Speciale Iran. Il filo diplomatico spezzato, l’Europa si riposiziona

Il 28 febbraio 2026, mentre i negoziatori iraniani e americani erano ancora seduti ai margini dei tavoli di Ginevra e il ministro degli Esteri dell’Oman dichiarava che la pace “era a portata di mano”, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato l’operazione denominata “Epic Fury” — o “Ruggito del Leone” nelle versioni successive — contro l’Iran. Il timing fu deliberatamente studiato per cogliere di sorpresa la leadership iraniana, accentuando la sorpresa tattica in un momento in cui la diplomazia sembrava ancora attiva: nuovi negoziati erano stati annunciati a Vienna, e il Segretario di Stato Rubio aveva in agenda un viaggio in Israele la settimana successiva. Il risultato è un conflitto che in meno di settantadue ore ha già riscritto la mappa delle alleanze regionali e costretto l’Europa — Italia inclusa — a misurarsi con scenari che fino a poche settimane fa sembravano ipotesi accademiche. L’analisi del Generale Ivan Caruso, consigliere militare della SIOI.

La natura del conflitto in Iran: aereonavale per ora, terrestre come incognita

Il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, in conferenza stampa, ha dichiarato che gli Stati Uniti non prevedono al momento il dispiegamento di forze sul territorio dell’Iran, ma “ci spingeremo fino a dove sarà necessario arrivare.”

Questa ambiguità calcolata dice molto sulla natura del conflitto che si sta svolgendo. L’operazione è concepita come una campagna di degradazione delle capacità — missilistica, nucleare, di comando e controllo — senza che sia dichiarato alcun obiettivo esplicito. In 48 ore sono state sganciate sull’Iran circa 3.800 bombe. Sul piano verticale, l’intensità degli attacchi cresce: è escalation. Sul piano orizzontale, il conflitto si allarga: l’offensiva israeliana in Libano apre un nuovo fronte, le risposte iraniane contro Qatar, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti trascinano dentro nuovi attori. Le due dinamiche procedono in parallelo e si alimentano a vicenda.

L’orizzonte temporale dichiarato da Trump supera il mese. La variante terrestre rimane sullo sfondo: senza di essa, la storia degli ultimi vent’anni insegna che la potenza aerea può decapitare una leadership ma non sostituire un sistema politico. Lo shock della perdita di leadership potrebbe esporre fratture all’interno dell’élite dell’Iran — con fazioni clericali, tecnocrati pragmatici e apparati di sicurezza in potenziale disaccordo — ma questo stesso approfondimento delle divisioni potrebbe innescare una prolungata incertezza politica.

La guerra raggiunge il Mediterraneo: Cipro sotto i droni dell’Iran

Poco dopo la mezzanotte del 2 marzo, un drone Shahed di fabbricazione iraniana ha colpito le installazioni militari britanniche di Akrotiri a Cipro, causando danni materiali lievi ma nessun ferito. Dal punto di vista analitico è fondamentale distinguere due dimensioni. Sul piano orizzontale, l’attacco è un allargamento del conflitto: il teatro si sposta dal Medio Oriente al Mediterraneo, un paese terzo — il Regno Unito sul suo territorio sovrano — viene coinvolto direttamente per la prima volta, e la geometria degli attori cambia. Ma l’episodio porta inscritto nel suo DNA anche il rischio di diventare il detonatore di una escalation verticale ben più grave: se Londra decidesse di passare dal supporto logistico alla partecipazione offensiva diretta, o se attacchi successivi causassero vittime tra il personale militare e le famiglie sulla base, la soglia politica per una risposta escalatoria — britannica prima, potenzialmente atlantica poi — diventerebbe molto difficile da non attraversare. È probabilmente l’evento singolarmente più pericoloso di questi tre giorni di conflitto.

L’episodio ha una logica precisa: il primo ministro britannico Keir Starmer aveva concesso agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari per colpire siti missilistici iraniani “a scopo difensivo”, e poche ore dopo la base di Akrotiri — principale hub britannico per le missioni in Medio Oriente — è finita nel mirino di Teheran. La risposta iraniana ha seguito immediatamente la concessione britannica: chiunque fornisca supporto logistico all’operazione diventa obiettivo.

