Angelo Rojch, c’è chi rimpiange la Dc. Con De Mita segretario, al posto di Martinazzoli il partito si sarebbe salvato

Angelino Rojch classe 1935, consigliere regionale in Sardegna per 4 legislature dal 1969 al 1987, capogruppo della Dc, assessore alla sanità e infine Presidente della Regione dal 1980 al 1982, poi deputato nazionale dal 1987 al 1994.

Politica

Da dove partiamo, Angelino, dalla tua entrata in politica? Quando è stata?

Sono entrato subito nella Dc. Avevo 15 anni, da studente, partecipavo agli incontri con un mio paesano che poi è diventato sindaco. La scintilla che mi ha portato a occuparmi di politica è stata un fatto specifico. I miei paesani di Galtellì vicino a Nuoro, ogni anno seminavano il grano e poi veniva l’alluvione che portava via tutto!. Un disastro!

Allora non c’erano le assicurazioni e provvidenze contro le calamità naturali?

Il problema di una diga per il contenimento delle piene era il problema centrale per salvare i raccolti. Nelle riunioni della segreteria provinciale Dc tormentavano i dirigenti locali dicendo “portiamo qui il ministro Pastore!” (Giulio Pastore fu segretario nazionale delle Acli, fondatore della CISL e ministro per lo Sviluppo del Mezzogiorno e per le aree depresse nel II Governo Fanfani ndr)

Pastore scese. Girò tutti i Comuni; aveva il senso concreto delle cose; Pastore chiese all’ingegnere: “Ma insomma questa diga si può fare?” Sì, che si può fare, rispose. Allora si farà! Ho inaugurato la diga da presidente della Regione! ( la diga di Pedra e’ Othoni è sul Fiume Cedrino sulla piana di Orosei,  consente la mitigazione delle acque e la irrigazione di 2500 ettari in 5 paesi della Baronia tra cui Galtellì ndr)

E le esperienze nel movimento giovanile?

Fui eletto, giovanissimo, delegato giovanile di Nuoro. Fui il più votato.

Feci un grande movimento giovanile. Dal movimento nasce il gruppo cosiddetto dei “Giamburrasca”, perché andavano per conto nostro, a dire la verità. Facevamo incontri settimanali, dibattiti con 100, 200 ragazzi di Nuoro, che si riunivano nella nostra sede, con un dibattito culturale intenso; raccoglievamo i materiali del movimento giovanile di Roma e avevamo rapporti anche con il gruppo di La Pira a Firenze. Poi portai La Pira a Nuoro.

Ariuccio Carta che si era laureato alla Cattolica di Milano, insieme a De Mita, Bianco, Misasi, portò la cultura cattolica democratica. Unendo tutto questo abbiamo creato la Democrazia Cristiana a Nuoro.

Chi ricordi hai del movimento giovanile nazionale?

Il movimento non nasceva in una realtà ovattata e tranquilla, ma a Nuoro, epicentro delle zone interne dell’isola, in una realtà agropastorale, area del malessere, dove vi erano più sequestri di là che in tutta Italia, c’era violenza, secondo una tradizione antica, tanto è vero che il Parlamento ha dovuto fare la commissione di inchiesta sul banditismo; non solo, ma Giangiacomo Feltrinelli pensava di poter fare la rivoluzione in Italia partendo dalle zone interne. Una realtà dove ogni giorno avevamo manifestazioni nelle piazze contro lo Stato.

L’indipendentismo?

Come movimento e come partito riuscimmo dopo a inserirci nell’anima in questo mondo turbolento.

Chi ricordi hai del movimento giovanile nazionale ?

Abbiamo avuto grandi rapporti con Luciano Benadusi, poi facevano molti corsi alla Camilluccia a Roma, guidati da Franco Salvi; fu una grande lezione. È stata esperienza straordinaria. Poi abbiamo trasferito lo stesso metodo da noi; da segretario regionale facevo i corsi tipo Camilluccia, alla Madonnina. Da delegato giovanile passai alla segreteria provinciale di Nuoro.

Non era facile la realtà di Nuoro perché c’era il gruppo storico di Mannironi, di Del Rio, gente di alto livello; non era assolutamente facile e non lasciava spazio; loro erano ancorati sul centrismo degasperiano, mentre noi eravamo sulla linea del centro- sinistra. In una terra come questa dove c’era una diseducazione assoluta dove c’era l’abbandono e spopolamento terrificante dei paesi, siamo riusciti a entrare nell’animo della gente.

Nel 1969 ci sono state le prime elezioni regionali. Capolista era il presidente della Regione, ma presi 20 mila voti. Portai la Dc al 54 per cento dei voti. Mai si era verificato una cosa del genere; poi a Cagliari c’è stato un fatto che ha lasciato il segno. Le zone interne erano trascurate. C’era il problema che politica era cagliaricentrica e un po’ su Sassari. Con Pietrino Soddu votammo contro il bilancio.

