Stroncature / “I vecchi comunisti non mi mancano affatto”

(a proposito di un libriccino di Giovanni Sallusti con prefazione di Giuliano Ferrara)

Mi mancano i Vecchi Comunisti. Confessione inaudita di un libertario”, libriccino di Giovanni Sallusti, con la prefazione di Giuliano Ferrara, è la confessione insospettabile di un vecchio anticomunista introdotta da un vecchio ex comunista.

 

 

 

Capita ormai di tutto nell’intellighenzia italiana. Sallusti lamenta, detto alla buona, che non ci sono più i comunisti di una volta, quelli con tre narici che sputavano fuoco contro gli avversari. La sinistra di oggi gli appare una poltiglia di luoghi comuni modaioli, senza nerbo, senza visioni, senza costrutto. Fluidità, inclusione, political correctness hanno sostituito tutti i passati canoni che, quando pure marxisti di straforo, avevano a che fare, comunque, con le cose concrete, come la produzione, il lavoro, la dialettica tra classi, il proletariato, la via italiana al socialismo e il compromesso storico.

Sì, mi mancano i Vecchi Comunisti”, ammette Sallusti, “duri, puri ma non troppo, colti anche quando avevano la quarta elementare, popolari prima ancora che populisti, schematici perché esistevano ancora degli schemi. Mi mancano Gramsci e Peppone, e non mi convincerete mai che i loro degni sostituti siano Saviano e Peppino (Conte).”

Giuliano Ferrara nella prefazione rimpiange le organizzazioni comuniste del secolo scorso, “quelle vere, col bollino”, e gl’idoli perduti come Marx, Engels, Lenin, Gramsci, Togliatti e perfino Mao Tse Tung (Stalin, no?). Il nostalgico Ferrara va dove lo porta il cuore, a quel comunismo “violento e radicalmente nemico della pace liberale tra gli uomini”, che nondimeno ha costituito anche “una sorta di Accademia di Pinerolo o di West Point” che impartiva una seria formazione politica e culturale.

Da anticomunista cerebrale (“viscerale”, mi schernivano loro) ho aborrito il comunismo non soltanto per motivi etici, politici, economici, ma anche perché ho constatato “de visu” in Russia come i dirigenti comunisti a denominazione d’origine controllata e garantita, quasi magnificati oggi, mentivano ai compagni in Italia circa la vita quotidiana di un cittadino sovietico. Loro sapevano e tacevano sullo squallore di quell’esistenza. Ho appreso “de auditu” i Russi riferirsi ai papaveri del Pcus con l’italiano “mafia”! Adesso quel mondo comunista, nella sua immorale e criminale grandezza, può persino apparire sotto un velo di romanticismo agli occhi di qualcuno?

No, i vecchi comunisti non mi mancano affatto. Non mi mancano né l’ideale comunista, che ancora seduce gli stolti, né il comunismo reale, cioè il collettivismo, che persino la Cina comunista ha sostanzialmente abbandonato. Ognuno invecchiando acquista quel che chiamerei il “diritto al patetismo”, a prendere lucciole per lanterne, a rimembrare perfino le perversioni giovanili. Tuttavia non deve esercitarlo pubblicamente, per non esporsi al ridicolo, ma in privato, magari accanto al fuoco nelle uggiose notti d’inverno, tra fumi d’alcol in compagnia d’un compiacente interlocutore, sragionando assieme con la mente intorpidita dal sonno.

 

Pietro Di Muccio de Quattro

 

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