Vincenzo Mollica: “Porto in teatro la mia vita”

Roma, Auditorium della Musica, Giovedì 11 Gennaio. Un appuntamento imperdibile con il vecchio giornalista del TG1 Vincenzo Mollica che questa volta porta in scena sé stesso, con uno spettacolo bellissimo e avvolgente, dal titolo “L’arte di non vedere”.

“Io non vedo più. Ombre in un mare di nebbia. Più spesso non vedo un tubo, ma continuo a coltivare la speranza. Andrea Camilleri mi ha spronato a non abbattermi, a sviluppare gli altri sensi. Ignoro che cosa sia la depressione. Mi sostengono due pilastri: famiglia e lavoro. Nella vita non ho altro. Mi manca il volto di mia moglie, i suoi occhi azzurri e il suo sorriso, mi manca il volto di Caterina e la sua luce. Sin da piccolo, bastava che chiudessi l’occhio destro e precipitavo nel buio”.

Sceglie il linguaggio diretto, e quasi intimo, del teatro Vincenzo Mollica, uno dei giornalisti italiani più conosciuti e più amati dal grande pubblico, per raccontare i suoi primi 70 anni di vita, o meglio i suoi primi 50 anni di successi e di incontri internazionali che hanno fatto di lui una icona del mondo dello spettacolo e del giornalismo televisivo.

Nessuno come lui, nessuno più di lui, nessuno quanto lui, neanche il mitico Lello Bersani che ha tanto accompagnato la mia infanzia, quando in TV andava in onda un solo telegiornale e Lello Bersani era il solo cronista che allora si occupasse di spettacolo e di musica.

Vincenzo Mollica sarà poi il suo erede naturale al TG1, e come spesso accade l’allievo supera il maestro. E di gran lunga.

Un giorno Lello Bersani, il primo cronista ad aver raccontato il mondo dello spettacolo al telegiornale, mi mise in mano la sua agendina: “Vedo in te il mio erede. Copia i nomi che ti servono”. Li trascrissi tutti sulla rubrica che uso ancor oggi. Morti inclusi, da Roberto Rossellini a Totò: non si sa mai. Infatti, il giorno che dovetti fare un servizio su Anna Magnani, chiamai il numero dell’attrice scomparsa e rispose il figlio Luca”.

 

 

Narratore per eccellenza del mondo dello spettacolo italiano e non solo, volto tra i più autorevoli del Tg1, cronista e inviato speciale che ha raccontato per decenni il cinema, la musica e la tv intervistando i più grandi personaggi di questo mondo, Vincenzo Mollica questa volta si ferma davvero, si siede davanti al suo pubblico di sempre e racconta sé stesso.

Lo farò come non l’ho mai fatto prima d’ora”.

Un monologo, o meglio forse una vera e propria confessione intima, una seduta psicanalitica aperta sul mondo, in cui il grande giornalista televisivo svelerà, in compagnia di straordinari ospiti a sorpresa, aneddoti ed eccezionali “dietro le quinte” su una marea infinita di personaggi che negli anni ha avuto il privilegio di intervistare e raccontare.

“Ho imparato da Emilio Rossi e Nuccio Fava, al Tg1, e da Enzo Biagi a Linea Diretta cosa significa servizio pubblico. Significa davvero mettersi al servizio del pubblico e pensavo che il mio dovere fosse sempre proporre qualcosa che mi era piaciuto e mi aveva emozionato”.

 

 

Vincenzo è un fiume in piena, dovunque lo invitano è straripante, di ogni frammento della sua vita di cronista ricorda uomini cose e dettagli sepolti dal tempo, e lo fa con una precisione ed una dolcezza da lasciare interdetti. Accade soprattutto nel salotto di Mara Venier quando incomincia a raccontare il suo primo incontro con Giorgio Gaber.

Sono debitore a Gaber. Quest’anno ho fatto 70 anni di vita, sono 50 anni che sto con mia moglie Rosa Maria e lo devo a Giorgio Gaber. Io avevo un vespino arancione, studiavo alla Cattolica dove studiava lei. Una sera c’era uno spettacolo di Gaber, ci andai con Rosa Maria e quel concerto fu galeotto. Ci siamo innamorati e da allora per 50 anni, non ci siamo più lasciati”. Poi è nata Caterina, era il 1977, e quando ho intervistato Giorgio gliel’ho detto: “Sai, io e Rosa Maria ci siamo innamorati grazie alla passione per le tue canzoni”. Giorgio mi ha risposto,” Si vede che le mie canzoni sono servite a qualcosa”.