Un momento di rottura?

Facemmo cadere la giunta. Ci fu un processo interno che durò sei mesi contro di noi. Alla fine ci sospesero per sei mesi. Avevamo talmente ragione che dopo un anno Pietro Soddu fu chiamato a fare il segretario regionale e poi dopo due anni lo feci io.

Un altro fatto avvenne nel 1973; subentrai a Soddu come segretario regionale; dopo alcuni mesi il rapporto con i Dorotei e il gruppo e di Cagliari si deteriorò e arrivammo alla rottura. Si dimise tutta la sinistra dal comitato regionale. Come risposta dissero: “Gestite voi il partito se siete all’altezza della situazione.” Per fronteggiare la situazione viene eletto un professore universitario, una brava persona.

Succede che nel 1974, alle regionali, prendemmo una sonora sconfitta elettorale. Intervennero Fanfani, Galloni, Donat- Cattin,  Granelli. Richiamarono il sottoscritto a fare il segretario, ma non lo potevo più fare perché ero sostanzialmente fuori. Allora Inventarono il segretario generale straordinario. Presi in mano il partito,  lo trasformai. Feci a livello regionale quello che avevo fatto a Nuoro anni prima. Mi dimisi contro il gruppo moderato.

Feci un congresso all’insegna della novità.

Le tesi del congresso furono riprese dalla stampa nazionale. Dicevo: come è oggi, la  Dc non va più bene. Si deve aprire alla società, alle forze più vive, le deve inserire, deve assicurare una presenza continua. Gli organi del partito sono già obsoleti. Inventai le consulte settoriali più ampie. Una vera rivoluzione.

Volevi un partito aperto?

Teorizzai il partito movimento, allora. Fu una grande intuizione.

Fanfani presiedette per tre giorni il nostro Congresso, ma anche la sinistra Dc temeva le Consulte; non aveva capito bene che si doveva aprire. Quando il gruppo di Forze Nuove si è rotto con il Preambolo, una parte ( Ariuccio Carta, Antonello Soro) rimase con Donat- Cattin, che era un grande leader, e una parte andò a sinistra con Bodrato e Zaccagnini.

Noi che eravamo la sinistra politica interpretavano anche la sinistra sociale in termini reali. Tutte le grandi conquiste a Nuoro portano il nostro segno! L’ Università di Nuoro non fu una cosa facile!

Come presidente della Regione avevo in mano la Disneyland, che invece di farla a Parigi, la volevano fare in Sardegna, anche su spinta di Lord Forte che era azionista della Disneyland; la proposta ebbe il parere favorevole degli esperti perché il clima mediterraneo della Sardegna era preferibile a Parigi. Li ebbi tutti contro.

Non avremmo avuto disoccupazione in Sardegna, ma la presenza di 30 – 40 mila persone al giorno. La notizia arrivò in Sardegna e contemporaneamente in Liguria, le due regioni candidate. Ciò avviene mentre presiedevo la conferenza delle Regioni che fu istituita a palazzo Madama con Craxi , che ho potuto conoscere bene. Craxi si è comportato come uomo di Stato. Non posso dire una mezza parola contro quest’uomo.

Quando leggi la notizia della scomparsa di tanti amici come Ligios, Ladu, Carrus, Carta. Cosa pensi?

Se non me ne fossi occupato io, la figura di Carta sarebbe rimasta in secondo ordine. Carta aveva una grande visione politica; non era attento ai problemi concreti, ma Ariuccio era di altissimo livello. Hanno dato poco spazio al ricordo di Ariuccio Carta. Senza fare confronti – che non esistono – hanno dato più spazio a personaggi minori che non ad Ariuccio!

C’è una voluta dimenticanza? E sulla esperienza parlamentare?

Sul piano politico, da parlamentare, se non avessero sciolto le Camere, avevo i requisiti per andare al governo, ma avevo acquisito una tale forza a livello parlamentare che non me ne fregava nulla di fare l’uomo di Governo.

Hai promosso, come Presidente del comitato per la programmazione economica, nel marzo del 1993 il famoso convegno parlamentare su “Interventi nel mezzogiorno e le politiche regionali”. Richiamasti non solo il mancato rispetto della “riserva di legge”, ma il nuovo scenario per il Mezzogiorno determinato da crisi dello Stato sociale e drastica riduzione dei flussi finanziari statali imposto dal nuovo modello di sviluppo internazionale con conseguente allargamento dei divari socioeconomici? E i pericoli dalla interruzione delle iniziative e dei programmi già avviati, vanificati o cancellati dalla fine dell’intervento straordinario?

