Centri storici, verso il convegno di Spoleto: intervista a Cesare Crova (Italia Nostra)

Bisogna ripartire dai cittadini. Non servono archistar, ma ma progettisti saggi. Il rischio, specialmente per i piccoli centri, è di avere fondi e non saperli gestire. Dtato e Regioni siano garanti

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Intervistiamo il professor Cesare Crova, già vice presidente nazionale di Italia Nostra, che sarà tra i relatori del convegno sui centri storici in programma a Spoleto il 2-3 luglio, nell’ambito del Festival dei due Mondi.

C’è da restituire ai centri storici della città una nuova dimensione è un nuovo senso? Cominciando da dove?

Si deve partire dal territorio, dalla società civile: dal cittadino. Da coloro che vivono i centri storici, per capire le necessità di cui abbisognano, i problemi che ci sono. Solo in questo modo si potrà progettare una città e dei centri storici che siano a dimensione di chi li vive e non calare dall’alto progetti improponibili. Non servono gli archistar di grido, ma progettisti saggi che sappiano ascoltare e fare proprie le esigenze del cittadino e con loro progettare dei centri storici a uso e consumo di chi li vive. Questa è la progettazione e la conservazione partecipata.

 

Uno dei temi del convegno è la necessità di evitare lo svuotamento dei centri storici, per la fuga di coloro che vi abitano, e di favorire il ripopolamento. Quali misure secondo lei sono tra le più urgenti?

Favorire quelle attività economiche e sociali che rendano i centri storici un luogo dove vivere e socializzare. Nel periodo dell’emergenza sanitaria tanti piccoli centri sono stati un richiamo per coloro che vi hanno trovato quegli spazi che la città impediva di avere.

L’emergenza sanitaria in molti casi ha fatto riscoprire i centri storici. Tante persone, piuttosto che vivere in città, con tutte le ristrettezze del caso, ha preferito trasferirsi nei piccoli centri o nei borghi dove ha potuto riscoprire un modello di vita più a dimensione d’uomo, continuando a lavorare, seppure in modalità agile.

La città, spesso frenetica, che non ti lascia pensare, in questo caso ha lasciato il passo a uno stile di vita più rispettoso di sé stessi, dove lo scandire del tempo non era regolato dagli orari di lavoro, ma da una vita più semplice, meno aggressiva, dove è stato possibile riscoprire i rapporti umani e i valori veri della vita.

Nei centri storici, da Lecce a Roma a Milano, i centri storici sono dominati dal fenomeno del cosiddetto tavolo selvaggio, che specialmente nelle ore serali e notturne provoca fenomeni che incidono sulla vivibilità, il decoro e l’igiene. Secondo lei si può risolvere e come la contraddizione reale tra le esigenze della vivibilità e dell’appeal dei centri storici e le esigenze economiche degli operatori commerciali?

Tavolo selvaggio è un problema delle città in generale, non solo dei centri storici, piccoli o grandi. È un problema diffuso, derivato dalla necessità di aggirare l’emergenza sanitaria per favorire la ripresa economica delle attività commerciali e della ristorazione. Solo che ora andrebbe fatto l’inverso e ripristinato lo stato precedente. È diventato un percorso a ostacoli e chi ne paga le conseguenze è il cittadino.

Come si risolve il problema? Con il solito caso per caso, cercando di capire le esigenze del singolo centro storico, delle sue necessità, attraverso una pianificazione organica e non casuale, lasciata all’inventiva del singolo gestore di attività economiche.

La rigenerazione, la riqualificazione dei centri storici non dovrebbe essere anzitutto una rigenerazione culturale?

Si deve capire esattamente questo.

La rigenerazione urbana non passa per la demolizione dell’edilizia storica e la ricostruzione di edilizia intensiva, a uso e consumo di pochi, allo svuotamento dei palazzi storici cambiando loro destinazione d’uso trasformandoli in ricettività alberghiera diffusa, che porta a una rilettura moderna della città storica, snaturandone le qualità.

La rigenerazione deve passare necessariamente per un uso compatibile con le necessità della popolazione, da questo il richiamo alla Convenzione di Faro (è del 2005, ma l’Italia l’ha ratificata nel 2020, NdR),  dove i cittadini siano gli attori principali delle scelte da operare. Italia Nostra ha portato avanti con grande successo un progetto di restauro partecipato, nell’area delle Terme di Petriolo (SI).

La popolazione, memoria storica del territorio, ha dato quelle indicazioni utili alla fase propedeutica della progettazione, da cui sono derivati non solo progetti singoli, ma anche percorsi nel territorio per valorizzarlo e inserirlo in un sistema di percorsi turistici, che portano anche alla riqualificazione delle piccole attività economiche presenti nel territorio.

Del destino e  del rilancio dei centri storici debbono occuparsi solo le amministrazioni comunali o anche, come questo convegno del resto suggerisce, la società civile, le Regioni, il Governo?

Le amministrazioni locali sono la base che lancia gli spunti per la definizione dei progetti, attraverso la partecipazione del territorio, quindi della Società civile. Le Regioni e lo Stato devono avere il loro ruolo, ma con cognizione di causa. Il rischio è quello che si finanzino progetti con milioni di euro, come ha dimostrato recentemente il PNRR, che non riescano a essere gestiti da amministrazioni piccole che hanno bilanci di qualche milione di euro e dove contributi molto alti rischiano di non riuscire a essere gestiti. In questo senso, lo Stato, prima, le Regioni poi, dovrebbero farsi garanti, dando quell’aiuto nella gestione dei fondi, per favorire il loro reale investimento senza il rischio che eventuali perenzioni possano farli perdere o, peggio, una mala loro gestione.

 

Mario NanniDirettore editoriale

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