Allarme Ue sul vino. Centinaio: non si penalizza solo l’Italia. Il governo porta avanti la battaglia. Occorre fare rete tra i produttori

Gian Marco Centinaio, attuale vicepresidente del Senato in quota Lega, è stato ministro delle Politiche Agricole nel primo governo Conte e sottosegretario alle stesse nel governo Draghi. Conosce bene il settore agroalimentare, e con questi titoli interviene anzitutto sul dibattito innescato dal via libera Ue a Dublino per le etichette health warning sul vino:

“Non è solo l’Italia a essere penalizzata. Occorre fare rete tra i produttori e le istituzioni dei Paesi interessati e rafforzare la nostra voce in Europa. È una battaglia politica e diplomatica che il nostro governo si è intestato per primo e che sta portando avanti, in tutte le sedi opportune”. Idem sul Nutriscore: “Dobbiamo aggregare queste voci e dare loro forza nel Parlamento europeo e di fronte alla Commissione”. Centinaio ridimensiona decisamente l’allarme dell’immunologa Antonella Viola sulla pericolosità del vino: “È stata smentita da autorevolissimi colleghi e porta studi minoritari. Forse il fatto che il Covid sta fortunatamente rallentando la propria corsa ha lasciato una crisi d’astinenza di celebrità a qualcuno che prova a compensarla parlando d’altro…”. Infine, due rassicurazioni sull’autonomia differenziata, cara al suo partito: “Non sarà una riforma imposta, ma nascerà da un confronto con le Regioni e in Parlamento. E non sarà una riforma contro il Sud, ma a vantaggio di tutti”.

Come valuta l’inatteso via libera dell’UE all’Irlanda per le etichette health warning sui vini: frutto di passività e inerzia della Commissione Europea o effetto di un’azione di lobbying efficace da parte di certi Paesi?

Faccio fatica a pensare che i solerti uffici di Bruxelles abbiano dato il via libera solo perché si sono “dimenticati” di rispondere alla richiesta dell’Irlanda. Anche perché non è la prima volta che alcuni nostri prodotti finiscono nel mirino della Commissione Ue. Purtroppo troppo spesso obiettivi apprezzabili – come, in questo caso, frenare l’abuso di alcol in determinati Paesi – finiscono per giustificare iniziative che colpiscono indiscriminatamente prodotti che, consumati con moderazione, non comportano alcun danno al nostro fisico. Paragonare un bicchiere di vino a un superalcolico o a un pacchetto di sigarette è una follia, lo capiscono tutti, ma se questo tipo di provvedimenti dovesse estendersi anche ad altri Paesi si colpirebbe duramente il mercato del “made in”, che non è solo italiano, ma anche francese, spagnolo, tedesco…

L’immunologa Antonella Viola sostiene che anche un bicchiere di vino fa male e che il cervello di chi beve alcol è più piccolo del normale. È un allarme da prendere in considerazione? Fino a che punto?

Per niente. La professoressa Viola è stata smentita anche da suoi autorevolissimi colleghi e gli studi che porta a sostegno della sua teoria sono di gran lunga minoritari, rispetto a quelli che dicono l’opposto: un consumo moderato di vino o birra non fa male al corpo. Inoltre, bisogna tenere in considerazione anche lo stile di vita e quello alimentare. La dieta mediterranea è stata confermata anche recentemente come la migliore al mondo e può comprendere serenamente un bicchiere di vino. Forse il fatto che il Covid sta fortunatamente rallentando la propria corsa ha lasciato una crisi d’astinenza di celebrità a qualcuno, che ora prova a compensarla parlando d’altro. Ma sarebbe bene pensare anche ai danni che parole come quelle della professoressa Viola possono apportare a tanti produttori e tanti lavoratori, che meritano invece di essere sostenuti e tutelati.

A Bee Magazine Micaela Pallini, presidente di Federvini, si è detta molto preoccupata e ha auspicato che il governo tuteli l’Italia presso la Corte Europea di Giustizia. È un’esortazione da cogliere? Cosa si può fare in concreto?

Come dicevo, non è solo l’Italia a essere penalizzata. Per questo, prima di tutto occorre fare rete tra i produttori e le istituzioni dei Paesi interessati e rafforzare la nostra voce in Europa per contrastare quella opposta degli allarmisti. È una battaglia politica e diplomatica che il nostro governo si è intestato per primo e che sta portando avanti, in tutte le sedi che saranno opportune.

Anche il Nutriscore (per ora rinviato) penalizzerebbe la dieta mediterranea. È chiaro che, oltre a una diversa civiltà del cibo, ci sono in gioco interessi economici. Come può e deve difendere l’Italia i suoi prodotti di eccellenza?

