Piccole idiosincrasie crescono: cronache nere nella canicola. Frammenti di mondo legati da un filo. O forse no

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Piccole (si fa per dire) idiosincrasie crescono.

Per una volta mi è venuta voglia di dare sfogo alle insofferenze da cui mi sento sempre più colpito.

Però a differenza di altri momenti, mi pare non solo di averne il diritto ma, addirittura, di ottemperare a un dovere; quasi un imperativo categorico minuscolo, certo, ma non meno ineludibile.

A ispirare questo stato d’animo sono le cronache quotidiane. Che a farne una elencazione anche sommaria e basata su citazioni a memoria, quindi necessariamente lacunose, formerebbero una lista che solo se si annoverassero gli episodi più eclatanti degli ultimi sei mesi se ne riempirebbero centinaia di pagine.

Escludendo tuttavia le cronache politiche in senso complessivo, le analisi da politologo (quale io non sono), le tendenze (anzi, i “trend”) dell’economia, a impressionare di più i miei neuroni residuali sono i fatti, per lo più luttuosi e/o aberranti, che riguardano la gente comune.

Molti sono episodi che sembrano non avere un peso politico. Ma ne siamo davvero sicuri? Oppure, a scavare meglio, un peso politico molti ce l’hanno e come, sebbene non portino voti. Cosa che, nell’imminenza della chiamata dell’Italia alle urne, li colloca, quasi tutti, nel novero dei campioni senza valore.

Ora ho voglia di sentirmi come un “praetor” al contrario; che invece di negligere i “minima” è proprio sui “fatterelli” che appunta i suoi strali. Vediamo di che si parla.

Fatto n. 1.

Riguarda la storia di don Mattia Bernasconi, un prete di 36 anni viceparroco di San Luigi Gonzaga, a Milano, che ha avuto la strana idea di recitare una messa in acqua e in costume, mentre era con un gruppo di ragazzi in una località balneare calabra presso Crotone. Un campo scuola organizzato col beneplacito diocesano per far vivere ai giovani un’esperienza lavorativa in strutture sequestrate alla mafia e anche un modo per instillare loro la cultura della legalità.

L’ultimo giorno della trasferta era una domenica di fine luglio con un caldo insopportabile. Che male c’è, avrà pensato il prete, nel seguire la funzione con il refrigerio del mare? E così ha officiato servendosi di ostie consacrate che aveva portato con sé e come altare di un materassino prestatogli da una signora, che per nulla scandalizzata ha assistito al rito assieme ai ragazzi. La messa balneare non è passata inosservata e ha ispirato diversi articoli e servizi radiotelevisivi.

La curia locale, attraverso un comunicato, non ha neppure usato parole di riprovazione per l’inconsueto modo di officiare. Si è limitata appena a ricordare a don Mattia che, per il futuro, sarà opportuno consigliarsi coi responsabili della diocesi per stabilire se dire messa in un luogo diverso da una chiesa. Peccato che della stessa moderazione e comprensione non abbiano dato prova le “autorità costituite”. Appresa dai media quella che deve essere parsa una imperdonabile mancanza, è partita una indagine della Digos e poi, in uno sviluppo che mi auguro non solo in me abbia suscitato una assoluta indignazione, un solerte procuratore ha aperto un fascicolo per “offesa a confessione religiosa”.

Sarebbe auspicabile che un altro magistrato avviasse una inchiesta sul collega, con l’imputazione di sperperare risorse professionali e materiali dello Stato. Al riguardo mi piacerebbe assai conoscere il pensiero di un Nicola Gratteri.

Fatto n. 2.

Pur tralasciando i particolari sanguinosi, non posso tacere episodi che coinvolgono giovani e persino giovanissimi. Come i due fratellini di 12 e 13 anni che, sotto la supervisione e con la compartecipazione del papà, hanno accoltellato l’uomo col quale la loro madre avrebbe allacciato una relazione.

Per preservare l’integrità familiare, del resto, si fa questo e altro. Specialmente se i potenziali assassini hanno meno di 14 anni e in un paese (nonostante tutto) civile come è il nostro non sono punibili per legge. Non a caso camorra e ‘ndrangheta hanno tra le loro file ragazzini sotto ai 14 anni e già esperti nell’uso delle armi, con stati di servizio che contano ferimenti e “ammazzatine”. Ma questi sono contesti differenti.