-Che ricordo ti porti dentro di lui?

L’ultima mia intervista fu un incontro tenero, era gentile e lucidissimo come sempre. Ma dovevamo registrare pochi minuti e ne incidemmo venti. E alla fine, purtroppo a telecamere spente, mi fece ascoltare alla chitarra due brani che poi sarebbero stati incisi nel suo ultimo disco,” Io non mi sento italiano”.

-Perché lo ami così tanto?

Gaber è stato uno dei più grandi artisti che abbia mai intervistato. E uno dei pochi che ho amato. Lui ne aveva fatta tanta di televisione, e riteneva di averla fatta bene: nonché di essersene allontanato per buonissimi motivi, quando aveva iniziato a non ritrovarcisi più. Anche se di alcune cose conservava bellissimi ricordi”.

-Per esempio?

Riteneva inarrivabile il suo lungo duetto con Mina a Teatro 10, per esempio, in cui aveva fatto interpretare a Mina il bambino ricco del monologo “Io mi chiamo G”.

 

 

Mollica, dunque. Eternamente Mollica, meravigliosamente Vincenzo Mollica, che alla soglia dei suoi 71 anni decide di fare “coming out£, e per farlo sceglie le tavole del teatro più esclusivo di Roma capitale, l’Auditorium della musica. L’alternativa poteva essere soltanto il Teatro Ariston di Sanremo da dove Vincenzo ha raccontato non solo il Festival e quindi mezzo secolo di musica italiana, ma anche 40 anni di storia e di costume.

“Tre sono i pensieri che guidano il mio lavoro. Il primo è di Vinicius De Moraes e recita: “La vita, amico, è l’arte dell’incontro”. Il secondo è di Federico Fellini: “È la curiosità che mi fa svegliare la mattina”. Il terzo è del sottoscritto: “Nelle pieghe del banale si nasconde l’animale”. Ho sempre lavorato cercando di mettere insieme tre elementi: fatica, passione e curiosità e questo mi ha permesso di diventare un cronista impressionista e impressionabile”.

Nessuno più di lui, davvero.

 

 

Vincenzo Mollica sposa linguaggi diversi, compare in carne ed ossa alle star di tutti i tempi, si racconta in video al pubblico della Rai, è protagonista insieme a Marcello Mastroianni in un fumetto realizzato da Federico Fellini e Milo Manara intitolato “Viaggio a Tulum”, e diventa papero per mano di Giorgio Cavazzano nei fumetti della Disney.

Una “vita straordinaria” che diventa ora uno spettacolo teatrale unico al mondo, per la prima volta raccontata in parole e immagini in questo auditorium così solenne dove per una notte alle sue spalle verranno proiettate e riproposte sequenze storiche del grande repertorio Rai.

A insegnargli i primi segreti del mestiere è il grande e indimenticabile Enzo Biagi, che lo chiama a “Linea diretta” il suo programma su RAIUNO, e questo non fa che favorire non solo la sua crescita professionale, ma anche il carisma delle sue dirette e delle sue interviste ai grandi personaggi del tempo.

“Tutto quello che so – dice Vincenzo Mollica a Stefano Lorenzetto per il Corriere della Sera-lo devo a lui. Era uno specialista nell’insegnarti senza insegnare. Il primo incarico fu intervistare Paulette Goddard. Mi diede un numero di telefono. Rispose una donna, credevo fosse la colf: “Di che vorrebbe parlare con la signora Goddard?”. E io: di Tempi moderni, di Charlie Chaplin. Chiacchierammo per un po’. Alla fine, m’impietrì: “Non do interviste, il signor Biagi lo sa”. Andai da Enzo con le orecchie basse: è stata lei a fare il terzo grado a me, dice che non parla con i giornalisti e che la cosa ti è nota. “Certo”, rispose Biagi, “ma nelle interviste bisogna cominciare da Dio. A scendere si fa sempre in tempo”.

