Supernova

Mercenari: quando “amare” la patria di altri è un affare

Figure che, pur avendo avuto origine in un’epoca remotissima, anche oggi sono se non attori principali almeno coprotagonisti di molti conflitti, come dimostra la loro presenza nella guerra di aggressione che oltre un anno fa la Russia ha scatenato contro l’Ucraina. Di mercenari si parla già in un documento geroglifico al tempo di Ramses II. Il fenomeno dei ‘’contractor’’, utilizzati anche in Ucraina

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Orizzonti

Le due culture: chiose a un maestro, Ivano Dionigi

La lettura, qualche settimana fa, su questo giornale di un articolo di rara perspicuità a firma del Prof. Ivano Dionigi sul tema delle due culture, mi ha mosso a qualche ulteriore considerazione sullo stesso argomento. Il mio approdo, non sembri questo mio un retorico cleuasmo, è avvenuto dopo una navigazione di piccolo cabotaggio e in acque troppo limacciose rispetto alle limpide profondità della prosa del grande latinista pesarese. Che cosa aggiungere, dunque, a quanto già enucleato da Dionigi sulla questione? Semplicemente qualche riflessione, che ritengo non superflua per un lettore meno complesso e sperimentato di lui. Parto da una citazione di Dionigi dal nostro dettato costituzionale, in cui la Commissione costituente – 556 deputati in totale, di cui appena 21 donne – volle inserire la clausola secondo cui “la Repubblica promuove la ricerca scientifica e tecnica”. La stragrande maggioranza dei deputati, circa il 94 per cento, erano laureati con alle spalle studi giuridici; estremamente minori le percentuali di lauree in Lettere o Filosofia, seguite da Economia e Commercio, Medicina, Agraria e alla fine un numero sporadico di laureati in discipline come Matematica, Fisica e Ingegneria. In effetti, fino alla fine dell’800 e agli inizi (decade più decade meno) del ‘900, gli studi largamente dominanti erano quelli umanistici, contro una estrema minoranza di “addetti ai lavori” in discipline comunemente definite “scientifiche”. Facevano capo a istituzioni che si chiamavano Specola (vaticana e patavina), Ragazzi di Via Panisperna, Politecnici, Normale e molti altri ancora, certuni anche risalenti al Rinascimento e altri sorti nel secolo dei Lumi. Resta però il rapporto completamente squilibrato a sfavore degli “scientifici”; almeno fino a che quelli del Trivio (storicamente grammatica, retorica e dialettica) non pretesero, con ragione, che anche le loro discipline e la loro produzione fossero annoverate nell’ambito “scientifico”, che divenne così sinonimo di universitario, sia che

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Emiciclo

Il nuovo governo di “Bibi” fa di Israele una democrazia dimidiata

C’era una volta in Medio Oriente una nazione democratica, anzi, per essere precisi, l’unica democrazia compiuta nella regione. Si chiamava Israele. Certo, se lo si compara con gli altri paesi di quell’area – giusta la regola del “beati i monocoli” – Israele una democrazia lo è ancora; ma da una decina di giorni a questa parte è una democrazia dimidiata e tutt’altro che compiuta. Se il Paese continuerà lungo il cammino appena tracciato, la si potrà definire una democrazia “a scartamento ridotto”; così ridotto che di questo passo potranno transitarvi soltanto i trenini elettrici con cui una volta si trastullavano i figli dei benestanti. Il 29 dicembre dell’anno appena trascorso, è entrato in carica il nuovo governo, ancora una volta presieduto dal conservatore Benjamin Netanyahu, tutt’altro che affettuosamente, per una metà e forse più dei suoi compatrioti, noto come Bibi. Un nomignolo che lui inizialmente portava al tempo dei giochi con i trenini, ma che gli è rimasto da adulto.   Questo è il 37º governo di Israele dalla fondazione, ma rispetto ai cinque precedenti, il Netanyahu VI ha una particolarità: è l’esecutivo più a destra che lo Stato ebraico abbia mai avuto. Per restare ancora in sella, Netanyahu ha formato un’alleanza che, per incredibile che sembri, fa del Likud un partito di centro-destra. Gli altri membri della coalizione appartengono tutti a partiti religiosi oltranzisti, suprematisti ebraici e francamente anti-arabi, non nascondendo la loro avversione neanche nei confronti degli arabi israeliani, che pure sono una componente storica e non trascurabile del Paese. Uno di essi, in particolare, rappresenta l’anima più estremista e francamente razzista dei coloni. Si tratta di “Otzma Yehudit” (Forza ebraica), guidato dall’avvocato Itamar Ben-Gvir, che si è presentato in unione con i “Sionisti religiosi”, a loro volta guidati da Bezalel Smotrich. Entrambi avvocati, hanno scelto di vivere

