Verso Ankara. L’Italia al vertice Nato

Il summit del 7 e 8 luglio sarà il primo banco di prova degli impegni dell’Aja. Roma arriva con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza, la partita Safe ancora aperta e una relazione con Washington da ricucire dopo le tensioni su Epic Fury. E con un chiarimento pendente con il segretario generale

C’è un metro di misura che attende gli alleati Nato ad Ankara, ed è quello fissato un anno fa all’Aja: la traiettoria verso il 5% del Pil destinato a difesa e sicurezza. A ricordarlo, a pochi giorni dal vertice, è stato l’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, secondo cui il presidente Trump si attende che tutti gli alleati si mettano “sulla via” del 5%, mentre “alcuni” risultano in ritardo. Il summit turco, ha spiegato il diplomatico, servirà a verificare i progressi rispetto agli impegni dell’Aja, con un’avvertenza che pesa quanto le percentuali: “non si tratta solo di spendere soldi”, ma delle capacità che quella spesa genera. Nel primo anno dall’Aja, ha aggiunto Whitaker, gli alleati si sono impegnati per quasi 120 miliardi di dollari in spese per la difesa, metà dei quali destinati a equipaggiamenti di fabbricazione americana, mentre Polonia, Paesi nordici, Baltici e Germania fanno da apripista.

I numeri con cui Roma si presenta

L’Italia arriva all’appuntamento con una posizione che il governo rivendica come coerente con i patti sottoscritti. L’11 giugno la presidente del Consiglio ha riferito in Parlamento che il Paese si presenterà al summit con una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil — quasi il doppio rispetto all’1,6% di due anni fa — precisando però che l’incremento dello 0,71% è garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio. Un dato in linea con la logica dell’Aja, che scompone il 5% in spesa militare in senso stretto e investimenti in sicurezza allargata, ma che lascia aperta la questione della sostenibilità del percorso.

È qui che si innesta il nodo Safe. A cinque giorni dal vertice, Giorgia Meloni ha riunito a Palazzo Chigi i ministri Tajani, Giorgetti e Crosetto, in un clima descritto come “serenissimo”, anche per fugare i sospetti di tensioni tra Economia e Difesa dopo lo stallo sui prestiti Safe da 14,9 miliardi e la scelta del Mef di attendere settembre per decidere se attivarli. Senza le risorse del prestito europeo, l’aumento della spesa militare messo nero su bianco nel Documento programmatico di finanza pubblica, circa dodici miliardi in tre anni, dal 2026 al 2028, rischia di rivelarsi difficilmente realizzabile, come lo stesso titolare della Difesa ha fatto notare nei mesi scorsi al Mef, che dal canto suo ricorda la natura non gratuita dello strumento.

Sul tavolo di Palazzo Chigi è finita anche la vicenda sollevata dalla stampa tedesca. Secondo una ricostruzione della Frankfurter Allgemeine Zeitung, l’Italia si starebbe opponendo a impegni finanziari degli alleati per la fornitura di armi a Kiev anche per il 2027, lasciando in sospeso il relativo paragrafo della dichiarazione finale; una lettura smentita da fonti di governo, secondo cui Roma non arretra nel sostegno all’Ucraina. La preoccupazione italiana, viene spiegato, riguarda semmai una formulazione che non comprometta le prospettive negoziali e il coinvolgimento della Russia in un percorso di pace.

La relazione con Washington

Whitaker ha inoltre confermato che Trump è rimasto “deluso” dalla riluttanza di “un paio di alleati” nel concedere l’uso delle basi durante la guerra contro l’Iran, pur auspicando che “quei giorni” siano passati, e ha annunciato che gli Stati Uniti discuteranno in via bilaterale con alcuni alleati dell’uso delle basi militari, degli accessi e dei sorvoli. Un riferimento che a Roma non può passare inosservato, dopo settimane in cui il tema delle basi è diventato materia incandescente. Rispondendo in Parlamento, Crosetto ha ricostruito come, quando gli Stati Uniti hanno prospettato attività eccedenti il perimetro degli accordi bilaterali, il governo non abbia concesso l’autorizzazione, un diniego che ha generato un forte disappunto dell’amministrazione americana, e ha escluso che vi siano stati voli decollati dalle basi italiane per attività cinetiche contro il territorio iraniano, dichiarandosi pronto a trasmettere al Copasir i tabulati: 518 voli autorizzati dal 28 febbraio al 23 giugno, contro i 722 del 2019, i 450 del 2020, i 457 del 2021 e i 560 del 2022. Dati che collocano il traffico nelle basi entro la normalità statistica degli anni precedenti, sottraendo terreno tanto alle polemiche interne quanto alle accuse esterne.

Resta aperta, però, la ferita con il segretario generale della Nato. Era stato Rutte, in un’intervista a Fox News, ad affermare che cinquecento aerei statunitensi erano decollati dalle basi americane in Italia a supporto dell’operazione contro l’Iran, innescando un cortocircuito dagli effetti moltiplicati: l’attacco delle opposizioni al governo, e soprattutto l’accusa di “complicità” rivolta da Teheran all’Italia, cui la Farnesina ha risposto con un colloquio diretto tra Tajani e l’omologo Araghchi, ribadendo che l’Italia non ha mai preso parte ad azioni militari né autorizzato le basi per azioni di guerra contro l’Iran. Crosetto ha bollato quelle del segretario generale come “parole a caso”, inopportune e superflue, capaci di generare conseguenze serie sul piano internazionale, e lo stesso Rutte ha successivamente corretto il tiro all’Atlantic Council, riconoscendo che l’Italia ha fatto quanto previsto dai trattati bilaterali con gli Stati Uniti “e nulla di più”.

Il dossier, tuttavia, non è archiviato. Il ministro degli Esteri ha annunciato che vedrà Rutte proprio ad Ankara, ribadendo che il segretario generale “ha detto cose sbagliate” e che i numeri citati erano completamente inesatti, trattandosi in gran parte di scali tecnici e in quantità molto inferiori. Nel frattempo, il segnale distensivo verso Washington è già calendarizzato: Tajani sarà a Villa Taverna il 4 luglio, “a testa alta e schiena dritta”, rivendicando il ruolo di ponte svolto dall’Italia, dai dazi in poi, pur senza nascondere le divergenze, dalla Groenlandia al dossier iraniano.

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