 

 

Solo l’antologia curata un anno fa da Rai Teche per il suo settantesimo compleanno raccoglie alcune delle sue interviste più belle, da Sergio Leone a Fabrizio De Andrè, da Massimo Troisi a Lucio Dalla, da Franco Battiato a Raffaella Carrà, da Francesco Guccini a Paolo Conte, da Gianna Nannini a Federico Fellini, e poi ancora Vasco Rossi, Renato Zero, Pupi Avati, Laura Pausini, Andrea Camilleri e un indimenticabile Rino Gaetano.

Rino Gaetano aveva una grande forza che era l’ironia e l’ironia non sempre veniva capita in quegli anni, in cui tutti erano molto settari. Lui badava a fare le sue canzoni e le sue canzoni dovevano rispecchiare fedelmente il suo pensiero ma anche la bizzarria, quella bizzarria positiva che accompagnava il suo pensiero, la capacità che aveva di deformare la realtà per raccontarla meglio, usando l’arma del paradosso. Il cantautore più paradossale ed è stato quello che costruendo i paradossi più incredibili raccontava poi con perfetto realismo quelli che erano i suoi tempi, quella che era la sua vita, che erano i suoi amori. Rino era davvero uno spirito anarchico, uno che scriveva quello che gli passava per la testa senza rispondere a codici precisi né sociali né politici”.

 

 

Uno dei personaggi che più ha amato Vincenzo Mollica è stato Maurizio Costanzo che su Panorama del 24 giugno 2004 lo raccontava in questo modo: “Ci sono professionisti della televisione i quali, senza sentirsi obbligati a rincorrere Telegatti, costruiscono, servizio dopo servizio, una carriera che ha dell’eccellente. Parlo di Vincenzo Mollica che da più di venti anni si occupa di cinema, fumetti, letteratura e dello spettacolo in genere. Lo fa con una umiltà e una competenza da portare esempio alle nuove generazioni. Non a caso Federico Fellini lo aveva eletto a suo intervistatore preferito. Ma non vedrete mai un atteggiamento di Mollica, in video o fuori dalle telecamere, che lasci supporre la benchè minima alterigia, presunzione, consapevolezza di essere nello specifico il migliore. Nei fumetti credo che siano pochi a saperne quanto lui.”.

 

 

Segni particolari: “Bizzarro cronista papero con la passione per il mondo del cinema”. È la versione “paperizzata” di Vincenzo Mollica. L’idea per questo personaggio l’ha avuta il celebre fumettista Andrea Pazienza, che per prendere affettuosamente in giro Vincenzo, da sempre amico del mondo Disney, un giorno decide di ritrarlo… dotato di becco! Per Vincenzo Mollica questo è un invito a nozze: l’idea di trasformarsi in Paperica per poter finalmente intrufolarsi tra le pagine di Topolino gli piace al punto da sottoporla a Giorgio Cavazzano. Il risultato di tutto questo fu appunto quella magnifica storia celebrativa chiamata “Paperino Oscar del centenario”.

Paperica” fa dunque il suo ingresso ufficiale nel mondo Disney, interagendo finalmente con i personaggi più amati dai bambini… e non solo, visto che è l’occasione ideale per Giorgio Cavazzano di caricaturizzare un buon numero di divi del cinema del passato e del presente. Da allora – dicono alla Disney- “Paperica” ha fatto capolino più volte nelle storie Disney, nel corso di avventure scritte non soltanto dalla sua controparte umana, ma anche da altri bravi autori come Tito Faraci e Fausto Vitaliano, che l’hanno più volte affiancato a Paperino, Paperone e soci. Tratto comune a tutte queste storie è poi l’immancabile collegamento con il mondo dello spettacolo. È così che il sogno di uno dei più grandi appassionati Disney si è finalmente realizzato.

“Ho già ha chiesto di far scolpire sulla tomba che conserverà il mio corpo, quando la mia anima volerà in cielo, questo epitaffio “Qui giace Vincenzo Paperica che tra gli umani fu Mollica”. Certo, è un desiderio che mia moglie dovrà rispettare. Al cimitero guardo gli ovali sui loculi e capisco che nessuno dei defunti ha scelto la propria foto per la lapide. Il cronista Paperica, inventato da Andrea Pazienza e Giorgio Cavazzano per Topolino, mi rappresenta invece come nessun altro”.

