Gli Stati Uniti “stanno studiando e valutando la riduzione del numero delle proprie truppe in Germania, con una decisione in merito che sarà presa nel corso del prossimo breve periodo.” Con queste parole, pubblicate su Truth Social, il presidente Donald Trump ha rimesso in discussione uno dei pilastri della postura difensiva americana in Europa, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un elemento di stabilità strategica in una variabile soggetta all’umore quotidiano della Casa Bianca.
La scintilla, questa volta, ha un nome preciso: Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco, parlando in una scuola di Marsberg nei giorni scorsi, aveva formulato critiche durissime nei confronti della gestione americana del conflitto con l’Iran. Merz ha sostenuto che gli stati uniti si stiano trovando in difficoltà nei negoziati, con Teheran capace di sviluppare una strategia per ottenere la fine della guerra e la riapertura dello Stretto di Hormuz, e che Washington manchi di una strategia di uscita dal conflitto. Una lettura che contiene un elemento scomodo per Trump: è, sostanzialmente, corretta.
Una frattura nel cuore dell’alleanza
La risposta è arrivata con il consueto post su Truth da parte del Presidente Usa, che ha accusato Merz di favorire indirettamente le ambizioni nucleari iraniane e ha scritto che non sorprende che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti. Quindi è arrivata la minaccia di lasciare “indifesa” la Germania e quindi l’Europa.
Il peso di quella intimidazione va misurato con dati precisi. La Germania è il perno della presenza americana in Europa, con circa 35mila soldati statunitensi di stanza sul suolo tedesco. In Germania hanno sede il centro per l’assistenza medica, l’armamento e la manutenzione degli aerei, nonché il quartier generale delle forze americane in Europa. Tra le strutture presenti vi sono il quartier generale dello United States European Command e dello United States Africa Command, la base aerea di Ramstein e il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale americano al di fuori degli Stati Uniti. È la spina dorsale logistica dell’impegno americano nel continente.
Non è la prima volta che Trump torna sulla questione. Nel giugno 2020, Trump aveva annunciato che avrebbe ritirato circa 9.500 dei circa 34.500 soldati allora di stanza in Germania, ma il processo non è mai effettivamente iniziato. Il presidente democratico Joe Biden aveva formalmente bloccato il ritiro previsto poco dopo il suo insediamento nel 2021. Stavolta, tuttavia, il contesto geopolitico è profondamente diverso.
Trump contro la NATO
La minaccia di ridurre la presenza militare statunitense in Germania si inserisce nella più ampia offensiva di Trump contro la NATO, accusata di aver rifiutato di assistere gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz sta infliggendo costi economici crescenti all’Europa, e la frustrazione dei governi del Vecchio Continente per una guerra in cui non sono stati consultati tende inevitabilmente a tradursi in frizioni politiche. Merz ha dichiarato che in Germania e in Europa si sta soffrendo molto per le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz, chiedendo che il conflitto venga risolto.
L’Europa cerca un piano B
La reazione del Vecchio Continente si articola su diversi livelli. I partner europei della NATO stanno facendo progressi su un piano di contingenza da attuare in caso di ritiro americano dall’Alleanza Atlantica, con l’obiettivo di garantire che il Vecchio Continente sia in grado di difendersi utilizzando le strutture militari esistenti. Merz e il presidente francese Macron hanno avviato discussioni con l’obiettivo di estendere l’ombrello nucleare francese ad altre nazioni europee, inclusa la Germania. Sul fronte dei comandi, il Regno Unito assumerà il comando del Comando NATO di Norfolk e l’Italia farà lo stesso per quello di Napoli. Germania e Polonia si divideranno il comando di Brunssum a rotazione.




