Con 370 voti a favore, 201 contrari e 84 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato la propria posizione negoziale sul Quadro finanziario pluriennale 2028–2034, chiedendo un bilancio da circa 2.014 miliardi di euro a prezzi correnti, pari all’1,27% del reddito nazionale lordo dell’Ue. Un aumento del 10% rispetto alla proposta della Commissione. Tra le priorità esplicite dell’Aula, oltre alle tradizionali aree della competitività, coesione territoriale e agricoltura, figura anche e soprattutto la difesa.
Un bilancio che parla di difesa
L’Eurocamera chiede di rafforzare la difesa senza arretrare sugli altri dossier, accompagnando la richiesta con due ulteriori precetti destinati ad accendere lo scontro con i Paesi frugali: il rimborso del Recovery Fund dovrà essere escluso dal bilancio ordinario; nelle casse comuni dovranno invece confluire nuove risorse proprie, circa sessanta miliardi l’anno tra digital tax, carbon tax e prelievi su gioco d’azzardo online e criptovalute. A Bruxelles quindi si prepara un negoziato difficile: in Consiglio, undici Paesi su ventisette, tra cui Germania, Austria, Polonia e Olanda, hanno già espresso un orientamento opposto, chiedendo meno risorse, non di più. Sul fronte italiano, Forza Italia si è allineata al sì insieme al Ppe, la Lega ha votato no con i Patrioti, Fratelli d’Italia si è astenuta.
Crosetto e il tabù infranto
Mentre a Strasburgo si negoziava il futuro finanziario dell’Unione, a Roma il ministro della Difesa Guido Crosetto è tornato, in un’intervista a Il Foglio, sulla narrazione che riduce le spese militari a un costo improduttivo per il bilancio pubblico, denunciando come l’investimento nella sicurezza nazionale venga troppo spesso bollato come spreco che sacrifica altre priorità, al punto da diventare un tabù trasversale nella politica italiana. Crosetto ha paragonato le Forze armate alle fondamenta e alla copertura di un edificio: senza struttura tutto crolla. La sicurezza è la base su cui poggiano servizi essenziali come sanità, istruzione e cultura. Non si taglia la difesa per finanziare il welfare, si finanzia la difesa perché senza di essa il welfare non regge.
La spese per la Difesa del SIPRI
Che gli investimenti per la difesa siano ormai un tema globale è stato fotografato con precisione dal recente rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute. Nel 2025 la spesa militare mondiale ha sfiorato i 2.900 miliardi di dollari, segnando un nuovo record storico e l’undicesimo anno consecutivo di crescita.
A trainare la crescita globale è stata soprattutto l’Europa, con un aumento del 14% che ha portato la spesa del continente a 864 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato dal SIPRI per la regione. La doppia causa è strutturale: la guerra in Ucraina, ormai al quarto anno, e il progressivo disimpegno americano, che ha spinto i Paesi europei ad assumersi responsabilità difensive che per decenni avevano delegato a Washington. Gli Stati Uniti restano in cima alla classifica, ma nel 2025 hanno registrato un calo, spendendo 954 miliardi di dollari con una riduzione del 7,5% rispetto all’anno precedente, dovuta principalmente allo stop ai pacchetti di aiuti militari all’Ucraina durante la transizione politica. Una pausa destinata a essere breve: il budget già approvato per il 2026 supera il trilione di dollari.
La Russia ha portato il proprio bilancio militare a 190 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9%, mentre la Cina ha raggiunto i 336 miliardi, per il trentunesimo anno consecutivo di crescita ininterrotta, rappresentando ormai il 12% della spesa militare mondiale.
L’Italia al dodicesimo posto nel mondo
L’Italia ha aumentato la propria spesa militare del 20% nel 2025, raggiungendo 48,1 miliardi di dollari e collocandosi al dodicesimo posto mondiale. Un dato che merita però una lettura critica: secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x, una parte consistente di questo balzo è frutto di un’operazione contabile più che di un reale aumento degli stanziamenti, con il Ministero della Difesa che ha incluso nel conteggio comunicato alla Nato e al SIPRI voci aggiuntive generiche e non verificabili, consentendo di raggiungere formalmente la soglia del 2% del Pil senza un corrispondente aumento reale della spesa, che resterebbe intorno all’1,5%. In un momento in cui l’Europa ridiscute le fondamenta del proprio bilancio pluriennale mettendo la difesa tra le voci prioritarie, e in cui il ministro italiano chiede di smettere di trattare la sicurezza come un tabù, il gap tra cifre ufficiali e spesa effettiva rischia di diventare un problema di credibilità.