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Orizzonti

Dalla Bibbia a Pessoa, la vocazione messianica non si esaurisce

Una rassegna delle varie figurazioni del messia, tra etnologia, antropologia culturale e storia delle religioni. Un curioso episodio: il “Veltro” dantesco fu identificato da alcuni anche con Mussolini, quando era al potere, ma il famoso italianista Giulio Natali, a cui fu presentato un libercolo che sosteneva questa identificazione, rispose: c’è un limite all’adulazione. E citò il verso manzoniano sul “servo encomio”

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Orizzonti

La rana bollita di Chomsky. Complessità di una metafora sociale

Dalla descrizione di un esperimento scientifico elementare, di evidente concretezza, scaturisce un’astrazione fatta propria da una delle intelligenze più acute in attività. La mente è quella, instancabile, di Noam Chomsky, che tra pochi giorni compirà 94 anni. Dall’esperimento, conosciuto come la “esperienza della rana bollita”, il celebre linguista, filosofo, matematico e attivista politico statunitense ha tratto spunto per elaborare una metafora, non priva di elementi paradossali, che nell’attuale fase potenzialmente esiziale per la vicenda umana credo sia utile richiamare. L’esperimento risale al 1882 e si inquadra nello spirito tardo positivista che sul modello dell’Europa, Gran Bretagna e Francia soprattutto, avrebbe contrassegnato in modo determinante lo scientismo del Nuovo continente. Presso la John Hopkins University, a Baltimora, alcuni fisici hanno un’idea un po’ crudele per provare la resistenza di un essere vivente al calore. Presa una rana, la mettono in una pentola di acqua fredda, sotto alla quale accendono poi un fornelletto, tenendo la fiamma molto bassa. L’acqua all’inizio si stiepidisce appena, cosa che all’inizio risulta gradita all’anfibio. Col passare dei minuti la temperatura aumenta, ma la rana sembra essersi adattata e non ha reazioni. Ancora un po’ di tempo e quell’acqua si è fatta caldissima; neanche fosse una salamandra – un altro anfibio, al quale gli antichi testi alchemici attribuivano il potere sovrannaturale di resistere al fuoco – la rana è sempre immobile. Così però resterà, sino a che gli sperimentatori non accerteranno che è morta bollita. La prova non appare particolarmente significativa, se non per la ovvia constatazione che se fosse stata immersa quando l’acqua era già molto calda, poniamo a 50 o 60 gradi, la rana avrebbe certamente reagito, avendo un guizzo e saltando fuori dalla pentola, o almeno provandoci. Invece quella gradualità ha innescato una sorta di abitudine, alla quale l’animale, ormai debilitato, non è stato capace

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Emiciclo

Iran, lo strapotere della teocrazia

Come avviene ogni volta che si acuisce una crisi internazionale, che anche per gli effetti della globalizzazione si riverbera sui singoli paesi, soprattutto di aree nevralgiche come il Medio Oriente, in Iran è in corso da qualche mese l’ennesimo sconvolgimento sociale e politico. Nel 1979 la rivoluzione islamica mise fine a un impero che, sotto dinastie differenti, durava da 2.500 anni. In meno di mezzo secolo sono state diverse e sanguinose le proteste contro il regime teocratico incarnato dal clero sciita, ayatollah, hojatoleslam e mullah, il cui potere è garantito dal loro braccio armato rappresentato dai pasdaran, i famigerati guardiani della rivoluzione. Dalla fine dell’impero dello scià Reza Pahlavi a oggi lo scollamento soprattutto, ma non solo, dei settori più emancipati della società iraniana dal governo è proceduto in progressione quasi geometrica. Anche il favore con cui nel 1979 molti settori della comunità internazionale avevano nel complesso accolto il radicale cambio istituzionale si è andato ben presto sbiadendo, fino a trascolorare in chiara opposizione.     Al tempo della caduta dello scià, l’Italia, che con Teheran intratteneva buoni rapporti politici e commerciali, si riposizionò prontamente a favore del mantenimento delle stesse buone relazioni anche con la neonata Repubblica islamica, agli antipodi dell’Impero del Pavone. Almeno per i primi tempi, si deve ammettere, verso i nuovi padroni della Persia molti, compresa la maggiore superpotenza, ebbero atteggiamenti se non di plauso almeno di favorevole attendismo. Prima che la crisi degli ostaggi all’ambasciata americana a Teheran nel 1979 innescasse una ostilità con la repubblica islamica che perdura ancora, gli stessi Usa, che pure erano stati il più stretto alleato di Reza Pahlavi, scaricarono senza complimenti la famiglia imperiale, che infatti trovò ospitalità in Egitto, generosamente resosi disponibile per decisione del presidente Anwar Sadat. Al contrario, mentre lo scià era ancora sul trono, la

