La riunione ministeriale del Patto Atlantico a Bruxelles ha presentato i termini di quella che è stata definita “NATO 3.0”. Un’Alleanza il cui baricentro, e i cui costi e oneri, si spostano sempre di più verso il Vecchio Continente. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth, aprendo i lavori, ha annunciato una revisione della presenza militare americana in Europa, un riesame della durata stimata in sei mesi che, nelle sue stesse parole, “alcuni paesi non supereranno, mentre altri lo faranno brillantemente”. È la nuova geometria dell’alleanza, in cui il contributo di Washington sarà calibrato sulla credibilità degli investimenti altrui. Hegseth è stato netto: “Laddove gli altri alleati non spenderanno con urgenza, i nostri contributi diminuiranno. La NATO sarà una strada a doppio senso”.
La logica che sottenderebbe l’intera ristrutturazione è quella di un riequilibrio degli oneri che Washington chiede da anni e che, con l’amministrazione Trump, ha assunto i contorni di una vera e propria condizionalità. Gli Stati Uniti, ha ricordato Hegseth, “per anni hanno speso molto di più di Europa e Canada assieme”, e non intendono più tollerare quello che il segretario alla Difesa americano ha definito il comportamento da “opportunisti” o “scrocconi” di quegli alleati che, nonostante siano tra le maggiori economie dell’Alleanza, non hanno ancora stabilito un percorso credibile verso il 5% del PIL in spese per la difesa fissata al vertice dell’Aia.
Il segretario generale Mark Rutte, si è subito allineato alla nuova impostazione: “Questa alleanza sta attraversando una trasformazione epocale, probabilmente la più grande della sua storia, per costruire la NATO 3.0, e ovviamente questo significa anche che ci saranno delle difficoltà. È un percorso accidentato. Ci saranno dibattiti, discussioni, ed è un bene”. L’olandese ha poi messo in fila i numeri: oltre novanta miliardi di dollari di spesa extra per la difesa nel 2025 da parte dei paesi europei e del Canada rispetto all’anno precedente, un incremento di quasi il 20% in un singolo anno.
L’Italia si è presentata al vertice forte dell’incontro bilaterale a Washington tra il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, e Hegseth. Un appuntamento importante dopo una fase in cui il rapporto Roma-Washington aveva registrato qualche attrito legato alle dichiarazioni del presidente Trump sulla posizione italiana riguardo allo Stretto di Hormuz. Al termine del bilaterale, Crosetto ha escluso qualsiasi deterioramento delle relazioni tra Roma e Washington, definendo il confronto con Hegseth “un dialogo totalmente amichevole, di totale volontà di cooperazione, senza alcuna polemica”.
Da parte americana, Hegseth ha riconosciuto che il crescente ruolo di leadership dell’Italia nella difesa europea “è dovuto in gran parte all’impegno del primo ministro” Meloni, aggiungendo un ringraziamento per “il sostegno costante che il vostro governo e il popolo italiano dimostrano nell’ospitare le forze statunitensi in Italia, nell’ambito di una partnership di lunga data”. Una patente di affidabilità, accompagnata dall’aspettativa che ciò si traduca in investimenti concreti. Hegseth ha sottolineato che “gli alleati europei, inclusa l’Italia, devono assumersi la responsabilità principale della difesa convenzionale dell’Europa, dimostrando la disponibilità a farsi carico di una quota maggiore dell’onere; l’Italia è certamente uno dei partner che stanno guidando questo processo”.
Crosetto ha risposto rivendicando la centralità del legame atlantico: “Non c’è alternativa al rapporto Atlantico, per questo il nostro ruolo all’interno della NATO e anche nel bilaterale sarà sempre quello di essere a fianco degli Stati Uniti nelle sfide globali”. Tra i temi affrontati al Pentagono anche l’adesione italiana al meccanismo PURR per l’acquisto di sistemi di difesa destinati a Kyiv e il possibile contributo italiano con navi cacciamine a una futura missione nello Stretto di Hormuz, con Roma che ha già predisposto due unità della Marina, il Rimini e il Gaeta, attualmente al largo di Gibuti.
A Bruxelles Crosetto non ha cambiato registro: “La NATO non è un club di amici lettori, è un’alleanza militare difensiva, chi vi partecipa deve mettersi in testa di partecipare con lo stesso peso di tutte le nazioni”. Crosetto ha ricordato che il piano approvato dal Parlamento l’anno scorso, che prevedeva aumenti progressivi dello 0,15% per due anni e poi dello 0,20% successivamente, “era un piano credibile di un percorso per arrivare agli impegni presi”, ma che l’obiettivo non è stato rispettato a causa del mancato superamento della procedura di infrazione europea.
Crosetto è stato esplicito anche sul ruolo dei prestiti SAFE, il meccanismo di finanziamento comunitario per la difesa: “I prestiti Safe avrebbero potuto rappresentare uno scalino in più, un modo in più, perché finanziato dall’Unione Europea e non attraverso il debito italiano. Però è una scelta. Quest’anno ci si è inciampati nello 0,15% per la mancata uscita dalla procedura di inflazione, per cui alla fine ci si è trovati a scontrarsi coi vincoli europei”. E poi la freccia avvelenata all’indirizzo di Bruxelles: “Sono tre anni e mezzo che continuo a dire che se si fossero eliminati completamente i vincoli europei sulle spese pubbliche, non ci saremmo trovati in questa situazione”.
Sul fronte interno, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato di essere “totalmente consapevole” della necessità di rispettare gli impegni sulla spesa militare, pur precisando che “tempi e modalità” dipendono dal Ministero dell’Economia, mentre “il quantum non dipende da me”.




