Arnaldo Forlani, un leader mite e gentile attento all’unità della Dc

Nel giorno dei funerali di Stato dell’ultimo grande leader della Dc che se ne va, Maurizio Eufemi ne delinea alcuni significativi tratti, umani e politici. Sappiamo che cercò di intervistarlo per la sua Storia della Dc, presentata di recente in Senato

Non è una biografia ma solo un racconto di frammenti di ricordi di uno statista ma, soprattutto per me, di un uomo di partito che ha avuto altissime responsabilità in 70 anni di vita pubblica. Il politico pesarese “temperato” nelle posizioni con una attitudine signorile al dialogo e alla mediazione derivante dalle caratteristiche socioeconomiche della sua regione, le Marche, centrale nel Paese, discreta, ma luogo di tesori e di una “industrializzazione senza fratture”.

La memoria va alle poche apparizioni pubbliche degli ultimi venti anni. Poche ma preziose, perché ricche di significati. Non mi soffermo su quella sui trenta anni di Sigonella nel 2015, o sulle politiche dei ministri degli Esteri del 2008 e su Moro e la fine della prima Repubblica del 2011.

Ricordo invece quella di nove anni fa quando partecipò all’Istituto Sturzo, alla commemorazione nel 2014 del suo amico Bartolo Ciccardini. Con un pensiero essenziale, asciutto, razionale, concreto, come ho potuto verificare in tanti suoi scritti, prefazioni, interventi in riunioni riservate, in cui ho potuto ascoltarlo e osservarlo. In quella occasione espresse il suo convincimento, un suo “pallino”, quello di dare vita ad una iniziativa culturale come aveva fatto Amintore Fanfani negli anni Cinquanta dando vita alle edizioni Cinque Lune di cui Fanfani aveva perfino disegnato il logo e la copertina!                                                                                                                                                              Con questa indicazione, Arnaldo Forlani offriva una linea di carattere culturale sulla complessiva esperienza della DC. Riteneva che la storia della Dc non dovesse essere rappresentata da altri, perché – disse – non tutti sono Marco Pannella, presente a quell’incontro, che è senza interessi particolari.

Naturalmente aveva pensato al vulcanico Bartolo Ciccardini come motore della iniziativa perché Bartolo era rimasto giovane, incoraggiava i giovani, era perfino deceduto mentre si trovava in mezzo ai giovani, tra cui il figlio di Forlani, Alessandro, con cui stava impostando un programma di lavoro e, dunque, sapeva cogliere le spinte della società.

Riteneva che non bisognava perdersi in riflessioni astratte, ma occorresse operare concretamente perché la “democrazia non perda le sue radici” . Quella idea resta pienamente valida. È una eredità da raccogliere.

Voglio poi ricordare come nella sua testimonianza del 2003 a Saint Vincent, volle soffermarsi su due figure politiche, due personaggi, così diversi, ma convergenti tra loro, che lo hanno accompagnato nella sua vita politica Carlo Donat- Cattin e Aldo Moro che operarono per salvare la unità della Dc, entrambi legati alla idea unitaria di composizione dell’impegno politico dei cattolici. Forlani raccontò quando Fanfani prendendo spunto da un voto negativo su un decreto marginale nel significato politico, si dimise da tutto; si rese introvabile da tutti perfino al fedele Rumor. Alla fine solo lo stesso Forlani e Malfatti riuscirono ad avvicinarlo. In quella occasione fu sfiorata la divisione della Dc.

Per Forlani, Aldo Moro è stato il più alto punto di equilibrio e di mediazione del nostro sistema. E fu ucciso per questo.

Moro fu eletto segretario dopo Fanfani, ebbe un riconoscimento unanime per la conciliazione delle due anime della Dc, allargando la maggioranza interna a Scelba e Andreotti, vincendo le tentazioni dei dorotei, assumendo le sensibilità e le indicazioni del Partito.

L’altro episodio citato da Forlani è riferito a Carlo Donat- Cattin quando restò intransigente nella difesa della unità e rifiutò le tentazioni di Livio Labor nel 1971 con il Movimento dei Lavoratori.

Forlani è stato anche uno valente sportivo, mezzala della Vis Pesaro ed amava le metafore come ricordare che il Palasport sede di tanti congressi della Dc era anche il luogo di importanti riunioni pugilistiche e diceva che la Dc prendendo, spunto dalla noble art, doveva prendere il centro del quadrato perché “ci dà la possibilità di movimento”.