Ho posto al centro del mio impegno politico il problema del Mezzogiorno e delle isole e dunque il problema della questione sarda. La soluzione del dualismo economico, sociale e storico di una Italia ancora divisa. Su questo ho insistito. Un giorno il ministro del Tesoro Piero Barucci in commissione Bilancio mi ha detto “Angelo Rojch mi ha scioccato con il richiamo ai problemi del Mezzogiorno e della Sardegna” !

Ponesti il problema grande della chiusura dell’intervento straordinario, senza una gestione “stralcio” delle 36 mila pratiche ancora vive in quel momento?

Ero contrario. Era una follia. Era una delle cose che funzionava meglio. Dissi: “Siamo matti; stiamo sbagliando tutto.” Da quando fu affidata alle Regioni non c’è stata più politica per il Mezzogiorno. La mania di cambiare, ma in peggio!

C’erano migliaia di cantieri aperti. Tu ti sei opposto con forza. Per fortuna ci sono gli atti parlamentari e lo testimoniano. Sono cose scritte.

Presentammo come Dc un documento che fu allegato come memoria agli atti, come ricorderai, con il contributo di Rino Nicolosi.

Non è quello che sta succedendo con il 110 per cento ?

Da presidente della Regione ho fatto la legge sulla imprenditorialità giovanile che era la migliore legge italiana, scopiazzata due anni a livello di Mezzogiorno e sono arrivati dal Giappone a studiarla. Abbiamo fatto un incontro di ore  con Craxi. Affrontammo tutti insieme i problemi; in un incontro ha seguito tutto punto per punto. Un documento di nove punti. Diventò l’invidia dei sardi. Melis presidente della Regione nelle dichiarazioni programmatiche non fece cenno a questo documento di nove punti. Craxi si fidava più di me, perché siamo gente seria, che dei suoi compagni di partito.

La questione morale cosa ti ha lasciato? Tu sei stato una vittima?

Sono uno dei pochi che non ha rubato. Non ho mai rubato una lira. Quando sono andato in Algeria, terra vicina alla Sardegna, come presidente di Regione, con una delegazione per aprire le porte agli scambi, mi sono pagato il viaggio. In modo che nessuno potesse dire nulla.

Un alto esponente dc ha detto: “Angelo Roich è quello che riesce a portare il lavoro da noi. Questo non lo facciamo fuori nemmeno a novant’anni”. Hanno messo in moto strutture… Erano scatenati contro di me! Che cosa che non hanno fatto!

Dopo sei mesi mi hanno tolto tutti gli atti, mi hanno lasciato solo l’imputazione di associazione a delinquere finalizzata a vantaggi elettorali, però assolto totalmente dal voto di scambio. Arriviamo al processo,  i miei avvocati non hanno nemmeno parlato. Non ce n’era bisogno. Il procuratore, era cambiato, il pm ha chiesto l’assoluzione! Quando ti chiede l’assoluzione il pubblico ministero!?!

Ti ha fatto male? Hanno rovinato l’esistenza.

Dopo la mia esperienza interrotta ho fatto male a non ricandidarmi. Perché mi avrebbero rivotato. Anche oggi. Ho avuto paura dell’invidia della politica. Avevano il terrore. Sono stato, alle regionali, sempre il più votato.

Partendo da una piccola provincia come Nuoro avevi grande consenso?

Era difficile con il proporzionale prendere i voti nelle provincie più grandi se non avevi consenso! Nessuno aveva il consenso che avevo io. La gente ricorda la mia gestione della sanità. Nell’assessorato alla sanità feci la rivoluzione copernicana, dandogli i paletti, riunii 600 operatori economici della Sardegna; dovevo combattere la piccola mafietta che c’era da noi. Riuscii a cambiare anche quel sistema.

Dopo l’esperienza politica?

Ho fatto un consorzio euromediterraneo per collegare la Sardegna con i paesi del Medio Oriente.

Hai puntato sempre allo sviluppo?

I rapporti che abbiamo avuto con l’Irak non li ebbe nessuno. I lavori che ci hanno offerto! Soltanto che quando andavi e cercavi gli imprenditori non ne trovavi. Ci volevano affidare irrigazione per 1200 ettari e elettrificazione di Bagdad. Portai la nazionale dell’Irak in regime di embargo a giocare a Nuoro con il Cagliari. Una cosa incredibile!

Riuscii a fare un incontro in una chiesa di Galtellì, tra Mussulmani e Cattolici. Abbiamo anticipato questo dialogo. Poi quando Bush ha fatto la guerra in Irak – che è stata una follia – ho fatto l’associazione sardi con l’Algeria. Una grande iniziativa ad Algeri e in Sardegna. Decine di incontri, ad Algeri, ma la regione non ha capito. Per gli algerini era inspiegabile. Una regione che nei tempi antichi era presente nel Mediterraneo fin dal tempo dei Fenici con la cultura fenicia. Eravamo presenti in Egitto. Dopo le invasioni turche la Sardegna si è chiusa.

