Negli anni Settanta del XX secolo lo Scià di Persia (l’allora Iran) faceva formare gli ufficiali della Marina Imperiale all’Accademia Navale di Livorno e ricordo che erano compagni di corso preparati e brillanti, esponenti di un Paese laico e in forte modernizzazione, egemone nell’area in cui era anche avamposto e sicuro alleato dell’Occidente, ancorché il potere monarchico si reggesse anche su privilegi di casta, repressione e terrore. Non ho più rivisto quei ragazzi che sono stati tutti epurati e poi eliminati dal regime teocratico, tranne qualcuno fuggito all’estero.
Mi è rimato impresso anche il racconto di un impresario italiano che operava in Iran. La notte del 31 gennaio 1979 egli si trovava in un grande albergo di Teheran e saliva alla terrazza panoramica in ascensore manovrato da un operatore in livrea. Questi era agitatissimo e non riusciva a dominare il tremito delle mani. Il nostro connazionale preoccupato gli chiese se stesse bene e l’uomo rispose “C’è un miracolo stanotte, è nel cielo”. Quando arrivarono in terrazza l’iraniano indicò la luna piena e disse estasiato “Ecco! Il volto santo dell’ayatollah Khomeini, che oggi ha annunciato che rientrerà dall’esilio per salvare la Persia e il suo popolo si riflette nella luna, è un segno di Dio”.
Ciò dimostra quanto per noi occidentali sia difficile capire quel mondo, la fede, e le superstizioni, ma anche i valori che sono alla base di quella società. Circa tre mesi dopo lo Scià era riparato negli Stati Uniti e Khomeini assumeva il potere, instaurando all’interno una teocrazia radicale sciita intransigente e una politica internazionale volta al rifiuto dell’Occidente, all’annientamento di Israele, a combattere il “Grande Satana” americano e a dominare la regione in chiave di confronto con gli stati eretici sunniti vicini, alimentando e sostenendo all’interno degli stessi le minoranze sciite trasformandole in fazioni politiche e formazioni armate. Il gruppo di potere intriso di fanatismo e sostenuto da enormi privilegi che ha sostenuto quel regime e quella ideologia (di fatto un califfato che riunisce i poteri politici, religiosi, militari e giudiziari, anche se il termine giuridicamente è improprio) è ancora saldo e pronto a tutto per non farsi scalzare.
Tale disegno di fatto ha destabilizzato il Medio Oriente per decenni, ha boicottato e impedito ogni tentativo di giungere a soluzioni politiche che consentissero la legittimazione d’Israele e la sua coesistenza con il mondo arabo e ha mantenuto accesa una competizione per l’egemonia regionale su base confessionale con l’Arabia Saudita sunnita e i suoi satelliti. Il regime però è stato scaltro sia nel non farsi coinvolgere direttamente in crisi aperte, sia nello sfruttare le rivalità delle grandi potenze (durante la Guerra fredda e nel nuovo mondo multipolare), sia passando sopra ai principi quando suggerito dal calcolo politico (sostiene Hamas e i palestinesi contro Israele ancorché sunniti e tollera tranquillamente le persecuzioni di Russia e Cina contro ceceni e uiguri), sia nel portare avanti, mascherandone abilmente la natura, il proprio programma nucleare, aggirando i controlli dell’AIEA e raggirando la comunità internazionale nei negoziati. Per mezzo secolo la cosa è stata tollerata. La crisi attuale segna una svolta. Difficile e prematuro prevedere evoluzioni ed esiti. Cercherò di evidenziare i rischi principali e i possibili sbocchi.
Il diritto internazionale
Di fatto l’uso della forza militare in punto di diritto è oggi solo consentito per autodifesa o su mandato ONU per ristabilire la legalità internazionale. L’intervento in Iran non è conforme a tale principio, il cui rispetto peraltro è sistematicamente violato ovunque. Né il supposto paese aggredito è innocente in quanto Teheran e i suoi proxy lo violano da mezzo secolo. Da ultimo con il 7 ottobre che è all’origine della crisi attuale e con la violazione subdola dei trattati sul nucleare. Oggi siamo tutti preoccupati per il conflitto e le sue conseguenze, ma saremmo infinitamente più preoccupati se L’Iran avesse annunciato un mattino di avere un paio di atomiche minacciandone l’uso per plasmare il Medio Oriente secondo la sua visione e ne chiederemmo conto a chi sapendo non ha agito. Chi oggi pontifica su questa crisi in nome del diritto internazionale non vede la realtà.
