Quale difesa per l’Europa? La rotta concreta di Tricarico e Alegi

Presentato alla Biblioteca della Camera dei Deputati il volume “Quale difesa per l’Europa?”, curato per la Fondazione ICSA dal generale Tricarico e dal professor Alegi: un’agenda possibile di proposte concrete per chi vuole smettere di rimandare la costruzione di una Difesa europea

Una serie di proposte concrete per, attivabili fin da subito, per far partire la costruzione di una Difesa europea. È questo il cuore della ricerca Quale difesa per l’Europa?, presentata nella Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati, dalla Fondazione ICSA. A coordinare lo studio, il generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione e già Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, e il professor Gregory Alegi docente di Storia e politica USA dell’università LUISS. Con loro sono intervenuti l’onorevole Lorenzo Guerini, presidente del COPASIR, la senatrice Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, il generale Pietro Serino, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e l’ingegner Giuseppe Cossiga, presidente dell’AIAD e di MBDA Italia. A moderare, Gianluca Di Feo, defence correspondent de la Repubblica.

Il metodo

Guerini ha aperto i lavori rivendicando il metodo del volume: “Un approccio deciso, pratico, concreto, che dice obiettivi e strumenti per raggiungerli”. Per il presidente, infatti, troppo spesso “il tema della difesa europea viene evocato o in senso un po’ sentimentalistico, nell’ottica dell’esercito europeo, oppure viene utilizzato come rinvio ad alta sede”. Il lavoro, invece, è stato basato distinguendo tra ciò che è politicamente accidentato e ciò che è tecnicamente avviabile subito. “C’è una partita tecnica da giocare” ha detto Tricarico “una partita che ci ha fatto vedere dei provvedimenti cantierabili già da ora, in un canale parallelo che non va a interferire con l’altro processo, politico, che può essere faticoso e durare molto tempo”.

Proposte concrete

Il primo esempio citato da Tricarico è l’International Flight Training School in Sardegna: “Nell’idea originaria doveva nascere come European Flight Training School. Oggi addestriamo quindici Paesi come Stati Uniti, Canada, Germania, Giappone” fino ai britannici della RAF. Per la Francia, ha aggiunto Tricarico con una punta di ironia, “dovrete aspettare ancora un po’, ancora non ci sono”. Il prossimo passo è il centro di addestramento per F-35 che sorgerà a Trapani, l’unico al mondo dopo quello USA. Una ipotesi, dunque, è quella di “dimensionare questa capacità di formazione per le esigenze dei ventisette, creando magari dei centri simili in altri Paesi. Con i benefici associati di conoscersi, poter interagire e frequentare indifferentemente le scuole militari europee”. Il secondo esempio viene dal mare. Se lo spazio aereo civile ha un’autorità europea unica, Eurocontrol, che coordina ogni decollo e atterraggio, ha ragionato Tricarico, “perché non verificate la possibilità che anche nel settore marittimo ci sia un’autorità unica che determini i porti sicuri, chi deve intervenire e quali sono le azioni da intraprendere?”.

L’industria non è il problema

Alegi ha rivolto un avvertimento a chi propone grandi fusioni industriali come soluzione al ritardo europeo: “Bisogna stare attenti a chi dice: si mette tutto insieme e si risparmia. Basta che si inaridisca la vena creativa, basta che ci sia un problema tecnico e si rischia di bloccare tutto”. Non è, dunque, il monopolio la strada da perseguire, ma la competitività e la resilienza, con “più siti produttivi e più linee di pensiero”. Il caso americano è illuminante: “Gli Stati Uniti mantengono in piedi tre grandi costruttori aeronautici. Boeing ha perso il bombardiere, il B-21 dato a Northrop, ma ha avuto l’addestratore. Lockheed fa gli F-35. Negli elicotteri hanno Sikorsky e Bell e si guardano bene dal pensare di fonderli. In Europa c’è spazio per almeno due player, salvaguardando la concorrenza”.

Quale modello industriale?

Per Alegi, il modello virtuoso non è Airbus, “dove c’è un socio che fa, e uno chiamato solo a pagare” ma MBDA, “un modello più basato sulla condivisione, pur mantenendo robuste salvaguardie nazionali”. Cossiga ha confermato che il successo di MBDA – che quest’anno compie 25 anni – come modello di integrazione europea, sta nella “paura di perdere capacità, competenze e ruolo. Non è un’azienda perfetta, ma non serve. Serve un’azienda che funziona”. Per il presidente di AIAD, il settore della difesa è strutturalmente diverso da qualsiasi altro: “Questo non è il mondo dei detersivi, non è il mondo dell’automotive. Noi lavoriamo solo ed esclusivamente per il Principe”. Per Cossiga: “Negli accordi si fanno cose insieme, si mantengono degli spazi di libertà e si fa qualche rinuncia, perché se no non funziona”. Per Serino, i Paesi e l’industria devono prepararsi a cedere pezzi di sovranità, a partire da quella tecnologica. “Se la proprietà industriale diventasse europea, alcune delle difficoltà che vediamo nell’integrazione industriale potrebbero quantomeno essere attenuate».