Il generale iraniano Jabari ha dichiarato che le forze iraniane “lanceranno diversi missili su Cipro per costringere gli americani a lasciare anche da lì”, mentre la Grecia ha annunciato l’invio di due fregate e due caccia F-16 a sostegno dell’isola. Il governo di Nicosia, nel frattempo, ha chiarito di non voler essere parte di alcuna operazione militare, chiedendo garanzie a Londra sull’uso di Akrotiri a soli “fini umanitari” — una richiesta politicamente significativa che rivela la tensione tra Paesi alleati davanti alle ricadute di scelte prese altrove.

L’allargamento del conflitto a Cipro pone anche una questione giuridica delicata. Akrotiri non fa parte della Repubblica di Cipro né dell’Unione Europea: è una Sovereign Base Area, territorio sovrano britannico. Tecnicamente, quindi, non si tratta di un attacco al “territorio di uno Stato membro dell’UE” ai sensi dei trattati, e l’articolo 42.7 — la clausola di difesa reciproca europea — non scatta automaticamente. Diverso sarebbe il discorso sul piano NATO, dove l’articolo 5 potrebbe essere invocato, ma richiederebbe una deliberazione politica esplicita dell’Alleanza. Questa ambiguità giuridica è al tempo stesso un paracadute — che impedisce l’automatismo del coinvolgimento — e una fonte di tensione, poiché costringe i governi europei a scegliere esplicitamente se e come rispondere, senza potersi nascondere dietro obblighi formali.

La Spagna ha preso una posizione nettamente fuori dal coro europeo, rifiutando qualsiasi sostegno militare all’operazione e chiedendo il ritiro degli aerei cisterna americani KC-135 dalle basi di Morón e Rota. Il fronte europeo non è monolitico.

La spaccatura iraniana: il ministro degli Esteri contro i Pasdaran

Il dato forse più significativo di questi primi giorni è la crescente divaricazione all’interno dell’establishment iraniano. Il ministro degli Esteri Araghchi ha affermato che un accordo nucleare “era a portata di mano” prima che Trump decidesse di “bombardare il tavolo dei negoziati,” aggiungendo che sarà “Teheran a decidere quando e come finire la guerra.” Un linguaggio che suggerisce ancora una finestra diplomatica.

Dall’altro lato, il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha dichiarato che l’Iran “non negozierà con gli Stati Uniti” — posizione opposta, espressa da un’altra componente del medesimo apparato statale.

Trump ha aperto al dialogo: “La nuova leadership iraniana vuole parlare, e io ho accettato. Avrebbero dovuto farlo prima — avrebbero potuto raggiungere un accordo.” La frase è al tempo stesso apertura e atto d’accusa, e sembra diretta alla componente pragmatica del regime — Araghchi e i tecnocrati — distinguendola dalla linea militare dei Pasdaran. In questa fase, l’unica cosa che conta davvero per la leadership iraniana orfana della sua Guida Suprema è la sopravvivenza, messa a rischio dal combinato disposto di raid e instabilità interna.

Questa dialettica tra disponibilità al negoziato e rifiuto totale non è necessariamente contraddittoria: riflette una guerra interna al regime, in cui la componente diplomatica prova a riaprire un canale mentre quella militare — i Pasdaran — agisce con logica propria. Il rischio è che le due traiettorie divergano in modo irreversibile.

La Charles de Gaulle: proiezione di forza o comunicazione politica interna?

Dopo che un drone iraniano ha colpito una base navale ad Abu Dhabi dove sono di stanza forze francesi, la portaerei Charles de Gaulle ha lasciato il Mar Baltico per dirigersi verso il Mediterraneo orientale. Macron, aprendo il Consiglio di difesa all’Eliseo, ha dichiarato di essere “al fianco dei Paesi con cui la Francia ha trattati di difesa.”

La domanda strategica è però più sottile: la Charles de Gaulle è uno strumento di guerra o un segnale? La risposta è probabilmente entrambe le cose, in proporzioni che riflettono la situazione politica interna francese.