Gli equilibri militari. Non vi è dubbio sulla superiorità tecnologica, capacitiva e di rigenerazione USA- Israele, nonché nei settori cyber e intelligence. Ogni ora che passa si assottigliano le possibilità di reazione di Teheran. Una volta completata la soppressione delle difese aeree, gli attacchi si concentreranno sui siti di lancio, di stoccaggio, di produzione bellica, sulla Marina già duramente colpita e sull’Aeronautica finora nascosta in siti protetti, nonché sui siti nucleari che sono l’obiettivo principale. Lo scenario però non è quello già visto in Iraq. L’avvento dei droni ha profondamento cambiato i parametri di una guerra asimmetrica accrescendo la resilienza e le opportunità del più debole, il quale peraltro non lo era affatto vista l’enorme disponibilità di mezzi, nonostante il massiccio impiego nel recente conflitto dei dodici giorni. Un drone Shaded costa trentamila dollari e l’Iran ne possiede migliaia; un Patriot per abbatterlo circa quattro milioni e già si parla di acquisire i droni di fabbrica ucraina che al costo di diecimila dollari intercettano gli Shaded che l’Iran fornisce ai russi.
Gli obiettivi
Per Trump gli obiettivi sono quelli dichiarati: impedire che Teheran si doti dell’atomica (il che conferma che il precedente strike non fu risolutivo), distruggere il suo arsenale, modificare l’equilibrio regionale a favore dei suoi alleati (Israele, ma anche i paesi arabi amici nell’area) e indebolire le milizie di Teheran nella regione, colpire Pechino sul piano energetico e nelle sue aree di influenza e favorire un cambiamento di regime, (obiettivo benvenuto e propagandato ma non essenziale, dipende da chi, dal come e dallo sforzo richiesto). Il tutto in un quadro anche di politica interna ed elettorale che lo rilanci in un periodo alquanto difficile.
Per Netanyahu invece si presenta, se le cose andranno come spera, un’opportunità di riconfigurare il Medio Oriente secondo un disegno che ha perseguito con la machiavellica convinzione che “il fine giustifica i mezzi”, e che nessuno dei suoi predecessori avrebbe neppure sognato, con la definitiva neutralizzazione del nemico esistenziale e la risoluzione definitiva del problema libanese. Egli dalla attuale impopolarità e critiche diventerebbe forse un gigante della storia del proprio Paese. L’intero Medio Oriente potrebbe trovare una pace agognata e una normalizzazione che proprio L’Iran con il raid di Hamas del 7 ottobre ha voluto impedire alla vigilia delle intese tra Tel Aviv e Riyad.
In ogni caso, dopo Epic Fury e Roaring Lion, in Medio Oriente, nulla sarà mai più come prima.
La reazione dell’Iran
Non è sempre ben decifrabile. Gli attacchi scomposti ai Paesi del Golfo, incluso il mediatore Oman, potrebbero avere senso solo se diretti esclusivamente contro le basi USA ospitate per ritorsione e con la speranza di provocare la solidarietà delle popolazioni islamiche e la ribellione contro i propri governi per tale ospitalità, ma quando coinvolgono obiettivi diversi hanno solo
l’effetto di accrescere l’isolamento del Paese e di allargare il conflitto non a proprio vantaggio, ma a quello della coalizione dei propri nemici. Inspiegabili anche gli attacchi contro Cipro e soprattutto la Turchia in quanto Ankara ha sempre tenuto buoni rapporti con l’Iran negli ultimi anni e pessimi verso Israele. Erdogan si è affrettato a smentire che il missile fosse diretto verso il proprio territorio. Ritengo che la mossa sia stata richiesta dall’alleato Putin, per testare la reazione della NATO e della UE per un possibile caso di art. 5 e art. 42 sulla clausola di reciproca solidarietà e sostegno tra Alleati. Ricordo che sia Akrotiri che Incirlik sono basi molto particolari. La prima di fatto è un’enclave britannica, quasi extraterritoriale a Cipro che ospita velivoli spia, la seconda è base di cc.bb. turchi con capacità di strike nucleare congiunto con gli USA. Plausibile che gli ayatollah abbiano fatto un favore all’amico Putin, stranamente silente, che nel frattempo gongola per le accresciute vendite energetiche alla Cina per la chiusura di Hormuz che alimentano lo sforzo bellico in Ucraina e che ridacchia per il rincaro della bolletta energetica degli europei.