Fai ancora iniziative?

Mi sono occupato e ho rilanciato una serie di incontri a livello internazionale tra cui quello dei leader religiosi. Nel 2013 abbiamo fatto un incontro di tre giorni con il prof. De Luca dove abbiamo portato il pensiero di Cristo “siamo tutti fratelli”.

Cossiga che cosa ha rappresentato nella esperienza politica ?

Cossiga era Intelligenza allo stato puro. La memoria di Cossiga penso possa averla solo un computer. Era straordinario.

Nel 1958 ero delegato del movimento giovanile, si rivolse a me per seguirlo nella campagna elettorale delle politiche. Cinquanta anni dopo in una cerimonia del Banco di Sardegna ricordò quell’episodio! Era tanto intelligente quanto …matto in senso buono, era fatto così .

Negli ultimi anni era innamorato della Barbagia, perché era quella terra capace di ribellarsi. I romani non riuscivano a conquistarla perché erano bravi a combattere in campo aperto, mentre da noi c’era la guerriglia. Ho avuto sempre un rapporto di rispetto con lui, ma senza adulazione, come con un personaggio come Segni, che era doroteo, ma di grande levatura che,  come ha ricordato Pisanu, ha dimostrato di seguire molto i problemi concreti. Cossiga era uno degli uomini della sinistra Dc.

Come è la Sardegna oggi in economia?

La Sardegna è questa. Noi avevamo il piano di Rinascita. Lo statuto sardo costituzionale prevede che lo Stato si impegni ad affrontare i problemi con un piano organico. L’ultimo, sotto la spinta del sottoscritto nel 1992, lo approvammo in commissione Bilancio alla Camera, ma a gennaio, in Senato, i senatori sardi di allora – che andrebbero tutti fucilati politicamente parlando, – perché non approvarono 4700 miliardi accettati dal Tesoro, per la Sardegna e tu non lo approvi!

Perché?

Non avevano il tempo di approfondire per la chiusura della legislatura! Nella commissione Bilancio feci equiparare, all’articolo 10, le aree interne alle zone terremotate. Era una indicazione ben precisa. Al Senato non fu approvato.

Un crimine politico.

Quando riprese il consiglio regionale capii che cominciavano a sbattersene!

Non hanno più la passione Politica.

La nostra proposta fu rivista e accettata da tutti gli altri partiti. Fu una cosa corale. Passò poi con astensione del Pci, ma avevano dato il loro contributo. Come Lucio Pirastu, lo aveva dato sul banditismo assieme a Medici.

Noi siamo molto grati a tre uomini: Taviani, Rumor e Piccoli. Dobbiamo molto a Taviani.

Dall’ospedale di Nuoro al rilancio dell’area industriale di Ottana; visitava i comuni della provincia Un giorno andammo all’interno della Sardegna. Ci fermammo e disse: “Ho visto tanti posti in Italia, ma un posto dimenticato da Dio come questo, non l’ho mai visto!”

Rumor presidente del Consiglio nel 1969 fece con me sei comizi in tutta la provincia di Nuoro. Fu una cosa straordinaria. Poi quando venne Piccoli ci diede una grossa mano.

Sono tre persone alle quali dobbiamo molto in Sardegna. Le aree interne hanno avuto più attenzione dallo Stato che dalla Regione.

Taviani ha dato un contributo eccezionale. Conosceva quasi tutti i paesi; andava a vederli. Era, per lui, un fatto morale. A Galtellì ho fatto con il Prof. De Luca il primo incontro mondiale delle culture religiose, un evento ricordato nei vari consessi internazionali. In Polonia ben 71 università hanno ricordato quell’evento di Galtellì così come alla università Gregoriana . Dappertutto viene ricordato.

Quanto manca la Dc oggi nel panorama politico?

La gente di una certa età rimpiange la Dc. Aveva uomini santi e peccatori insieme, ma la Dc, i democristiani avevano il senso del limite dato dalla fede, il senso della prudenza, dell’attenzione, dell’amore al prossimo, della politica come servizio, il bene comune. La lezione di Sturzo non l’abbiamo mai dimenticata.

Il pensiero di San Tommaso era la strada maestra, l’abbiamo seguita pur con le debolezze delle persone.

Ho scritto recentemente un articolo su De Mita.

Se il segretario del partito invece di Martinazzoli, di cui sono stato sostenitore, fosse stato De Mita, la Dc non sarebbe scomparsa. Avremmo avuto sempre il 20 per cento.

Ho sostenuto Martinazzoli, ma Bodrato ci disse: “State attenti che la Dc così rischia di scomparire”.  Aveva ragione Guido Bodrato!

Hanno avuto paura dei magistrati. Se tu non rubi, non devi avere paura. Con me hanno dovuto prendere atto!

 

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