“Non sono un fan del PSI, – ripeteva – ma li rispetto, se rispettano la DC. “

Quando era ministro degli Esteri nel governo di solidarietà nazionale accettò la risoluzione Piccoli – Natta ( 6-00033, 1 dicembre 1977) con il riconoscimento pieno della politica estera e della Alleanza Atlantica. In fondo la Dc non era cambiata, ma era il PCI che avanzava su un terreno nuovo. Su questo punto  era tutt’altro che soddisfatto; non era convinto; temeva che dietro lo schermo delle direttive tradizionali potesse cadere l’ostacolo alla partecipazione diretta del PCI al governo. Dunque in quella fase era cauto e prudente nei confronti del PCI. Consapevole della collaborazione e corresponsabilità nello sviluppo, ma i ruoli di Dc e Pci dovevano essere diversi e alternativi.

Moro disse “di una politica estera non basta accettarne i principi se poi non se ne assegna la realizzazione e si contestano gli strumenti per tradurli in concreto” Del resto le contraddizioni del Pci erano evidenti. Si sarebbero appalesate opponendosi ai missili Nato, votando contro lo SME, e con situazioni ambigue in Africa.

Guardando con distacco gli avvenimenti Forlani vedeva che la Politica assumeva sempre più i caratteri della teatralità e della esibizione comportando inevitabili esagerazioni. Riteneva necessario sempre uno sforzo di analisi e di documentazione per dare alla politica un valore reale un collegamento sistemico con i problemi.

Nel 2012, il 12 dicembre Forlani partecipò alla Assemblea degli ex parlamentari in cui si festeggiavano i novant’anni di Giuseppe Guarino e del suo amico marchigiano Giorgio Tupini, stretto collaboratore di De Gasperi. Arrivò con un po’ di ritardo guidando la sua macchinetta dall’Eur al centro di Roma. Volle parafrasare l’episodio del ritardo con il ricordo di Attilio Piccioni che giunto alla Camilluccia per una riunione di direzione in attesa di tutti gli altri componenti, camminava solitario nel giardino. Forlani lo salutò con un rispettoso Lei. Piccioni rispose a Forlani “dai tempi del Partito Popolare ho sempre cercato di arrivare in ritardo e non ci sono riuscito. “

Il pensiero non può non riandare al congresso nazionale del febbraio 1980, quello del Preambolo che costruirà la seconda stagione del centrosinistra.

“A nessuno -disse – servirà coltivare illusioni distratte da immagini evasive. Il rinnovamento riguarda noi stessi. Non porteremo ordine nella società senza riportarlo nella Dc”.

Vedeva linee di tendenze che minacciavano le strutture democratiche. Si era infatti nel pieno della stagione terroristica e dei sequestri politici.

Poi affrontò la crisi della società e la necessità di recuperare valori unitari. Sottolineò la necessità di avere la consapevolezza culturale per rispondere alla crisi di valori. Rifiutava la logica che le maggiori responsabilità fossero di chi ha avuto il governo e non chi ha alimentato indisciplina, assenteismo, ribellismo dalla scuola alla famiglia dalle fabbriche agli uffici.

Una analisi lucida dei momenti brutti che vivevamo, nel primo congresso della Dc in cui si sentiva l’assenza fisica di Moro

dopo il drammatico 1978.

Certo si potrebbe poi guardare retrospettivamente alle esperienze giovanili Gronchiane e dossettiane alla Spes con “Il Traguardo”, agli incontri di Rossena, a quelle parlamentari e di partito, al ruolo di governo di ministro delle PP. SS quando la presenza dello Stato in economia era rilevante, al Patto generazionale di San Ginesio, alle riforme di Assago con la legge elettorale tedesca e la sfiducia costruttiva, al programma per l’Europa del 1992 nel solco dell’europeismo degasperiano dopo il piano Delors e l’accordo di Maastricht, poi alla vicenda delle elezioni presidenziali, ai tanti periodi cruciali della storia del Paese, ma non è il giorno giusto, né la sede.

Oggi, nel momento, del dolore, del lutto e dei solenni funerali di Stato era forte il desiderio di raccontare cosa mi tornava in mente di un così grande personaggio della storia della DC che abbiamo avuto la fortuna di avere come leader e per così tanto tempo.

Voglio chiudere con un particolare.

Forlani sera segretario della Dc, oltre cinquanta anni fa quando Andreotti era presidente del Gruppo Dc. La delegazione del Partito era di sera riunita nello studio di Andreotti per fare il punto sulla evoluzione della crisi di governo di uno degli esecutivi Rumor. Quella sera Arnaldo Forlani doveva festeggiare l’anniversario di matrimonio con l’amata consorte ed era rammaricato di ritardare all’appuntamento pur avendo in tasca il pensiero affettuoso. Non c’erano i telefonini di oggi né whatsapp, ed era tutto complicato tenere i contatti con casa se non attraverso fedeli collaboratori. Questo era il politico nella sua dimensione umana, attaccato ai valori della famiglia!

 

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