Giornalismo, buone notizie dall’Università dell’Insubria per un mestiere in crisi

In una ricerca tra studenti sottolineata la "rilevanza sociale" della professione giornalistica. Social giudicati poco attendibili rispetto alla carta stampata

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Per una categoria in forte crisi identitaria come quella dei giornalisti l’opinione di un nutrito gruppo di studenti universitari che considerano al 92% la professione come “di grande rilevanza sociale” è più che un toccasana. Certamente i ragazzi dell’Università dell’Insubria – guidati dalla professoressa Maria Cristina Reale, dell’Università dell’Insubria  Como – Varese), Dipartimento di Diritto ed Economia – hanno in mente un modello di cronista che somiglia molto all’eroico e rigido Ed Hutchinson impersonato da Bogart nel film “L’ultima minaccia” piuttosto che allo scanzonato Joe Bradley cui prestò il volto Gregory Peck in “Vacanze romane”. Ma tant’è. Il risultato è comunque davvero sorprendente data l’aria che tira.

 

Dottoressa Reale come è nata l’idea di questa ricerca?

È nata da una proposta dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, con cui il Dipartimento del quale faccio parte ha stipulato una convenzione di collaborazione per organizzare incontri e ricerche sul tema dei rapporti tra informazione, società e diritto. L’idea era di valutare come l’immagine e il ruolo del giornalista siano percepiti da giovani ancora in corso di laurea. Per ragioni di tempo abbiamo pensato a una “ricerca pilota”, limitando il campione delle interviste agli studenti di Giurisprudenza dell’Università dell’Insubria. La ricerca è stata poi materialmente realizzata da due giovani, Francesca Fossati, che sta per laurearsi presso l’Insubria, e Giacomo Furlanetto, che ha appena iniziato un Dottorato di ricerca. Sono loro che si sono attivati per diffondere il questionario tra gli studenti, utilizzando anche canali social, ed hanno elaborato i dati che, sebbene riferiti a un campione limitato, hanno dato esiti comunque significativi. I risultati sono stati presentati nel corso del Glocal, il festival del giornalismo digitale che si svolge ogni anno a Varese nel mese di novembre.

 

Lei che è docente di diritto e ha anche fondato un Centro di ricerca su diritto e informazione, come vede l’attuale momento che vive la professione giornalistica alle prese con la crisi dell’editoria e l’avanzata di quello che qualcuno ha definito “giornalismo diffuso” attraverso i nuovi media?

Rischio di dire cose scontate. Da anni si evidenzia la crisi del settore editoriale, incrementata a livello globale dall’impatto delle nuove tecnologie digitali sul modo di fare comunicazione e sulla sua diffusione, e sulle ripercussioni che questo fenomeno complesso ha avuto sull’organizzazione del lavoro dei giornalisti e sullo status della professione. I giornalisti sembrano schiacciati tra le difficoltà degli editori e quella che appare una crisi di fiducia da parte dei lettori. Nonostante questi problemi, mi sembra che sia comunque riconosciuta pacificamente l’importanza vitale dell’informazione professionale e la necessità di preservarla. Gli strumenti di analisi ci sono, né mancano gli osservatori specializzati – in Italia penso in primo luogo a quello dell’Agcom – e per questo appare sorprendente che non si riesca ad avviare una discussione sistematica tra i soggetti interessati, anche a livello istituzionale, per individuare proposte che possano alleviare almeno in parte i problemi collegati, ad esempio, alla precarizzazione sempre più diffusa del lavoro giornalistico.

Torniamo alla ricerca. Quali sono i media preferiti dagli studenti? 

Social media, giornali online e televisione fanno la parte del leone: l’assoluta maggioranza degli studenti intervistati ha dichiarato di informarsi quotidianamente o comunque più volte alla settimana attraverso questi canali. L’indagine ha confermato la perdita di rilievo della stampa, mentre un risultato per certi aspetti sorprendente ha riguardato l’uso della radio e dei podcast, molto più seguiti dei giornali su carta: un dato che forse si può spiegare con l’immediatezza e la velocità di comunicazione e trasmissione delle informazioni attraverso questi media. 

Secondo lei i giovani ritengono di poter fare a meno della figura del giornalista come mediatore o no? 

A mio avviso no. Si sente spesso dire che i giovani sarebbero interessati alla informazione fai-da-te, facilitata in fondo dalle tecnologie digitali, e l’ampio utilizzo dei social media sembrerebbe confermare questa idea. Per quella che è la mia esperienza, invece, mi sembra che i ragazzi tendano a ricercare l’informazione “professionale” più di quanto si possa pensare, e che si interessino molto alla figura del giornalista. Quando ho potuto proporre incontri o partecipazioni a eventi come il Glocal ho sempre riscontrato un’adesione sentita e anche entusiasmo per la possibilità di un confronto diretto con i professionisti dell’informazione. 

A proposito delle fake news come la pensano i giovani? 

Anche in questo caso debbo far riferimento ai nostri studenti, che mi sembrano onestamente consapevoli del problema. Non sono sicura che dipenda solo dal fatto che si tratta, appunto, di studenti, per di più di diritto, quindi di persone che si stanno abituando a verificare e controllare nozioni e in generale informazioni. Il pericolo delle fake news del resto è discusso in modo oggettivamente massiccio, per cui ritengo che i giovani si stiano “attrezzando” in questo senso e siano anche consapevoli del ruolo fondamentale che l’informazione professionale può avere nell’arginare la diffusione della disinformazione, specie online.