 

 

All’Auditorium della Musica Vincenzo Mollica racconterà di tutto e di più, soprattutto i suoi incontri privati e personali con le star del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Pedro Almodovar, Robert De Niro, Stevie Wonder, lo scrittore Borges, gli aneddoti della Mostra del Cinema di Venezia con Gina Lollobrigida, Franco Battiato,  Roberto Benigni, Adriano Celentano, Fiorello, le sue lunghe chiacchierate con Alda Merini e Lucio Dalla, una vita divisa tra i festival italiani e gli awards hollywoodiani.

Da Fellini ho imparato che bisogna calcolare bene i tempi di un addio o di un vaffa. “Se lo sbagli di un solo secondo, ti si potrebbe ritorcere contro”, mi spiegò Federico”.

A un mese esatto dalla “prima” lo spettacolo di Vicenzo Mollica all’Auditorium è già un evento internazionale, il resto lo ha fatto bene due domenica fa Mara Venier che lo ha invitato in studio a “Domenica In” dove Vincenzo ancora una volta ha commosso e intrigato milioni di italiani.

Non mi ero accorto di così tanto affetto come da quando sono in pensione. Posso solo dirti che ho sempre cercato di comportarmi bene e non ho mai negato a nessuno un sorriso, che è sempre stato, è anche oggi, l’espressione del mio modo di guardare alla vita. È vero, io in effetti non parlavo mai dei film o dei dischi che non mi piacevano. Se potevo non ne parlavo, oppure usavo l’arma dell’ironia. Io non ho mai seguito la corrente, né mai sono andato contro. Più semplicemente, ho ascoltato il consiglio di mia nonna, che di mestiere faceva la fruttivendola: “Ricordati le cose che rimangono, Vincenzino”. Ho raccontato quello che mi piaceva. Quello che non mi piaceva l’ho escluso. Oppure, se proprio non potevo farlo, ho lasciato a una frase ironica, una battuta, il compito di dire come la pensavo. So quanta fatica c’è nella realizzazione di una qualsiasi opera dell’ingegno e mi sembra giusto rispettare sempre quel lavoro. Sicuramente, l’urlo, l’assertività, la ferocia che hanno preso ad andare di moda ultimamente non hanno mai fatto parte del mio alfabeto”.

 

 

E da Mara Venier -dopo averlo fatto il giorno prima con Walter Veltroni per Il Corriere della Sera– Vincenzo racconta del giorno in cui per la prima volta -ancora bambino- scoprì che da grande sarebbe diventato completamente cieco

L’ho scoperto a sette anni, i miei mi avevano portato a fare una visita in un Comune chiamato, pensa tu, Ardore. Si erano accorti che qualcosa non andava, dall’occhio sinistro non vedevo. Loro erano rimasti nello studio del medico, io nella sala d’attesa, a origliare. Sentii distintamente: “Devo dirvi che vostro figlio diventerà cieco”. Loro erano scioccati e non mi riferirono nulla. Io andai a casa e cercai quella parola sul vocabolario. Ma non avevo bisogno, bastava che chiudessi l’occhio destro e precipitavo nel buio”.

Un incubo che lo accompagna per il resto della sua vita, ma rispetto al quale Vincenzo aveva immediatamente trovato la soluzione migliore.

“Fin da allora ho adottato una tecnica. Ho mandato a memoria tutte le strade, tutte le stanze, tutti gli alberi. Li so, per averli visti. Per verificare chiudevo l’occhio destro e controllavo se la mia memoria aveva immagazzinato tutto. A Sanremo o a Venezia mi bastava uno sguardo per fare una panoramica di luoghi e persone. Ho sempre scritto tutto a mano, ma negli ultimi anni non ho più potuto farlo. Così gli articoli ora me li compongo nella testa, come fosse un foglio bianco. Voglio sentire, in qualche modo vedere, le lettere che si assemblano: la forma austera della B, il carattere sbarazzino della T. Per tutta la vita ho sempre girato con un bloc-notes nella tasca. Ogni tanto, infatti, Alda Merini mi telefonava per dettarmi una delle sue poesie. E io dovevo essere pronto per trascriverla”.