Il Nutriscore è proprio l’esempio adatto a spiegare quello che dicevo. Grazie alla battaglia che abbiamo condotto in Europa, abbiamo fatto emergere sempre più voci in dissenso rispetto a questo sistema di etichettatura. Recentemente anche Francia e Olanda, tra i primi sostenitori del Nutriscore, hanno assunto posizioni critiche. Dobbiamo aggregare queste voci e dare loro forza nel Parlamento europeo e di fronte alla Commissione. In altri termini, dobbiamo far prevalere le ragioni della politica rispetto a quelle dei burocrati che ragionano per schemi precostituiti, magari confezionati ad arte da qualcuno che ha interesse a farlo.

Il sistema degli incentivi comunitari all’agricoltura e all’energia green invece ci aiuta o anche qui sono “tagliati” per altri tipi di territori? Il PNRR darà una mano?

La nuova PAC, entrata in vigore all’inizio del 2023, premia in modo particolare la tutela dell’ambiente. Questo può aiutare la nostra agricoltura a fare un passo avanti verso standard più avanzati, da accompagnare con i dovuti investimenti nel campo della formazione e della ricerca. Ad esempio, sarà possibile beneficiare di accordi di filiera che puntano sulla sostenibilità. Credo che per l’Italia siano aspetti positivi da considerare. Certamente anche il PNRR potrà dare un impulso importante: 2,8 miliardi di euro sono riservati proprio alla sostenibilità della filiera agroalimentare, ma voglio anche ricordare gli investimenti per le infrastrutture idriche, fondamentali per prevenire gli effetti della siccità e per migliorare la gestione dell’acqua anche in campo agricolo. Se i nostri imprenditori sapranno sfruttare al meglio queste opportunità, avranno solo da guadagnarci.

Filiera Italia e Coldiretti sono sul piede di guerra contro la carne sintetica. Inquinante e poco sana, dicono. Eppure c’è una parte di mondo che non ha accesso alle proteine animali da un lato, e c’è l’enorme tema delle emissioni di CO2 dei bovini dall’altro. Dove si situa il compromesso?

Io non voglio ragionare in termini di “sì o no”. Per me, la cosa importante è che i consumatori sappiano con precisione e trasparenza quello che mettono nel piatto. Non si può parlare di “carne sintetica” perché semplicemente non è carne, non ha niente a che vedere con la zootecnia. La bistecca è una cosa ben precisa, non nasce in laboratorio e non è fatta di micelio o altre sostanze simili. Se noi chiariamo bene questo concetto e lo esplicitiamo nelle etichette, poi saranno i consumatori a scegliere. È l’obiettivo che si pone una proposta di legge che presenterò prossimamente, proprio per chiedere che ogni cosa venga definita per quello che è. A quel punto, io sicuramente continuerò a scegliere la bistecca e sono certo che anche la grandissima maggioranza delle famiglie italiane ed europee farà la stessa cosa.

Lei ora ricopre un ruolo istituzionale, ma la Lega è uno dei principali partiti di governo. Che risposte pensate di dare alla filiera agricola che sta soffrendo siccità, rincari dei carburanti e fertilizzanti? Non si può andare avanti a colpi di “ristori”, quali soluzioni strutturali vede?

Dobbiamo impostare un ragionamento a lungo termine per individuare le filiere strategiche sulle quali il nostro Paese vuole investire con maggiore attenzione. Da ministro e sottosegretario, prima, e da coordinatore del dipartimento Agricoltura e Turismo della Lega, oggi, ho sostenuto la necessità di un tavolo di lavoro con le associazioni di categoria, per arrivare a elaborare un Piano strategico nazionale dell’agricoltura, distinto e più particolareggiato di quello europeo. Altri Paesi, cito ad esempio la Spagna, hanno intrapreso questo percorso con benefici notevoli ed è ora che anche l’Italia individui le sue priorità per lo sviluppo futuro del settore agricolo.

Da vicepresidente del Senato: si sente di rassicurare gli italiani che vivono nelle regioni del Sud che l’autonomia differenziata, cavallo di battaglia leghista disegnato dal ministro Calderoli, non peggiorerà le loro condizioni di vita e il loro Pil?

Andremo a leggere il testo del ministro Calderoli quando sarà approvato in consiglio dei ministri, cosa che avverrà presto. Fin d’ora, però, mi sento di rassicurare tutti su due cose. La prima: non sarà una riforma imposta, ma nascerà da un confronto con le Regioni e in Parlamento. Nessuno vuole avere fretta, ma non possiamo nemmeno accettare le critiche pregiudiziali di chi vuole solo perdere altro tempo per impedire di dare concretezza a una norma che è in Costituzione da oltre vent’anni e che non è stata ancora attuata. Seconda rassicurazione: non sarà una riforma contro il Sud, ma a vantaggio di tutti. Con la definizione dei Lep e il superamento del criterio della spesa storica, tutte le regioni riceveranno le risorse necessarie a portare la qualità dei servizi a un livello accettabile e sappiamo che questo avvantaggerà soprattutto il Mezzogiorno. Poi, le regioni che vorranno occuparsi direttamente di determinate materie potranno farlo, mentre nelle altre rimarrà compito dello Stato.

 

Federica FantozziGiornalista

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