 

 

 

Nel 2023, sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi. Che cosa resta di quell’esperienza di governo durato quattro anni?

I governi Craxi complessivamente durarono quasi quattro anni e se non ricordo male l’ accordo con la DC prevedeva una staffetta della quale probabilmente si era solo parlato, un compromesso politico tra Craxi e De Mita ideato dal democristiano Riccardo Misasi che poi non ebbe seguito.
Craxi presiedette due governi, il primo caduto a seguito del ritiro della fiducia del Pri sul caso Achille Lauro e il secondo durato fino a pochi mesi dalle elezioni anticipate del 1987.

 

 

 

 

In seguito alla crisi Fanfani fu chiamato a presiedere un governo elettorale e politicamente anomalo durato 3 mesi e 11 giorni, che ottenne la fiducia con l’astensione della DC mentre nella sua breve durata Psi e Pci si collocarono tutti e due all’opposizione. Il calcolo di Craxi era di collocare le elezioni subito dopo i referendum sulla giustizia e il nucleare. Non fu così.

Spieghiamolo ai giovani che al tempo del governo Craxi non erano neanche nati: in che cosa consisteva la novità del governo Craxi? Quali i suoi punti qualificanti?

La novità della presidenza Craxi era costituita dal fatto che era la prima volta di un socialista. Questo poi avveniva mentre un altro socialista era al Quirinale, Sandro Pertini, e segnava da un lato la consapevolezza da parte della Dc del tramonto della sua egemonia, anticipato peraltro a mo’ di preludio dal governo Spadolini che fu il primo guidato da un presidente del Consiglio non democristiano. Dall’altro lato si trattava dell’unica alternanza possibile data la presenza nella sinistra italiana del più forte partito comunista del mondo occidentale, che bloccava una vera alternativa.
Craxi fece un grande servizio al suo paese e al suo partito. Si ricordano sempre il patto anti inflazione e il referendum – vinto – sulla scala mobile, il caso Sigonella e il successivo diniego a usare le basi americane ubicate in Italia per bombardare la Libia, il nuovo Concordato che cancellava la religione cattolica come religione di Stato.

In pochi ricordano le leggi sulla parità tra uomo e donna partorite da un apposito comitato di Palazzo Chigi. Alla fine il Psi, grazie al governo Craxi e al movimentismo di Martelli sui temi del nucleare e della giustizia ed all’alleanza coi radicali conquistò nel 1987 il 14,3% dei voti, il miglior risultato dopo quello delle elezioni per la Costituente del 1946.

Molti, ricordando il governo Craxi, si fermano a Sigonella, il punto più alto di affermazione della sovranità nazionale, che suscitò l’applauso alla Camera anche dei comunisti. Oltre Sigonella, che cosa andrebbe ricordato del governo Craxi?


Direi che Craxi rompe ogni rapporto di subalternità coi poteri forti sia in politica estera sia in politica interna. Fedele all’ Alleanza atlantica al punto di non avere dubbi nell’installazione a Comiso dei missili Pershing e dei Cruise perché i sovietici avevano installato contro di noi i loro Ss 20, difese a muso duro la paternità italiana a decidere sul suolo italiano (caso Sigonella) appoggiando anche le ragioni della lotta del popolo palestinese.

Anche in politica interna non ebbe alcuna paura a sfidare la componente comunista della Cgil sulla scala mobile (in realtà qui Luciano Lama, segretario generale della Cgil, dovette cedere alle pressioni del Pci che era il suo partito) e si giocò la presidenza del Consiglio su quel referendum. Anche Renzi lo fece, ma lo perse; Craxi invece lo vinse.

 

 

 

 

Della Grande Riforma, che Craxi agitò come bandiera di rinnovamento dello Stato, quali proposte conservano una validità e attualità?  Che cosa andrebbe rilanciato?

Craxi lanciò il progetto della Grande riforma istituzionale e costituzionale agli albori della ottava legislatura, siamo nell’estate del 1979, cioè subito dopo la fine del governo di unità nazionale.

In quelle elezioni il Psi aveva di poco ritoccato il deludente risultato delle precedenti elezioni, ma si era presentato con un’autonoma proposta di governabilità.

L’idea era quella di eleggere direttamente il presidente della Repubblica o il capo dell’Esecutivo, di diversificare i compiti delle due Camere, di studiare correttivi alla legge elettorale e di sburocratizzare l’Italia. Il Pci gridò subito all’eresia in nome di un duplice reato, quello di stampo marxista perché le istituzioni non sono che sovrastrutture e quello in nome della sacralità della Costituzione che non si poteva toccare.

Mi sembra che 45 anni dopo siamo ancora lì.