 

 

Poi un giorno va da Fabio Fazio a “Che Tempo che fa” e racconta il resto.

Fu Andrea Camilleri a dirmi che quando avrei perso la vista – lui l’aveva persa qualche tempo prima – i sogni sarebbero diventati più vividi. I colori sarebbero diventati più nitidi. Prima di dormire lui non contava le pecorelle, si ripassava i quadri. Mi disse che dopo aver perso la vista, tutti gli altri sensi tornavano in soccorso: “Io che non avevo più gusto e olfatto, mi è tornato il gusto e riconosco il sapore della pasta ‘ncasciata’Come sto? Diciamo che mi arrangio. Praticamente siamo a uno stadio che precede il rincoglonimento. Quando ci sono le giornate nere, basta avere un sorriso in tasca e io quel sorriso cerco di averlo sempre. Anche in queste giornate in cui non ci vedo, un sorriso di emergenza bisogna averlo. La memoria restituisce cose fantastiche”.

Un mondo fatato questo di Vincenzo, fatto di immagini e di parole infinite, di emozioni e di sensazioni, di ricordi e di dettagli, di uomini e di cose, di conflitti e di riappacificazioni, le mani che sventolano davanti alla telecamera per un Parkinson avanzato, ma lui sorride e va avanti, dolcissimo e tenero come un bimbo, con questo suo faccione che trasuda di grande umanità, che sa ancora lasciarti di stucco per le cose che dice, una favola senza tempo che da grande “paroliere” Vincenzo ha spesso tradotto in saggi e libri di grande successo popolare.

“Le mani che tremano? Quello è il morbo di Parkinson. Non mi faccio mancare nulla. Ho pure il diabete. E sono un abile orchestratore di medicinali”.

 

 

Vorrei ricordare qui alcuni dei suoi libri più famosi, “Strip strip hurrà!” (Einaudi, 2003), “Milo Manara. Dai Borgia ai pittori del Novecento” (Gangemi, 2005), “DoReCiackGulp” (RAI-ERI, 2006), “Scarabocchi senza fissa dimore” (Gangemi,2007),”Favoletta ristretta si fa leggere in fretta” (Einaudi, 2008), “Mi ritiro dai miracoli. Poemetto imperfetto” (Acquaviva, 2012), “Scritto a mano pensato a piedi. Aforismi per la vita di ogni giorno”  (RAI-ERI, 2018). “L’Italia agli Oscar. Racconto di un cronista”. (Edizioni Sabinae,2019).

È molto raro che un giornalista della televisione possa passare alla storia, ma un giorno questo certamente accadrà con Vincenzo Mollica. Perché lui è non solo la storia della RAI e del mondo dello spettacolo e del cinema in generale, ma è la storia di questo Paese. Lui è un pezzo della Repubblica, è uno di quegli amici che tutti vorrebbero avere accanto nei momenti peggiori della loro vita, lui è il padre che ogni figlio vorrebbe poter avere accanto, ma lui soprattutto è il più grande poeta visionario che io abbia mai conosciuto in RAI.

Ho poi un ricordo bellissimo della sua famiglia, quando una mattina io e Alfonso Samengo -attuale vice direttore del TG2- andammo nella loro casa al mare di Scalea per intervistare suo padre, Pasquale Mollica – era stato un pezzo della storia democristiana di questo Paese, amico personale e speciale di Benigno Zaccagnini, erano gli anni del delitto Moro-e ricordo l’emozione e la commozione di sua madre quando il discorso è caduto su Vincenzo, che di quella casa era la stella cometa ma anche l’araba fenice, perché dietro il lavoro di un grande inviato come lo era Vincenzo c’era anche una vita piena di sacrifici e di rinunce, e questa casa che si affacciava su uno degli orizzonti più belli della collina lo aspettava come lo si può fare con un angelo, sempre che gli angeli esistano.

 

 

Anche quel giorno, il vero protagonista di quel nostro incontro con suo padre e sua madre era stato lui, il vero “re del Festival di Sanremo”. Il più autorevole, il più carismatico, il più tenero. Una leggenda.

 

Pino NanoGiornalista, autore televisivo, già capo redattore centrale della Rai

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