L’unica portaerei a propulsione nucleare dell’Europa occidentale è equipaggiata con il Rafale F3, capace di imbarcare missili da crociera a testata nucleare — ma solo su ordine diretto del Presidente della Repubblica. La sua presenza nel Mediterraneo orientale non è un fatto banale. Al tempo stesso, inviare la de Gaulle giustificandola come misura “difensiva” e di protezione dei cittadini è la formula minima per mostrarsi presidenti della Repubblica senza essere accusati di avventurismo bellico davanti all’opinione pubblica interna.

I leader di Francia, Germania e Regno Unito si sono comunque detti pronti a “abilitare azioni difensive necessarie e proporzionate” per distruggere la capacità missilistica e con droni dell’Iran, coordinandosi con gli Stati Uniti. Una formula giuridicamente elaborata che consente un coinvolgimento fattivo senza dichiarare guerra.

Russia e Cina: condanna verbale, attesa strategica

Mosca e Pechino hanno entrambe condannato l’operazione, ma con sfumature che rivelano calcoli molto diversi.

Putin ha definito l’uccisione di Khamenei “un assassinio commesso in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale.” La Cina ha dichiarato l’eliminazione del leader supremo “inaccettabile“: “Queste azioni violano il diritto internazionale”, ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi in una telefonata con Lavrov.

Tuttavia la condanna rimane verbale. Nessuno degli alleati di Teheran è intervenuto concretamente in suo aiuto, sollevando dubbi sulla reale consistenza attuale dei “proxy” dell’Iran. La Russia è impegnata su troppi fronti — Ucraina in testa — per aprirne un altro. La Cina ha interessi vitali nel non vedere il Medio Oriente precipitare in un caos incontrollabile: da Teheran arriva il 15% del petrolio consumato da Pechino, e la chiusura dello Stretto di Hormuz colpisce la Cina non meno dell’Occidente.

Sul piano dei dilemmi cinesi, il quadro è complesso. Il viceministro della Difesa iraniano si è recato a Pechino per discutere un eventuale supporto militare. La Cina avrebbe dato disponibilità ad armare l’Iran in caso di conflitto prolungato, ma la leadership cinese ritiene improbabile uno scontro lungo e preferisce non consegnare armi subito, per non incoraggiare ulteriore escalation. Tra prudenza e calcolo, Pechino osserva. La partita che le interessa davvero — quella di Taiwan, resa più gestibile dall’attenzione americana impegnata in Medio Oriente — si gioca altrove.

Pakistan: proteste di piazza, ambiguità diplomatica

Il Pakistan occupa una posizione peculiare in questo conflitto. L’Iran ha espressamente ringraziato Pakistan, Russia e Cina per “la loro posizione di principio e la condanna degli attacchi statunitensi e israeliani” in sede ONU. Ma la solidarietà diplomatica di Islamabad convive con tensioni interne esplosive.

Violente proteste di manifestanti filo-iraniani hanno preso d’assalto il consolato americano a Karachi, con almeno 8 morti. Il governo pakistano è alle prese con la propria guerra — quella contro l’Afghanistan — e non può permettersi di trasformare la solidarietà con Teheran in coinvolgimento operativo. Ma non può nemmeno ignorare una piazza che brucia consolati americani. La risultante è un’ambiguità che Islamabad gestisce day by day, senza una strategia dichiarata.

India: l’attendismo calcolato di Modi

L’India rappresenta forse il caso più istruttivo di equilibrismo diplomatico. Il primo ministro Modi ha definito la situazione in Medio Oriente “molto preoccupante” per il suo Paese, affermando che “l’India sostiene la risoluzione di tutte le controversie attraverso il dialogo e la diplomazia.” Una formula che non prende posizione.

Eppure la geometria degli interessi indiani è tutt’altro che neutrale. Pochi giorni prima dell’attacco, Modi si trovava in Israele, stringendo un partenariato strategico che tocca difesa, tecnologia e il progetto del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC). L’India ha storicamente evitato rigide politiche di blocco, coinvolgendo contemporaneamente Cina, Russia e Stati Uniti. Il vero banco di prova sarà proprio la questione iraniana: Nuova Delhi ha sempre dialogato con Teheran e sfruttato il porto strategico di Chabahar, mentre l’Iran è membro dei BRICS di cui l’India è cofondatrice.