Per esempio la battaglia per la delegificazione, la polemica sul Parlamento che perdeva tempo a fare leggi sui molluschi eduli lamellibranchi o sulla eviscerazione degli animali da cortile, invece di far procedere con atti amministrativi? Il Parlamento continua in questo andazzo?

L’unica modifica della procedura parlamentare è stata quella dell’abolizione del voto segreto sulle leggi che permetteva ai franchi tiratori di far cadere i governi. Fu voluta da Craxi e approvata nel 1988.

Il modus operandi del governo Craxi prevedeva riunioni preparatorie in organismi istituiti ad hoc, come il consiglio di Gabinetto. Un metodo che poi è stato abbandonato. Sarebbe ancora valido?

Allora c’era un governo che si reggeva su una maggioranza di pentapartito. Craxi promosse un ufficio di gabinetto politico che prevedeva la presenza dei leader dei cinque partiti facenti parte dell’esecutivo, e ciò a garanzia del loro appoggio e della loro lealtà. Oggi non saprei a che cosa servirebbe dal momento che i partiti praticamente non esistono più e si chiamano col nome dei loro leader.

Rapporti con Berlinguer: furono pessimi. Il segretario del Pci, invece di salutare la novità del primo presidente del Consiglio socialista, lo definì un pericolo per la democrazia. C’erano anche motivi caratteriali nei loro rapporti?

Il capitolo dei rapporti tra Psi e Pci e in particolare tra Craxi e Berlinguer è complesso. Ricordo incontri anche alle Frattocchie (sede della scuola quadri del Pci, ndr)  che si concludevano con documenti comuni, poi si riprendeva il litigio. C’ erano forti differenze politiche di fondo dato che quando il Pci era per il compromesso storico il Psi era per l’alternativa socialista sulla base di un’obiezione logica alla teoria di Berlinguer secondo il quale in occidente, anche alla luce del colpo di Stato in Cile del 1973, la sinistra non poteva governare col 51%. Una sinistra a forte maggioranza comunista no, ma una sinistra socialista o socialdemocratica sì, come del resto accadeva in tutta Europa.
I rapporti peggiorarono dall’assunzione da parte di Craxi della presidenza del Consiglio. Anziché approfittare di una novità politica e cavalcarla per trainarla verso una possibile futura alternativa, i comunisti videro subito Craxi come un avversario politico, uno che gli avrebbe potuto sottrarre voti come poi effettivamente avvenne nel 1987.
La verità è che il Pci, dopo la morte di Moro, non aveva più una politica né un interlocutore.

 

 

 

 

Come si potrebbe definire o descrivere lo stile di governo del presidente del Consiglio Craxi?

Indubbiamente innovativo. Si parlava di decisionismo craxiano e don Baget Bozzo lo benedisse al congresso di Verona del 1984. In realtà non era così. Craxi, come prova l’idea dell’ufficio di gabinetto, operava attraverso il dialogo e la consultazione. Prendiamo il referendum sulla scala mobile. Giorgio Benvenuto mi ha confidato che il punto di riferimento di Craxi era Lama e che fino in fondo gli pareva che il segretario della Cgil fosse pronto ad un accordo. Fu soprattutto Carniti a spingerlo a superare gli indugi e ad accettare la sfida.

Qual è la cosa meglio riuscita del governo Craxi?

Forse il patto anti inflazione. L’inflazione calò dal 14% al 6% ed i quattro punti di scala mobile tagliati vennero assorbiti da un potere d’acquisto più forte. I comunisti difendevano lo statu quo, i socialisti sapevano guardare al futuro. Questo fino al 1989, dopo è tutta un’altra storia. Quando, durante la campagna elettorale del 1987 che concise con la mia prima elezione alla Camera, gli dissi che era il momento di raccogliere dopo aver seminato riconobbe che eravamo anche stati fortunati. Immagino pensasse alla congiuntura internazionale favorevole.

E quella non realizzata o rimasta incompiuta perché non ci fu più tempo o perché non era possibile?


Gli è mancata un’ultima zampata sulla spesa pubblica. É vero che durante gli anni del governo Craxi crebbe fino a quasi il 90 % del Pil, ma a causa del balzo degli interessi perché la spesa reale non crebbe. D’altronde poteva fare la riforma delle pensioni in quel clima e dopo avere acceso gli animi per soli 4 punti di scala mobile?  Politicamente – per Craxi presidente del Consiglio – una riforma delle pensioni sarebbe stata molto complicata. Va ricordato che la scala mobile fu poi abolita successivamente con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il Governo Amato I e i sindacati, su cui il 31 luglio 1992 vennero poste le firme dei segretari della triplice tra cui quella di Trentin, segretario generale della Cgil, e tutto ciò senza alcuna tensione. Come cambiano i tempi!

 

Gianluca RuotoloGiornalista

 

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