Prima i requisiti

Alegi ha insistito su un passaggio spesso trascurato: “Quando c’è stato un po’ di panico per l’Ucraina, è uscita fuori quella cifra di cento miliardi. Nessuno sapeva bene cosa ci fosse dentro e chi avesse fatto la lista della spesa. Era un po’ come andare al supermercato durante il Covid e prendere due di tutto”. La ricerca sostiene che, invece, ci debba essere “un requisito europeo, cioè uno staff europeo che ci dica cosa serve. Altrimenti rischiamo di esporci al fatto che le aziende cercano di vendere quello che c’è o quello che sanno fare, anziché quello che ci serve”. Il libro è costruito attorno a dieci priorità concrete. La prima è ricostituire le scorte. La seconda è la difesa missilistica integrata: “Non più la singola batteria, per quanto sofisticata, ma una rete collegata. Dieci batterie indipendenti non sono equivalenti a dieci batterie collegate”, ha spiegato Aelgi. E lo spazio è il dominio abilitante: “Il ritiro di una brigata Usa di cinquemila uomini dispiace, ma non è quello che conta. Il giorno che decideranno di toglierci i satelliti, saranno guai seri”.

Una politica di difesa senza politica estera?

Craxi ha aggiunto che prima ancora della difesa comune c’è un problema a monte: “Bisogna sapere cosa difendiamo, con la creazione di un interesse comune europeo che viene prima della politica di difesa”. Per la senatrice: “Dobbiamo fare uno sforzo per cambiare la cultura della difesa in Italia e in Europa, dobbiamo sapere che non esiste la pace disarmata e che ogni soldo speso in difesa vuol dire ricerca e innovazione”. La strada, ha concluso, passa per la cooperazione rafforzata: “Uscendo dall’unanimità”. Serino ha portato l’esperienza diretta di Finabel, il forum che riuniva i paesi sia UE sia NATO: “Dovevamo scrivere una dottrina comune e trovare la scelta che soddisfaceva tutti i dodici. Non era un’impresa semplice, però poi ci si riusciva”. Oggi Finabel conta ventitré membri, ma “non fanno più nulla, perché quando la dimensione diventa troppo grande, diventa una debolezza”. La cooperazione rafforzata, ha concluso, è “la risposta pragmatica”.

L’etica non è negoziabile

Sullo sfondo, il tema trasversale della dimensione etica della Difesa europea, “Irrinunciabile e non negoziabile” per Tricarico: “Oggi non esiste una dottrina europea sull’uso della forza se non quella della NATO». E la nuova dottrina, ha detto, “deve essere permeata dall’etica”. L’esempio del drone è emblematico: “Nasce come il sistema che più di ogni altro doveva evitare danni non voluti. Oggi alcuni Paesi si sono incamminati verso la messa a punto di veri e propri sistemi d’arma autonomi, ma la dottrina d’impiego non ha sostenuto quella crescita. Così lo abbiamo trasformato in uno strumento che genera terrore, ma che non sposta di molto gli equilibri delle forze in campo”, ha concluso Tricarico. Alegi ha precisato che si tratta anche di un interesse concreto: “Se ci attacchiamo addosso l’etichetta di brutalità, i nostri cittadini non ci seguiranno. Non possiamo andare a proteggere certi valori fuori dai nostri confini se non li rispettiamo nelle azioni che compiamo”.

Il nodo politico

Dietro tutto questo, però, rimane il nodo della dimensione politica. Come ricordato da Guerini: “La difesa europea è questione di volontà politica”. E ha usato un dato scomodo: gli italiani risultano tra i più favorevoli alla NATO nei sondaggi, ma quando si chiede loro chi dovrebbe pagare per la sicurezza, la risposta è sempre “gli americani”. “Dobbiamo far comprendere che siamo in un’altra fase”, ha detto, “lo scenario fondamentale di sicurezza e competizione per loro è il Pacifico, non l’Europa”. Ha portato anche un esempio concreto di inerzia politica: “Abbiamo fatto una legge di bilancio in cui si è deciso che il fondo per gli investimenti della difesa lo tratteremo quando finirà la procedura di infrazione. Arrivata la procedura, non ci siamo mossi. Quest’anno ci sono zero euro. E va bene a tutti, senza che nessuno ponga una domanda”. Invece “dobbiamo fare tutti insieme un salto di qualità”.

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