Afghanistan, il destino crudele dei Bacha posh

Femmine costrette dalle famiglie a vestirsi da maschi fino alla pubertà, per poter lavorare, uscire di casa e per scongiurare la “vergogna” e il “disonore” di non aver avuto figli maschi. Un fenomeno di vistose implicazioni sociali ed economiche. Non meno inquietante il fenomeno dei Bacha-bazi

Vorrei ricordare uno dei fenomeni ampiamente diffusi nei Paesi musulmani, in particolar modo in Afghanistan e in Pakistan, ovvero quello relativo al “Bacha posh”, che significa “Vestita come un ragazzo”“Obbligata da maschio”, un’antica usanza, in cui le famiglie prive di figli maschi, inducono, o meglio costringono, una delle loro figlie femmine a vestirsi e comportarsi da maschi per scongiurare la vergogna e il disonore di non avere avuto figli maschi.

Una pratica che iniziò a diffondersi in passato, durante i periodi di carestia, in cui le donne si travestivano da maschi per combattere le guerre e, attualmente, è il ritratto delle condizioni cui sono soggette migliaia di donne invisibili che vivono in quei Paesi, soprattutto l’Afghanistan, in cui una donna non può comparire in pubblico sola, non può lavorare o studiare e fare le cose che noi donne occidentali facciamo liberamente ogni giorno.

Tale pratica non serve solo per “salvare l’onore”, ma consiste anche nella “superstizione” di allontanare la malasorte dai futuri figli, anche se, nella realtà, questa usanza ha, soprattutto, un riscontro economico. In questi Paesi, nascere “femmine” è un problema serio, una sorta di maledizione, perché le femmine sono viste come un peso sia per le famiglie che per l’intera società. Perché non lavorando, non producendo e quindi, non guadagnando, l’unica funzione che le donne hanno è quella di procreare e obbedire ad un uomo, dapprima il padre, per poi passare al dominio del marito-padrone.

Pertanto, soprattutto, per le famiglie povere, la nascita di una femmina rappresenta un notevole problema e ciò spiegherebbe anche l’altissimo numero di aborti nel caso di feti femminili e di morti di molte neonate nei Paesi islamici, a meno che le stesse vengano trasformate in “Bacha posh”, che per molte famiglie rappresenta l’unica soluzione per sbarcare il lunario. Infatti, vestire una femmina da maschio, permette di poter far lavorare quelle figlie che altrimenti sarebbero costrette a rimanere chiuse in casa, permettendo, così, di aiutare economicamente le loro famiglie.

Si narra che fu il re Habibullah Khan, tra il 1901 e il 1919, durante il suo regno, che ebbe l’idea di far vestire da maschio una delle sue tante figlie femmine, per poter badare al suo harem. Essere una “Bacha posh” è l’unico modo che permette alle bambine di accedere ad alcuni privilegi riservati ai maschi, come quello di uscire da sole per strada, poter lavorare i campi, giocare a palla, andare in bicicletta…. Da quel momento in poi, ogni bambina verrà chiamata con un nome da maschio, le verranno tagliati i capelli, indosserà abiti maschili e avrà diritto a molti privilegi concessi ai maschi.

Di sicuro, questa usanza rappresenta un’altra forma inaudita di violenza messa in pratica ai danni delle giovani donne, consapevoli di appartenere ad un genere inferiore, indesiderato e sfruttato fin da piccole. In un Paese dove i diritti civili e umani sono spesso un vero e proprio miraggio, per coloro che nascono donne, allora ecco che travestirsi da uomo diventa l’unico modo che consente il raggiungimento di quei diritti negati alle donne.

Ma, tutto questo, fino al raggiungimento dei dieci anni di vita, cioè fino all’inizio della loro pubertà, periodo in cui dovranno tornare a vestire nuovamente i panni da “femmina” e prepararsi per il matrimonio. Francamente, non oso immaginare l’impatto psicologico che debbono affrontare quelle poverette una volta che, raggiunta la pubertà, intorno ai dieci anni, sono costrette nuovamente ad indossare i loro abiti e quindi a dover subire nuovamente tutte le restrizioni da “femmine”, in un Paese in cui si vive di segregazione, disparità di genere, di ghettizzazione, in cui i diritti e privilegi sono riservati solo a coloro che nascono maschi.

La fase successiva a quella del periodo del “bacha posh” è molto delicata, in quanto la maggior parte delle ragazzine fa fatica all’idea di tornare nuovamente nei panni di una femmina, perché dopo anni di vita che hanno vissuto da maschi, sia nel pensare come loro, nel vestire, nel lavorare, giocare e quant’altro, diventa assai incomprensibile poter accettare di nuovo la loro vera natura, con tutti i limiti che ciò, ovviamente, comporta.

E così, molte di loro decidono di continuare a travestirsi da maschi anche dopo la pubertà con notevoli rischi se qualcuno dovesse accorgersi che in realtà sono delle femmine. Il trauma per la maggior parte di loro di dover tornare ad indossare i vecchi panni da femmina è talmente forte, che preferiscono rischiare la morte, anziché sottomettersi di nuovo a tutte le restrizioni che il loro Paese impone, come ad esempio quello di accettare un matrimonio imposto dal padre e sposare un uomo che nel 99% dei casi le userà violenza e abusi. Resta una pratica sostenuta da motivi economici, socio-culturali come risposta ad una società tipicamente maschilista, patriarcale ed oppressiva.

Ma, accanto al Bacha posh, esiste anche un’altra pratica ancora più disumana, quella del Bacha-bazi, una forma di schiavitù sessuale che viene perpetrata nei confronti dei minori che finiscono per essere venduti a uomini per lo più ricchi per intrattenerli e questa è un’altra faccia della violenza inaudita e dell’ingiustizia inflitta a molti abitanti dell’Afghanistan.

E a questo punto mi chiedo, come si può essere felici se ovunque l’uomo è in grado solo di generare violenza, disumanità e sofferenza?

 

Aurora d’ErricoAvvocato, scrittrice, blogger  (Mobmagazine.it)

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