Modi tace e aspetta. Sa che chiunque vinca, l’India dovrà fare affari con il Medio Oriente del dopo-conflitto. La sua visita in Israele alla vigilia dei bombardamenti è un segnale di dove si orienta la traiettoria strategica di Nuova Delhi, ma la prudenza nelle dichiarazioni pubbliche è il prezzo della flessibilità futura.

Durata e impatti: un conflitto che non sarà breve

Le analogie con precedenti campagne aeree — dal Kosovo ai più recenti scontri Israele-Iran — sono storicamente improprie per scala e contesto. Uno Stato di 85 milioni di abitanti, con reti proxy che si estendono dal Libano allo Yemen, e un sistema politico che — anche decapitato — mantiene apparati funzionanti.

Per l’Italia, le implicazioni sono già concrete. Il ministro degli Esteri Tajani ha riferito al Parlamento che nell’area del Golfo sono presenti 70mila italiani, che “Stati Uniti e Israele hanno deciso in autonomia e nella riservatezza quando intervenire”, e che Londra e Parigi hanno confermato di non aver ricevuto alcun preavviso. Questa precisazione è politicamente rilevante: distanza dall’operazione come scelta sovrana altrui, solidarietà atlantica mantenuta, libertà di critica diplomatica conservata.

Sullo Stretto di Hormuz — da cui transita il 20% del petrolio mondiale — i segnali sono già visibili: petroliere ferme, gas e petrolio alle stelle, Piazza Affari in ribasso. Per un paese come l’Italia, che dipende ancora significativamente dagli idrocarburi e ha interessi commerciali rilevanti nel Golfo, l’impatto economico potrebbe diventare visibile nel breve periodo.

Scenari possibili

Il quadro consente di delineare tre traiettorie, nessuna certa.

La prima è quella di un accordo negoziato sotto pressione militare — la soluzione preferita dalla componente pragmatica del regime, non esclusa da Trump. Richiede però che i Pasdaran non prevalgano nella gestione della risposta iraniana.

La seconda è quella dell’escalation verticale incontrollata, combinata con un ulteriore allargamento geografico. Sul piano verticale: se i Pasdaran consolidano il controllo della risposta e intensificano gli attacchi fino a colpire obiettivi insostenibili per gli alleati occidentali — una portaerei americana, personale NATO, infrastrutture critiche del Golfo — il conflitto potrebbe superare le capacità di contenimento americane e trascinare Londra e Parigi oltre la soglia del supporto difensivo. Sul piano orizzontale: l’attacco a Cipro ha già spostato il teatro nel Mediterraneo; se la Turchia, la Giordania o altri paesi della regione venissero colpiti o costretti a scegliere, il numero di attori coinvolti potrebbe moltiplicarsi in modo rapido e imprevedibile. La Russia non interverrà direttamente, ma presidia la sua influenza. La Cina mette pressione su Taiwan aspettando una reazione americana che tarda, proprio perché Washington è impegnata su altri fronti.

La terza è quella del crollo del regime dall’interno. La morte di Khamenei ha privato la Repubblica islamica del suo centro di gravità ideologico. Ma la storia insegna che le aggressioni esterne tendono a compattare, almeno inizialmente, anche le popolazioni più ostili ai propri governi.

Conclusione: l’incertezza come unica certezza

Il conflitto iraniano è già un fatto compiuto. La sua durata, la possibilità di un accordo sotto la pressione delle bombe, la tenuta degli equilibri tra le grandi potenze — tutto rimane aperto. Ciò che appare già delineato è che nessuno rimarrà spettatore: né l’Europa, con la Charles de Gaulle in navigazione e i droni iraniani sulla pista di Akrotiri; né la Russia e la Cina, che condannano senza intervenire mentre calcolano i propri guadagni strategici; né l’India e il Pakistan, che gestiscono le proprie contraddizioni interne cercando di non scegliere troppo presto.

Per l’Italia, questo conflitto è già, anche geograficamente, una questione vicina. I 70mila connazionali nel Golfo, i droni iraniani sulla pista di Akrotiri — primo allargamento del conflitto nel Mediterraneo, con tutto il potenziale escalatorio che porta con sé — le petroliere ferme a Hormuz. Sono il volto concreto di quanto la distanza tra il Medio Oriente e il nostro mare si sia già accorciata oltre ogni previsione.

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