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Emiciclo

Israele, Netanyahu si prepara al governo più di destra di sempre

Per cercare di capire i retroscena dell’esito elettorale israeliano – un compito quanto mai complicato, come tutto ciò che riguarda la politica di quella nazione – bisogna scindere l’analisi in quattro parti: il fenomeno (proprio nel senso di “Highlander”) di Benjamin, Bibi per amici e nemici, Netanyahu, l’affermazione del leader suprematista ebraico Itamar Ben-Gvir, il cui partito Otza LeYsrael è diventato la terza forza politica di Israele, il disgregamento di quello che con una forzatura parametrata sulle categorie italiane si chiamava il blocco di centro-sinistra, laburisti in testa, e il comportamento dell’elettorato arabo. Un passato di ufficiale nelle forze speciali, con uno stato di servizio che include azioni temerarie nella Guerra del Kippur e all’interno del territorio nemico (Siria), la storia personale di Bibi può considerarsi in due fasi. Lasciata la divisa da capitano, si afferma nel mondo del lavoro e della politica, grazie a una preparazione accademica di prim’ordine, quasi tutta negli Stati Uniti, dove consegue laurea, master e dottorato in due fra le più prestigiose istituzioni americane; i primi due livelli, in economia, al MIT e il PhD, in scienze politiche, ad Harvard. Primo capo del governo (e Premier più giovane) nato nel 1949 in Israele, il cui stato fu proclamato l’anno precedente la sua nascita, Bibi fonda l’Istituto antiterrorismo Yonatan Netanyahu, intitolato alla memoria del fratello maggiore Yonatan, rimasto ucciso a Entebbe, in Uganda, durante una celebre azione israeliana in cui furono liberati ostaggi ebrei. A 44 anni si afferma come leader del Likud, il partito conservatore, e tre anni dopo è Premier. Il suo operato, inizialmente vincente, ha una prima battuta di arresto nei favori del pubblico, che giudica troppo poco convinta e per alcuni versi contraddittoria la linea negoziale da lui adottata verso i palestinesi dell’Olp, al tempo ancora guidato da Yasser Arafat. Sconfitto alle

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Orizzonti

Piccole idiosincrasie crescono: cronache nere nella canicola. Frammenti di mondo legati da un filo. O forse no

Piccole (si fa per dire) idiosincrasie crescono. Per una volta mi è venuta voglia di dare sfogo alle insofferenze da cui mi sento sempre più colpito. Però a differenza di altri momenti, mi pare non solo di averne il diritto ma, addirittura, di ottemperare a un dovere; quasi un imperativo categorico minuscolo, certo, ma non meno ineludibile. A ispirare questo stato d’animo sono le cronache quotidiane. Che a farne una elencazione anche sommaria e basata su citazioni a memoria, quindi necessariamente lacunose, formerebbero una lista che solo se si annoverassero gli episodi più eclatanti degli ultimi sei mesi se ne riempirebbero centinaia di pagine. Escludendo tuttavia le cronache politiche in senso complessivo, le analisi da politologo (quale io non sono), le tendenze (anzi, i “trend”) dell’economia, a impressionare di più i miei neuroni residuali sono i fatti, per lo più luttuosi e/o aberranti, che riguardano la gente comune. Molti sono episodi che sembrano non avere un peso politico. Ma ne siamo davvero sicuri? Oppure, a scavare meglio, un peso politico molti ce l’hanno e come, sebbene non portino voti. Cosa che, nell’imminenza della chiamata dell’Italia alle urne, li colloca, quasi tutti, nel novero dei campioni senza valore. Ora ho voglia di sentirmi come un “praetor” al contrario; che invece di negligere i “minima” è proprio sui “fatterelli” che appunta i suoi strali. Vediamo di che si parla. Fatto n. 1. Riguarda la storia di don Mattia Bernasconi, un prete di 36 anni viceparroco di San Luigi Gonzaga, a Milano, che ha avuto la strana idea di recitare una messa in acqua e in costume, mentre era con un gruppo di ragazzi in una località balneare calabra presso Crotone. Un campo scuola organizzato col beneplacito diocesano per far vivere ai giovani un’esperienza lavorativa in strutture sequestrate alla mafia e anche un

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