Con l’attacco all’Iran, l’illusione di un ordine mondiale regolato dalle Nazioni Unite sembra ormai tramontata. Al suo posto tornano con forza i rapporti di potere e le sfere di influenza geopolitica. Nel frattempo Israele continua a muoversi nella logica della sicurezza esistenziale, mentre l’Europa rischia una crescente irrilevanza politica e culturale se non sarà capace di difendere con maggiore autonomia i propri interessi strategici. In uno scenario sempre più multipolare, la strategia americana sembra preferire un cambiamento interno al regime di Teheran piuttosto che un conflitto diretto, evitando i costi economici e sociali di una guerra prolungata. Ne abbiamo parlato nel nuovo episodio di Skill Pro con Antonio Rapisarda, direttore de Il Secolo d’Italia.
Le guerre nel mondo continuano ad aumentare e s’infiamma definitivamente anche il Golfo. Quali sono le reali intenzioni di Stati Uniti e Israele che hanno portato all’attacco iraniano e alla conseguente morte di Khamenei?
“Per Israele le intenzioni sono palesi. Da una parte chiudere l’antica questione col nemico esistenziale, la Repubblica Islamica Iraniana. Dall’altro c’è l’interesse di Netanyahu di ottenere – con l’uccisione di Khamenei – una vittoria che in qualche modo possa lavare l’onta del 7 ottobre 2023. Una combinazione che potrebbe garantirgli una clamorosa, e in parte incredibile, conferma alle prossime elezioni. Per ciò che riguarda gli Stati Uniti checché se ne dica, l’obiettivo a mio avviso ancora più ambizioso è spezzare l’entità che guida la mezza luna uscita e comporre così in una dimensione ancora più grande da come era stata immaginata l’architettura degli accordi di Abramo. Ricordiamoci infatti che l’Iran si è sempre opposto alla normalizzazione dei rapporti fra Israele e Sauditi. Con l’eliminazione degli obiettivi strategici degli ayatollah, Trump potrebbe ottenere il suo più grande successo geopolitico. Anch’esso risulterebbe un’arma elettorale importante in vista delle complicate elezioni midterm”.
Trump ha dichiarato di continuare, almeno un mese, con gli attacchi al fine di creare le condizioni in Iran per un cambio di regime: ma cosa serve nel concreto affinché ciò avvenga?
“Per quanto possa essere massiccio l’attacco dall’alto, difficilmente sarà sufficiente per una classica operazione di regime change. Dall’altro lato è altrettanto difficile immaginare un’invasione stile Iraq per i contraccolpi interni che potrebbe avere nei confronti delle promesse di Trump al ceto medio che l’ha rieletto, ma soprattutto al grosso del movimento Maga. Quel “mai più guerre lontane”, infinite e costosissime in termini economici e anche di vite umane. L’opzione preferita per la Casa Bianca sarebbe quella di un cambiamento nel regime, ossia di un ricambio interno della Repubblica Islamica che possa – con una normalizzazione stile Venezuela – tramutare il nemico in interlocutore, come avvenuto in Siria. Quanto questo possa risultare compatibile con i desiderata delle monarchie saudite, che temono l’arrivo di una classe dirigente nazionalista in Iran rispetto al vecchio ceto degli ayatollah, è il vero tema. Resta pure l’opzione di un appoggio alle opposizioni, alle minoranze etniche come i curdi. Probabilmente è ciò che sperano i manifestanti che hanno riempito le piazze chiedendo proprio l’aiuto al presidente americano.”
Come cambia lo scenario mondiale dopo lo scoppio della guerra nel Golfo?
“Con la nuova crisi del golfo si cristallizza, a mio avviso, ciò che l’invasione russa nell’Ucraina e la guerra di Gaza hanno fatto emergere. Il riflusso del multilateralismo, del ruolo delle Nazioni Unite e di tutte le procedure che pensavamo avrebbero garantito l’ordine mondiale per quella che Fukuyama chiamava “la fine della storia“. Non è andata così, ovviamente, non certo però per colpa di Trump. A riemergere oggi sono i rapporti di forza e le sfere di influenza per Russia e Cina, che avevano fatto del soft power uno strumento molto efficace di penetrazione nella società occidentale. Per loro il messaggio è chiaro: il mondo sarà pure multipolare, ma c’è un polo dominante – quello americano – che non accetta ancora quel destino che Spengler chiamava tramonto. In questo grande gioco ci sarebbe spazio pure per l’Europa come elemento di stabilizzazione e promozione della cultura del diritto. L’Europa deve uscire dal lungo sonno e imparare a camminare, a difendersi e alimentarsi con le proprie forze, sennò sarà destinata a diventare un vaso di coccio, una periferia o peggio ancora un museo delle cere e un parco divertimenti per i ricchi del nuovo mondo”.




