Centri storici, verso il convegno di Spoleto: intervista prof. Maurizio Di Stefano

"Ripartire mettendo l’uomo al centro, promuovendo la cultura dell’incontro". I centri storici sono luoghi di comunità e con questo spirito bisogna frequentarli

Cultura

Il professor Di Stefano, dell’Università di Napoli Federico II,  è anche ingegnere e architetto,  specializzato nel restauro dei monumenti.

C’è da restituire ai centri storici della città una nuova dimensione e un nuovo senso? Cominciando da dove?

Comincerei dal mettere l’uomo al centro. Più che di “nuova dimensione e nuovo senso” parlerei di ritrovare la dimensione umana e il senso dell’incontro tra le persone. Occorre superare la concezione di sintesi sociologica della “società liquida”. Anche Papa Francesco nella enciclica “Fratelli Tutti”, ha esordito dall’”amicizia sociale”, credo che questo sia una buona base da cui cominciare per restituire ai Centri Storici il ruolo di luoghi di vita; comincerei da questo modo di relazionarci, promuovendo la “cultura dell’incontro”.

Uno dei temi del convegno è la necessità di evitare lo svuotamento dei centri storici, per la fuga di coloro che vi abitano, e di favorire il ripopolamento. Quali misure secondo lei sono tra le più urgenti?

Lo svuotamento è già avvenuto. Addirittura siamo, in alcuni casi, all’abbandono di numerosi centri storici e borghi. Le ragioni sono svariate e le affronteremo nel nostro incontro: mancanza di lavoro, assenza di servizi, carenza di infrastrutture tutte concause evidenti.

Fattori tutti che determinano le diseguaglianze territoriali sia strutturali sia sociali. Esse sono evidenti cause principali di disagio a cui si aggiungono cause come i dissesti naturali, idrogeologici o rischi antropici che mettono in pericolo la sicurezza e la stabilità degli edifici .

I Centri Storici sono luoghi di incontro di solidarietà intellettuale e di affinità. Sono cioè luoghi di “comunità”. Quindi cominciamo da noi stessi a frequentarli, con questo spirito riflettendo sullo stile di vita più prossimo al nostro equilibrio ed a quello della Comunità con cui ci incontriamo e ci confrontiamo.

Favorire il ripopolamento è, quindi, una operazione culturale che deve assicurare non solo il superamento delle criticità strutturali indicativamente richiamate, offrendo contemporaneamente una progettualità sociale per quelle stesse comunità che abitavano ed abitano quei luoghi e che sarebbero disposte, almeno in parte, a tornare alle origini condividendo i “valori” e lo stile di vita a cui mi riferivo prima. Il processo di ripopolazione è parallelo: ripristinare la vivibilità strutturale (case, servizi, strutture sociali) e il progetto di vivibilità abitativa.

Quest’ultimo è stato ben declinato negli esempi affrontati recentemente dalle “Linea di azione A – Progetti Pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei Borghi a rischio di abbandono e abbandonati” del PNRR ,della quale potremo parlare nell’incontro di Spoleto.

Nei centri storici, da Lecce a Roma a Milano, i centri storici sono dominati dal fenomeno del cosiddetto tavolo selvaggio, che specialmente nelle ore serali e notturne provoca fenomeni che incidono sulla vivibilità, il decoro e l’igiene. Secondo lei si può risolvere e come la contraddizione reale tra le esigenze della vivibilità e dell’appeal dei centri storici e le esigenze economiche degli operatori commerciali?

Torniamo al tema della “qualità della vita”. Il fenomeno dei “tavoli selvaggi” rientra, a mio parere nelle capacità (incapacità) di governo e di gestione della Città e del suo centro storico. I Sindaci e le strutture preposte alla gestione comunale degli spazi pubblici sono gli unici responsabili di questo uso improprio del suolo pubblico reso ormai incontrollabile dall’effetto post pandemia (COVID), la crisi del 2020 ha aperto le maglie dei controlli lasciando usare illimitatamente gli spazi esterni; ora sarà dura una azione di rientro nella norma; le eccezioni in Italia diventano definitivamente prassi!

Condivido la gravità del tema dell’uso del suolo perché è una limitazione di un “bene comune”, con conseguenze spesso molto più complesse anche per la convivenza con i residenti, come nel caso della movida urbana che colpisce i diritti di molti nell’interesse di pochi.

Una soluzione più equilibrata potrebbe essere ricercata coinvolgendo anche gli operatori commerciali a convincere il cliente soprattutto se turista, a regolarsi come ospite in casa di una comunità (il quartiere, la strada, la piazza) in cui l’accoglienza ed il modo di viverla sono le chiavi di una convivenza e di un rispetto del luogo e delle persone.

La rigenerazione, la riqualificazione dei centri storici non dovrebbe essere anzitutto una rigenerazione culturale?

Attenti agli slogan ! Il tema della rigenerazione urbana è molto complesso e deve riferirsi a norne non ancora emanate ed alle quali non sarà semplice pervenire. Non parlerei di “rigenerazione culturale” ma di “cambio di paradigma culturale”. Il tema è al centro anche della riflessione che ICOMOS- International Council on Monuments and Sites che celebrando, proprio in questo 2022, il 50° della Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale, culturale e naturale dell’Umanità del 1972, che introduce i “criteria”, per il riconoscimento dei siti patrimonio mondiale dell’UNESCO richiamando i valori universali eccezionali necessari per esaltare il genius loci.

Un profondo cambio che coinvolge l’ambiente, il contesto, il territorio come paesaggio urbano. Anche l’approccio alla cultura del digitale è una delle forme di “rigenerazione urbana”, direi resa obbligatoria dalla tecnologia e dalla quale possiamo trarre grandi benefici per il processo di ripopolazione di cui parlavamo prima.

Del destino e del rilancio dei centri storici debbono occuparsi solo le amministrazioni comunali o anche, come questo convegno del resto suggerisce, la società civile, le Regioni, il Governo?

Il destino dei Centri storici e dei borghi è sempre più connesso alla collaborazione tra pubblico, privato e terzo settore. Ricordiamo i numerosi tentativi di alcune Amministrazioni Comunali che hanno offerto gratuitamente edifici in centri storici affinché privati sensibili e decisi a trasferirsi volessero abitare questi luoghi.

Ebbene poche sono state esperienze di successo; mentre, per i casi di interventi integrati di trasferimenti di funzioni come laboratori, centri di ricerca, alberghi diffusi, ecc.) le esperienze hanno avuto successo perché hanno condiviso obiettivi comuni e reali. Il terzo settore, finalmente giunto a normazione, sebbene ancora in corso di perfezionamento, con l’entrata in vigore del RUNTS “Registro Nazionale Terzo Settore”, deve diventare protagonista di questa azione di “coscientizzazione” delle popolazioni nel rilanciare e ripopolare efficacemente questo straordinario patrimonio culturale materiale ed immateriale italiano dei centri e borghi storici, che ci viene invidiato da tutto il mondo e che abbiamo trascurato e lasciato decadere per troppi decenni.

 

Mario NanniDirettore editoriale

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