Fatto n. 3.  

Oppure il ventenne ridotto in fin di vita da un coetaneo, che lo ha massacrato di pugni e calci per avere la vittima osato rivolgere uno sguardo un po’ insistente a una ragazza di cui l’aggressore si era invaghito.

Da notare che né la vittima né la pulzella erano a conoscenza del tumulto di passioni che agitavano i sensi del picchiatore.

Da notare anche che, mentre questi operava per rivendicare i suoi diritti di innamorato, due donne che erano con lui (non si sa se parenti o amiche) non hanno mosso un dito o detto qualcosa per tentare almeno di impedire che il pestaggio proseguisse. Riservatezza e discrezione devono essere il faro della loro vita.

Fatto n. 4.  

È uno di quei casi che per anomalia ricorda il classico esempio di qualcosa che “fa notizia”: l’uomo che morde il cane; nella fattispecie è una donna che ha accoltellato il marito e non viceversa, come attestano i 136 femminicidi fatti registrare dall’inizio dell’anno. Stavolta pare che si siano invertite le parti. Sebbene, proprio invertite si scoprono non essere.

Una ex sarta di 84 anni, con un passato che tra i clienti annoverava attori come Sofia Loren e Marcello Mastroianni, aveva l’abitudine di parlare molto, forse troppo.

Fosse stata da sola poco male, ma la sua logorrea, probabilmente anche per il caldo torrido che ha inasprito labilità e insofferenze, ha irritato il marito; il quale, dopo che i suoi inviti a tacere hanno causato addirittura un aumento della coniugale loquacità, è passato alle vie di fatto e ha cominciato a menare le mani.

La donna, temendo il peggio, ha afferrato un coltello dalla cucina e, come si dice a Roma, ha inflitto diverse zaccagnate al manesco marito. Che è grave ma non in pericolo di morte. Lei è stata arrestata immediatamente, così immediatamente che, ha riferito l’assistente sociale che ne segue il caso, è stata portata via in pigiama e senza che avesse neppure il tempo di mettersi la protesi dentaria.

A 84 anni, con tutte le attenuanti e i benefici di legge, ad una anziana incensurata si può anche evitare la misura detentiva più rigorosa. La sua assistente ha fatto sapere che dopo una decina di giorni trascorsi a Rebibbia la donna è stata trasferita in un convento dove dovrà restare agli arresti domiciliari. Sinceramente, sono contento per lei.

Fatto n. 5.

Francis Aliu Yaogeh, nigeriano, ha 41 anni, i documenti in regola e da molto tempo lavora e vive con la sua famiglia in Brianza. Gli africani, si sa, hanno la tendenza ad avere la pelle di un colore piuttosto scuro, cosa che se di notte potrebbe favorirne la mimetizzazione con l’ambiente, alle 4 e mezzo di pomeriggio nel sole di agosto li rende particolarmente visibili.

Tale precisazione, in realtà, sarebbe superflua, visto che Francis non avrebbe motivi particolari né per spiccare né per confondersi. Terminato il turno di lavoro, nella piccola stazione di Carnate era in attesa di un treno col quale si sarebbe avvicinato a casa, affrontando poi, come sempre, l’ultimo tragitto in bicicletta.

A certe persone però l’africano ha dato fastidio. Forse ha urtato la loro sensibilità artistica; sarà stato percepito come una macchia nera sul decoro del loro paese.

O addirittura sulla sovranità nazionale. È ora, perdio, che gli italiani tornino padroni in casa propria. Così due “trapper” di 25 anni hanno fatto valere le loro ragioni, in modo decisamente assertivo. All’anagrafe sono stati registrati come Jordan Tinti e Gianmarco Fagà, ma essendo cantanti hanno entrambi “alias” d’arte. Curiosamente, però, non hanno nomi con un immediato richiamo identitario. Chessò, Brambilla Walter o Esposito Salvatore.

Dall’inclito pubblico che li segue e ne conosce a menadito testi, musica (musica?) e tatuaggi si fanno chiamare Jordan Jeffrey Baby e Traffik. Piccole incongruenze di artisti.

Quindi, individuato lo “sporco negro” di turno, i due ragazzi gli hanno reso noto che intendevano ammazzarlo. Per essere ancora più convincenti hanno estratto ciascuno il serramanico d’ordinanza e hanno provato a inseguirlo.

