All’indomani dell’inizio del conflitto in Iran, evidenziando in sintesi su queste pagine gli antefatti storico-politici della crisi, scrissi che le origini era lontane mezzo secolo e che la fine era anch’essa lontana, oltre che imprevedibile sussistendo fattori imponderabili sul piano strategico, militare, politico e anche sul carattere socio-culturale degli attori coinvolti che rendevano vana ogni previsione.
In particolare sottolineavo l’indecifrabilità, se analizzata con gli occhi occidentali, della realtà del regime iraniano e della sua società, laddove uno zoccolo duro quanto fanatico e tutt’altro che minoritario del Paese, nutrito di privilegi e abbeverato alla fonte di un integralismo religioso irrazionale, ha consentito l’instaurarsi di uno stato teocratico il cui unico fine per decenni è stato quello di rafforzare il proprio apparato militare e repressivo al fine (divino e esistenziale) di combattere l’Occidente Grande Satana, distruggere Israele, sottomettere gli eretici sunniti all’intorno e soffocare ogni dissenso interno.
Il regime in Iran ha il vantaggio di non avere una opinione pubblica con cui confrontarsi (la quale peraltro non ha alcuno strumento per ribellarsi senza finire in galera o sulla forca) ed inoltre sa bene di non avere alternative alla vittoria in quanto lotta per la sua stessa sopravvivenza ed esistenza per le quali previdentemente si è attrezzato in cinquant’anni di isolamento e autarchia, sviluppando capacità di resilienza e rigenerazione non immaginabili, nonostante le pluridecennali sanzioni economiche. Esso non può trasformarsi, perché verrebbe meno la sua ragione di essere. Può essere abbattuto con la forza esterna ma solo di una intensità tale da riportarlo all’età della pietra come Trump ha minacciato, può implodere per un caos interno scatenato non da ipotetiche improbabili rivolte popolari, ma da un collasso economico di proporzioni tali da privare il regime di tutte le leve del potere sull’apparato statale, compreso il formidabile apparato di controllo creato per sottomettere la dissidenza e difendere il regime fino al martirio, ma non può essere addomesticato con una soluzione politica di compromesso, negoziata con l’esterno a meno di condizioni che lascino di fatto il regime vittorioso e più forte di prima, (anche l’attuale finta tregua giova agli ayatollah) e di rafforzarsi ulteriormente per perseguire i suoi obiettivi esistenziali con più vigore vivificato dalla sete di vendetta. Trump potrebbe vendersi un finto successo con qualche acrobazia mediatica, ma chiunque capirebbe che per gli Stati Uniti sarebbe un’umiliazione ben maggiore di quello subito da Carter nel 1979 quando Teheran sequestrò i diplomatici americani in ambasciata e il blitz per liberarli fallì.
Trump, invece deve rispondere ad una pubblica opinione e ha l’incubo dei sondaggi e delle mid-term election, non avendo raggiunto alcuno, se non molto parzialmente, degli obiettivi dichiarati: L’ uranio arricchito (che avevo indicato come uno snodo fondamentale del problema) è sempre lì; Il rafforzamento degli alleati regionali ha senso per Israele, ma con le considerazioni ed i caveat di cui dirò, mentre i Paesi arabi moderati sono danneggiati, indeboliti e paralizzati; L’apparato missilistico balistico è stato significativamente degradato ma è in parte disponibile e impiegabile.
Quasi tutti gli analisti, me compreso, ritenevano che nonostante l’imponenza della dotazione accumulata dall’Iran, tale obiettivo, dato il divario tecnologico tra le due parti e la consistenza del dispositivo dispiegato da Trump, fosse rapidamente conseguibile, tranne quello dei droni, essendo nota la dotazione di decine di migliaia di Shaded autarchici facilmente rigenerabile. Il fatto che emerge è che non solo in mezzo secolo Teheran ha creato una formidabile rete di tunnel e caverne in cui proteggere il proprio arsenale, ma anche che questo è molto più consistente e pericoloso di quanto ritenuto e quindi forse Trump, prima che gli ayatollah si dotassero dell’atomica, ha intrapreso prima che fosse troppo tardi un’azione che i predecessori che si erano assunti il ruolo di gendarmi del mondo, estirpatori del terrorismo ed esportatore della democrazia, avrebbero dovuto intraprendere prima. Hanno cioè sbagliato bersaglio e invece di impantanarsi nel secondo fallimentare intervento in Iraq (dove non c’erano le pretese armi di distruzione di massa e in quello fallimentare in Afghanistan avrebbero dovuto concentrarsi prioritariamente su un pericolo ben maggiore per la stabilità del Medio Oriente, la sicurezza degli alleati regionali e la lotta al terrorismo internazionale. Da anni però in Occidente purtroppo non compaiono statisti di rilievo.
Tra finte tregue, ultimatum e pre-ultimatum, lupi solitari che sparano a cena, Trump ora ha due alternative: Primo, accettare un accordo verosimilmente perdente e presentarsi con tale bilancio e le sue conseguenze agli elettori. Perciò sta prendendo tempo sperando in un miracolo per aprire lo stretto di Hormuz come quello di Mosè che aprì le acque del Mar Rosso (spero per lui e per tutti noi ciò accada, vedi mai).
Secondo, finire il lavoro. Le tre portaerei colà dispiegate non sono solo deterrenza, ma dimostrano che l’opzione è sul tavolo. Si tratta però di un lavoro difficile, ad altissimo rischio e denso di incognite.