La chiusura di Hormuz
Non ci vorrà molto per creare le condizioni affinché le Marine, inclusa la nostra, tornino ad operare in quelle acque per scortare il naviglio di bandiera, restituendo lo Stretto alla libertà dei mari sancita dal diritto internazionale marittimo. Diverso sarebbe il caso in cui fosse stato minato. Nei dibattiti televisivi e sulla stampa non ho sentito alcuna riflessione al riguardo ma se in quelle acque fossero stati disseminati dall’Iran ordigni capaci di attivarsi a tempo o a comando, il quadro per l’economia mondiale sarebbe molto preoccupante. Francamente ritengo sia un’ipotesi concreta, ma è motivo di fiducia il fatto che anche a Teheran per il momento non conviene strangolare sé stessa.
Come e quando finirà in Iran
Dipende da come si muoveranno gli attori. L’ idea di coinvolgere i curdi non mi sembra efficace. I valorosi peshmerga (uomini e donne) che hanno sconfitto l’ISIS per poi essere abbandonati forse si presterebbero ancora; ma il loro intervento allarmerebbe Turchia, Siria ed Iraq causando quell’allargamento del conflitto che l’Iran persegue e che si vuole evitare. Inoltre, le milizie curde non avrebbero né forze, né seguito sufficiente. La stessa opposizione interna iraniana non vedrebbe di buon occhio l’intervento di una componente considerata allogena con il rischio concreto che, come anche se si eccedesse nel bombardamento di obiettivi civili, il sentimento nazionale persiano si rafforzerebbe, compattando la popolazione intorno alla odiata dittatura pur di preservare l’unità e l’identità nazionale.
Al di fuori delle Guardie della Rivoluzione, del clero, dei Pasdaran esiste in Iran un’ossatura e una burocrazia di stato efficienti, derivanti dalla grande tradizione imperiale persiana. Lo stesso vale per le Forze Armate regolari estranee alle milizie politico-religiose. La Storia insegna che quando un Paese perde una guerra, soprattutto se vi è stato trascinato da una dittatura sanguinaria, emerge quasi sempre una figura carismatica tra i ranghi dei militari che per il prestigio posseduto è in grado di unire il Paese e trattare con il nemico per salvare la Patria dal totale annientamento.
Mentre scrivo apprendo che Trump ha giustamente affermato che vuol dire la sua su chi governerà il Paese. L’importante è che da una parte all’altra si faccia in fretta.
La vera minaccia
Se ne parla poco o niente, forse per non evocarla, ma ricordo che esistono oltre quattrocento chili di uranio arricchito che non si sa dove siano e chi li custodisca. Sia lo scenario di una teocrazia disperata disposta a tutto che distribuisca tale materiale alle milizie terroriste fanatiche che ha finora generato e protetto perché compiano l’atto finale, sia un Iran failed state in preda al caos, in cui chiunque possa mettere mano su tale materiale, costituirebbero l’incubo che non farebbe dormire la notte l’intero genere umano.
Paolo Sandalli. Ammiraglio di Squadra in congedo della Marina Militare Italiana, con oltre quarant’anni di servizio attivo di cui circa venti in posizioni di imbarco e comando. Tra gli incarichi di rilievo: il comando della Forza Marittima Multinazionale delle Nazioni Unite in Libano, quelli dirigenziali al Reparto Piani e Politica Militare delle Stato Maggiore Difesa italiano e presso le Istituzioni Euroatlantiche quali lo Stato Maggiore Internazionale e il Comando Supremo in Europa della Alleanza Atlantica, quello a livello diplomatico quale Addetto per la Difesa a Jakarta, Manila e Singapore. Studioso di Storia e Geopolitica, partecipa a think tanks e conferenze ed è autore di articoli e libri su tali materie.