Da questo punto di vista l’indagine cosa ci dice?

L’indagine ha confermato questa impressione: i social media sono considerati canali di informazione decisamente molto influenti ma anche i meno rispettosi della “verità sostanziale dei fatti”. I media tradizionali invece – quotidiani cartacei, tv, radio – sono considerati decisamente più attendibili. Bisognerebbe certo capire meglio e approfondire come vengono utilizzati i social media, che notoriamente sono adibiti a una pluralità di funzioni oltre a quella informativa.

Ho notato che secondo i ragazzi lo scopo principale della attività giornalistica sarebbe quello di “dare informazioni veritiere” mentre è in fondo alla classifica la voce “fare audience”. Sembra il ribaltamento del mondo rispetto all’andazzo attuale! Come lo spiega?

Questo in effetti è stato un dato interessante emerso dalla nostra piccola indagine. Per la quasi totalità degli intervistati il giornalista svolge una professione di rilevanza sociale, che si declina in più funzioni: informare sull’attualità o su questioni di interesse per la collettività, far emergere problemi o questioni sociali, contrastare la disinformazione, contribuire al formarsi della pubblica opinione, promuovere cambiamenti. A mio parere questo dimostra che i ragazzi sono in grado di distinguere quasi istintivamente il professionista dal “personaggio” e conferma l’interesse e la curiosità per la figura del giornalista.

Dunque i giovani lettori si aspettano dei giornalisti con la schiena dritta, una sorta di samurai schierati in difesa della notizia, ma il 70% di loro ignora che cosa sia la deontologia della professione. Che cosa si può fare, o meglio che sarebbe giusto facessero i giornalisti per avvicinare i cittadini alle dinamiche che regolano l’attività di chi è chiamato ad informare?

Sarò banale, ma l’unica cosa è “parlarne”: non per mettere alla berlina chi viene sanzionato per il mancato rispetto dell’etica professionale, cosa che solleverebbe serie questioni di privacy, ma piuttosto per spiegare i valori che sono alla base del Codice deontologico e correlativamente, senza far nomi, la giurisprudenza dei Consiglio di disciplina degli Ordini.

I giovani si sono interessati anche al tema della sicurezza dei giornalisti e ai rischi che la professione comporta. Che cosa ci dice in proposito dei risultati della ricerca e, come giurista, quali ritiene siano le soluzioni più adatte per tutelare i cronisti da taglie come le querele temerarie o le pressioni illecite?

Premesso che sembra esserci consapevolezza riguardo ai possibili condizionamenti di ordine politico o economico sull’informazione, oltre la metà degli intervistati ritiene che il giornalista possa andare incontro a forme di screditamento del suo lavoro e purtroppo anche a rischi per la sua incolumità. Un po’ più basse invece le percentuali di chi ritiene altamente probabili le possibilità di condanne o arresti del giornalista per ragioni legate all’esercizio della sua professione. Quanto al tema della tutela dei giornalisti, nel nostro ordinamento non mancano norme che possono essere invocate contro le liti temerarie, ma la loro attuazione pratica spesso risulta oggettivamente difficoltosa. Questo sia per ragioni tecniche, sia per motivi più materiali, essenzialmente legati a problemi strutturali del mercato del lavoro giornalistico. I costi delle azioni legali e l’entità delle richieste di risarcimento per danni derivanti da una presunta diffamazione a mezzo stampa risultano spesso insostenibili per le capacità economiche del giornalista o anche dell’editore – specie per le realtà locali. Il tutto come noto si può tradurre in una forma di condizionamento o di compressione della libertà di informazione. 

Come risolvere il problema?

Sarebbero evidentemente auspicabili soluzioni normative per garantire un maggiore equilibrio tra le posizioni degli interessati, agendo sul piano penale, civile e giuslavoristico. Si ragiona sul tema, esistono proposte di riforma per allentare gli ostacoli che gravano sul giornalismo, ma il nostro legislatore è ancora troppo lento. Il risultato è che nella classifica 2021 sulla libertà di stampa redatta da Report senza Frontiere, l’Italia è ancora al 41° posto. 

Per finire, quanti tra gli interpellati per la ricerca ambirebbero a diventare giornalisti? 

A questo proposito, due studenti su tre fra gli intervistati hanno dichiarato di non aver mai considerato il giornalismo come una possibile professione. Le risposte positive sono pervenute in maggioranza da uomini e da studenti che hanno già avuto esperienze di lavoro.

Fuori ricerca, dal suo osservatorio privilegiato, ritiene che i giovani vedano ancora il lavoro nei media come un approdo socialmente attraente e perché?

Proprio la netta maggioranza di risposte che attribuisce alla professione un rilievo sociale mi fa pensare che la figura del giornalista eserciti un certo grado di fascino sui giovani che però, per ovvi motivi, non hanno ancora una piena percezione dei problemi che esistono, specie sul piano dell’inquadramento contrattuale. Per questo sarebbero tanto più cruciali politiche che facilitassero la tutela del settore.

 

Felice Carrara – Giornalista

 

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