Informazione e potere: le criticità, gli esempi dei Maestri

Il pezzo di Mario Nanni su BeeMagazine del 6 gennaio è ben più di un corsivo come viene definito nella presentazione. C’entra infatti non solo la questione della conferenza stampa della Presidente Meloni, ma una questione oggi più che mai cruciale per il Paese: quella del rapporto tra informazione e potere, dell’etica, della deontologia, della necessaria indipendenza del giornalismo e dei giornalisti.

Quanto al modello della conferenza stampa Nanni ha perfettamente ragione. Essa si svolge nell’aula dei gruppi parlamentari, accanto all’aula istituzionale della Camera e davvero non si capisce perché non si segua il modello che si segue in casi per certi versi analoghi come quello del question time del Presidente del Consiglio sulla base del regolamento di Montecitorio. Almeno quel minuto di repliche che lì è consentito al Parlamentare che pone al quesito al Presidente del Consiglio dovrebbe essere infatti consentito anche in occasione della conferenza stampa promossa dall’Odg e dell’Associazione dei Giornalisti Parlamentari.

Se così fosse stato, ad esempio qualche giornalista con un minimo senso dell’indipendenza e dell’orgoglio della professione avrebbe potuto fare una breve replica su certi messaggi sibillini relativi a certi poteri occulti che frenerebbero l’azione di governo evocati nelle risposte del presidente del Consiglio. Ma la mia sensazione è che purtroppo il panorama dell’informazione politica in questo Paese oscilli tra il “giornalismo sdraiato”, o “da tappetino”, verso chi incarna il potere e il giornalismo d’assalto sempre prevenuto.

 

 

 

Anche io come Mario Nanni ascoltando la conferenza stampa ho sentito “odore di teatrino” come Silvio Berlusconi amava definire il modo di fare politica anche con il rapporto con giornalismo in questo Paese. Ma il teatrino è peggiorato, ci sono state fasi in cui magari andava in onda Pirandello o addirittura Shakespeare, ora si offrono soprattutto commediole leggere e un po’ di comodo.

Nanni evoca il ruolo dell’informazione come cane da guardia (watchdog) ma mi sembra che ci siano troppi gatti o micioni che amano stare nel grembo del potere e qualche cane troppo artatamente aggressivo. D’altronde già molti anni fa Claudio Magris sosteneva che nel rapporto nostro tra il giornalismo e la politica più dell’80% delle notizie e articoli riguardava la “politica politicante”, mentre meno del 20% riguarda non la politics in quanto tale, ma le policies, cioè le specifiche politiche pubbliche.

 

 

 

 

Ci fosse stato un giornalista che si è alzato a dire durante la conferenza stampa “ma scusi Presidente del Consiglio siamo qui da quasi due ore e ancora non si è capito niente della sua vision sui veri problemi del Paese, delle sue diagnosi, delle sue terapie, anche di medio periodo visto che giustamente conta di stare in carica almeno per tutta la legislatura”. Siamo davanti ad un teatrino molto autoreferenziale che non sa mettersi dalla parte del lettore, dei veri problemi che toccano gli italiani, delle vere questioni che un governo deve affrontare, forse anche perché sono ben pochi i giornalisti che studiano e si documentano sui veri problemi del Paese come sono quasi zero i politici che lo fanno.

Siamo strapieni di dichiarazionisti in servizio permanente effettivo come ho scritto nel mio ultimo libro “I segreti del potere. Le voci del silenzio (Rai Libri)”. La colonna sonora del rapporto tra il giornalismo e la politica e il continuo cicaleccio. I segreti del potere. Le voci. Uso, infatti, il concetto di cicaleccio perché col loro suono le cicale sprecano producono un rumore indistinto, ripetitivo ed inutile, che ben riassume la condizione di buona parte della nostra stampa e del nostro ceto politico…

Non è facile trovare né politici-formiche, né giornalisti-formiche, mentre entrambe le categorie annoverano non poche cicale e seguono la colonna sonora delle stesse cicale. Il fenomeno dura tempo, ma purtroppo è andato peggiorando sempre di più. Ho frequentato per decenni, visto che quello era il mio luogo di lavoro, il Transatlantico di Montecitorio, e sinceramente ero un po’ stupito dall’eccesso di contiguità in Italia, a differenza di altri paesi, tra giornalismo politico parlamentare e politica, ma devo dire che il Transatlantico degli anni Ottanta o Novanta era un luogo di confronto fra la politica e il giornalismo tutto sommato molto migliore rispetto a quanto avviene oggi.

Certo c’erano le veline, dalla velina Orefice alla velina Rossa, c’erano altre forme di condizionamento del giornalismo, anche allora c’erano giornalisti in qualche modo pronti a salire nel carro del vincitore, ma mi pare che ci fosse più orgoglio, una più chiara deontologia, una più matura e consolidata professionalità nella figura media del giornalista politico. Per concludere, purtroppo, mentre leggo quotidianamente i giornali mi sale regolarmente una grande nostalgia. Ricordo bene che mentre ero impegnato a scrivere la mia tesi di laurea nella biblioteca della Camera dei Deputati ogni giorno il mio tonico, dopo sette, otto ore di impegno sui libri e sulla scrittura, era leggere man mano le annate pregresse del Mondo di Mario Pannunzio, che ho letto integralmente non avendole potute per ragioni generazionali leggere in diretta.

 

 

 

Se penso al giornalismo di Ennio Flaiano, di Ernesto Rossi, di Giovanni Spadolini e di tanti altri che scrivevano in quello splendido giornale davvero indipendente e “cane da guardia” rispetto all’allora potere democristiano, così come se penso al giornalismo degli Enzo Biagi, degli Indro Montanelli, non solo mi sale la nostalgia. Ma penso che l’Italia abbia avuto una grande scuola di giornalismo, anche politico e che non mancano i maestri che dovrebbero essere riproposti nei Master e nelle Scuole di giornalismo.

 

 

 

 

È da sperare che, pur in questo strano Paese a molti livelli senza più memoria storica, qualcuno riprenda e trasmetta le tracce di un giornalismo che ha avuto fasi e momenti gloriosi, restituendo finalmente un vero senso dell’indipendenza, dell’imparzialità, dell’orgoglio alla professione del giornalismo, di cui sono rimaste in qualche professionista (specie quelli che mantengono le distanze dal potere) tracce significative.

 

Luigi TivelliGrand Commis d’Etat. Saggista. Presidente dell’Academy di politica e cultura Giovanni Spadolini

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