Francis, comprensibilmente trasformatosi in un nero e fulmineo Mercurio, abbandonati zaino e bicicletta in stazione è corso, anzi, volato in strada, tenendosi ben distante dai due sciagurati, che ha avuto la prontezza di fotografare col cellulare; compreso quando, per non lasciare del tutto inattivi i coltelli, li hanno usati per squarciare le gomme della bicicletta, scaraventandola poi sui binari.

I due si sono eclissati prendendo il primo treno di passaggio, ma ai carabinieri, ai quali il nigeriano ha consegnato le foto, c’è voluto molto poco a identificarli e arrestarli.

Hanno entrambi numerose condanne e segnalazioni per atti delinquenziali di varia natura. Ma anche fossero stati incensurati hanno pensato bene di postare (di dice così?) sui social il filmetto con l’aggressione a Francis, con tanto di ghigni, minacce di morte, coltelli sguainati e danneggiamento alla bicicletta. Almeno sono coerenti.

Fatto n. 6.

Per un accostamento tra avvenimenti criminosi che nulla hanno in comune, a parte certi strumenti usati per delinquere, mi seguita a occupare la mente il pensiero del recente attentato compiuto da un essere abietto, un ragazzo di soli 24 anni, che servendosi di un coltello, l’arma dei macellai per definizione, ha gravemente ferito lo scrittore anglo-indiano Salman Rushdie, da alcuni anni trasferitosi negli Usa, aggredito mentre partecipava a un evento letterario nello Stato di New York.

In realtà mi viene di fare un altro accostamento, tra Italia e Iran, riguardo alle rispettive civiltà giuridiche. Dopo aver scritto “Versi satanici”, un libro considerato blasfemo dai maomettani sciiti, nel 1989 l’autore fu colpito da una fatwa di morte emessa dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, al tempo massima autorità del regime teocratico.

Il provvedimento ingiungeva a ogni musulmano che ne avesse la possibilità di ammazzare lo scrittore, la cui uccisione sarebbe stata ricompensata con tre milioni di dollari. La stessa fatwa fu reiterata sempre da Khomeini e, morto lui, dal successore Ali Khamenei nel 2017 e nel 2019.

A parte l’incredibile leggerezza degli apparati di sicurezza statunitensi, che non hanno predisposto rilevatori di metallo e perquisizioni in un evento al quale era prevista la presenza di uno degli uomini più a rischio del pianeta, per la sfrontatezza suona quasi folkloristica la dichiarazione di un portavoce del governo di Teheran in risposta alla chiamata in causa dell’Iran almeno come ispiratore del tentato omicidio, da parte del segretario di Stato Usa, Anthony Blinken.

Nasser Kanani, un funzionario del ministero degli Esteri iraniano, ha smentito che ci siano legami, anche concettuali, tra l’attentatore Hadi Matar, cittadino americano di origine libanese, e il governo di Teheran. D’altra parte, ha aggiunto, la responsabilità di quanto accaduto ricade sullo stesso scrittore e sui suoi sostenitori. Inoltre, ha precisato, la libertà di parola non può giustificare l’insulto alla religione.

Tutta la stampa e i media iraniani, di proprietà governativa, hanno comunque inneggiato all’”eroe” Matar, noto per essere un grande sostenitore dei Guardiani della rivoluzione iraniana e seguace dell’estremismo sciita.

In Italia (e non soltanto) esiste il reato di istigazione a delinquere (art. 414 del Codice penale), esattamente il contrario di una fatwa che incita all’omicidio. Inoltre, malgrado si riservi la pena di morte solo ai maggiori di 18 anni, secondo Amnesty International in Iran almeno 95 adolescenti e ragazzi minorenni sono stati segretamente giustiziati dal 2005 ad oggi in diverse prigioni della repubblica islamica.

Forse il paragone tra le civiltà giuridiche cui accennavo prima non è così incongruo come potrebbe sembrare. E al contrario, sebbene la tentazione ci sia stata, sarebbe alquanto esagerato accostare l’apertura di un fascicolo sul prete balneare con l’emissione di una fatwa sciita, che semmai ricorda con qualche secolo di ritardo l’Inquisizione.

 

Carlo Giacobbe – Giornalista, scrittore, già corrispondente da varie capitali del mondo

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