Intanto chi gongola sono Netanyahu e Putin. Il primo, dopo aver dettato l’agenda a Trump, ha potuto rientrare in Libano per regolare i conti con Hezbollah che da anni (ben prima dell’attuale crisi e a conflitti congelati sotto lo sguardo impotente di UNIFIL paralizzato dai termini del mandato, sparava a intermittenza razzi sul territorio del vicino). Israele sta sistematicamente distruggendo, oltre che il quartiere di Dahie roccaforte dei miliziani, villette e tunnel a sud del Litani che ospitano l’arsenale del Partito di Dio. Porto la mia personale testimonianza che perfino in una scuola, distrutta di notte quando era vuota da un F16 israeliano, era stata celata a quei tempi una rampa di lancio. Soprattutto Netanyahu ha potuto chiaramente dire al presidente Aoun che la pace col Paese, potrà instaurarsi solo quando il legittimo governo libanese ed il suo esercito restituiranno sovranità allo stesso disarmando in proprio le milizie armate che lo infestano. L’argomento merita un approfondimento che mi riservo in altra occasione. Putin gongola invece per il suo petrolio che torna attrattivo e la diminuita attenzione verso l’Ucraina.
In merito a Hormuz, ai primi di marzo, quando tutti concentravano l’attenzione sulla campagna aerea, scrissi che era il punto cruciale che sarebbe emerso, sostenendo che l’Iran ne aveva già predisposto il minamento, ma che la chiusura sarebbe stata una carta disperata e azzardata da giocare per non strangolare se stessi. La guerra in assenza di un blocco formalmente dichiarato, non dava diritto ai due contendenti di limitare il transito inoffensivo del naviglio mercantile neutrale, incluso quello cinese, non dedito al contrabbando guerra, cioè ad alimentare lo sforzo bellico del nemico. Teheran, impedendo illegalmente la libera navigazione in un braccio di mare soggetto per diritto internazionale marittimo al regime riconosciuto degli Stretti e avocando a sé l’inesistente diritto di selezionare il passaggio anche del naviglio di paesi terzi diretto a/da i Paesi dell’area, si è messo in stato di pirateria internazionale. Trump ha reagito bloccando non lo Stretto di Hormuz, come impropriamente si afferma, ma i porti dell’Iran, misura che gli è consentita dal diritto bellico. Su Hormuz si giocherà l’ultima chance per un cattivo accordo ma che con molta faccia tosta Trump potrebbe spacciare per un successo e salvargli la faccia (di bronzo). L’Iran lo sa e alzerà la posta in gioco pretendendo magari un pedaggio che costituirebbe una vittoria, una nuova sfida alla comunità internazionale e una boccata di ossigeno a dispetto di ogni inutile sanzione economica impostale.
Assurde le invettive di Trump verso gli Alleati Nato. Non vi è nulla in questa guerra che riguardi il trattato. Per liberare il Kuwait fu costituita una coalizione ad hoc cui parteciparono Paesi Nato, ma l’Alleanza politicamente non fu minimamente coinvolta. Nella seconda guerra del Golfo contro l’Iraq, Bush Jr. non si sognò di invocarne l’intervento. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle invece l’America chiese l’applicazione dell’art. 5 e gli alleati generosamente risposero, andando a impantanarsi con gli Stati Uniti in Afghanistan. Trump in questo caso non ha neppure avvertito gli alleati europei.
È pur vero, peraltro, che in questi frangenti la pochezza europea si manifesta drammaticamente. Leggo un rapporto su Startmag che descrive quanto discusso a Bruxelles l’alto giorno: non le misure straordinarie richieste da alcuni stati per far fronte alle crisi energetica sulle quali non c’è accordo unanime, ma per stilare nel frattempo una lista di best practices quali: rinviare la manutenzione delle centrali, intensificare l’uso delle rinnovabili e incentivare quello delle biciclette [sic].
Ai primi del Novecento, Oswald Spengler preconizzava che l’imbarbarimento delle nostre democrazie, la mancanza di autentici leader, la decadenza morale della nostra società, l’affermarsi del primato della finanza sulla politica avrebbero causato all’inizio del XXI secolo, cioè in questi anni il “Tramonto dell’Occidente” e la decadenza della nostra civiltà con l’affermazione di altre emergenti realtà.
Di fatto i recenti conflitti mettono in evidenza almeno tre aspetti drammatici: La sola superpotenza occidentale rimasta, che per strategia di sicurezza nazionale prevede uno strumento militare in grado di sostenere due conflitti e mezzo ad alta intensità contemporanei su altrettanti fronti, oggi ha difficoltà a sostenerne uno solo; Nessun paese europeo oggi sarebbe in grado di parare una pioggia di attacchi balistici come quella che l’Iran pur sotto attacco ha scatenato sui propri vicini; Soprattutto l’Occidente è diviso e manca di una visione strategica e di leader in grado di concepirla e implementarla.
I prossimi giorni ci diranno se gli Stati Uniti saranno in grado di imporre una pace onorevole ed efficace o se dovranno accettare un accordo perdente o se dovranno riprendere le ostilità per imporre all’Iran la propria volontà.
I quest’ultimo caso i costi in tutti i sensi, anche umani, saranno altissimi e l’esito per nulla scontato. Ricordiamoci che l’Impero Romano a Carre subì una bruciante sconfitta ad opera dei Parti, oggi Persiani. Narra la leggenda che a Crasso fu versato oro fuso in bocca per punirlo della sua avidità la testa spedita a Roma.
Nihil novi sub soli?




