Quando rubare vale la… penna

Ladra di versi. Così si autodefinisce Patrizia Valduga nel suo Libro delle laudi con consumata ironia e profonda consapevolezza letteraria. E da questa sua divertita e divertente ammissione mi piace prendere il via per il mio omaggio a una grande poeta, ancora vivente, che è una tra le più sorprendenti voci del secondo Novecento.

 

Patrizia Valduga

 

Lo faccio solo per il gusto di parlare di quella inutile, trascurata, forse dileggiata cosa che è la poesia ai giorni nostri, e anche per disintossicarmi dal linguaggio monotonale dei media, o forse ancora come antidoto alla irragionevolezza degli accadimenti attuali. La poesia, infatti, anche se non sembra, ha sempre le sue ragioni, e le ha ancora di più quando, come in questo caso, sembrano trascendere la poeta stessa, obbligandoci a seguirla nei suoi rincorrersi, nel suo perdersi e cercarsi nelle increspature dei suoi tanti Io, realtà predicate come essenze da scoprire sempre attraverso la parola.

La parola “altra” che si nutre voracemente di parole “altre”, che si carica di senso e di sonorità portando con sé, come una rete a strascico, il lavoro creativo del passato, vicino o remoto, come una vena d’acqua che si alimenti alle fonti del poetare, tra sacralità e trasgressione. Da poeta “forte” qual è, la Valduga sa perfettamente che, nel mondo sovrappopolato del linguaggio letterario, ogni poesia è una riscrittura, un’“interpoesia”(per citare Harold Bloom): anche quando sembra assolutamente nuova e inedita, essa è sempre una ripartenza.

“Sono una sorta di juke box che va da Dante, a Pascoli, a Raboni ”- confessa candidamente Patrizia Valduga- non solo identificando così alcuni suoi maestri, ma soprattutto ricordandoci che la poesia vive sempre all’ombra della poesia. Sembra pensare anche, come Vico, che essa si muova in una sfera contaminata con il regno dei morti, degli auspici, del divinari. Perciò chiama questi furti i suoi άγγελοι, “messaggeri” di sé stessa a sé stessa, che le hanno consentito di scrutarsi, scoprirsi, conoscersi. Innanzitutto come corpo, negli anni in cui le donne ne apprendevano il linguaggio e lo esprimevano con inaudita, sorprendente verità, nella convinzione che esso senta e insieme capisca con la mente.

 

Giovanni Pascoli

 

Baciami, dammi cento baci e mille:/ cento per ogni bacio che si estingue/ e mille da succhiare le tonsille,/da avere in bocca un’anima e due lingue. (in Cento Quartine). Scandaloso ricanto al famosissimo carme catulliano, in cui la donna prende la parola, rinuncia al gioco quasi infantile dei numeri ingaggiato dal poeta latino e produce una miscela esplosiva di romanticismo (fusione delle anime) e somaticità del momento erotico. Anche per Patrizia Valduga l’eros si pone come rapimento temporaneo al destino mortale, come evidenza feroce, assoggettante. Tutti i miei falsi amori e falsi affanni/ mi hanno portata a questa verità./Ho cinque dieci trenta cinquant’anni:/è un’assemblea di tutte le mie età./Cara ferocia, crudeltà magnanima:/ nel sangue, in ogni stilla stride l’anima.

Le due quartine riportate già basterebbero ad evidenziare la forza della tradizione nel suo verseggiare, l’accanimento metricistico e rimico come componenti essenziali a costruire l’energia della parola E non parlate tutti quanti insieme!/ Mi rompete la metrica, imbecilli./Ho nella testa qualcosa che preme…/e non trovo nessuna rima in illi. (in Belluno). Sembra quasi che sia “condannata” a far poesia, lei che ha tradotto il Riccardo III di Shakespeare, uno che conosceva molto bene il potere della parola, visto che per sedurre non poteva contare su altro!

La parola ha valore per la protagonista di Cento Quartine mentre è oggetto di sarcasmo e di disprezzo da parte dell’uomo, secondo attore di un atto unico, di una notte unica da trascorrere uno “contro” l’altra, non solo fisicamente ma anche e soprattutto psicologicamente. Una comunicazione solo di corpi per Lui, una richiesta assillante ma sempre delusa di parole che accompagnino l’atto sessuale da parte di Lei.

Nella forma chiusa della quartina a rima alternata (un sistema strofico  prediletto dalla Valduga), la coltissima autrice di queste Poesie erotiche salva le parole, le congela per la vita e contro la morte in un conturbante erotismo che è terapia dell’anima, rito personale ma anche consapevolezza di una insormontabile diversità tra i due personaggi in scena. Essi non dialogano, perché le loro parole appartengono a due registri antitetici che non si toccano mai, paradossalmente, mentre i corpi si toccano per tutta la notte.

Dietro l’apparenza disinibita e scherzosa, i cantanti di questo duetto non armonizzano mai le voci, restano bloccati nelle loro solitudini, richieste sessuali, ossessioni e delusioni. E così la Valduga denuncia con schietto realismo lessicale e senza mezzi termini, l’inconciliabilità del soggetto maschile con quello femminile nella sfera del godimento, ma anche l’inconsistenza del comunicare tramite il solo linguaggio del sentire, senza quello dell’emozione del pensare e del capire.

Un’emozione cercata nella poesia e regalata a Patrizia dalla vita, quando le fa incontrare quello che diventerà il suo compagno, sodale, anima concorde, marito amato profondamente e perennemente compianto: Giovanni Raboni. Al suo arrivo scompare- per evidente coincidenza- la poesia “pornografica” e spudorata,mentre appaiono- con altrettanto vigore verbale e con pari icasticità- la vena satirica, i versi polemici, le tirate sarcastiche contro il sapere delle gazzette (di leopardiana memoria), contro la lingua dei media che ammazza l’italiano, che lo oltraggia con espressioni improprie e ripetute quali “piuttosto che” (un vezzo linguistico presente già nel 1996!),“un attimino”,“assolutamente,”“ochèi, ochèi!” dello jenki filmesco, e soprattutto contro i giornalisti che pretendono di fare i critici letterari (in La corsia degli incurabili ).

 

Giovanni Raboni

 

Se le prime raccolte erano state ispirate da Sade, Matte Blanco, Bataille, per dare voce a una imagerie erotica fatta di desideri misteriosi o rimossi, che in Lezione d’amore aveva toccato punte di narcisismo sadico (Bimba, è per il tuo bene…Mi hai sentito?/Tu hai bisogno di essere punita.[…]),questi motivi così espliciti e caratterizzanti,improvvisamente scompaiono. Sulle loro rovine nascono esperienze poetiche di impegno civile e di invettiva sociale, che non risparmiano i nuovi malcostumi, le presunzioni della scienza, i “capetti del PD”, la “criticheria” di piccolo conio, l’indifferenza verso il disagio e la malattia.

 

Georges Bataille

 

In un passo de La corsia degli incurabili (1996) con severa ironia l’autrice chiede al Signor ministro della Sanità come si sente, come va con la sua coscienza e poi gli rivolge un invito preciso:[..] La malattia ritorni naturale,/ la morte abbia per legge dignità./Ne vieti la volgare esibizione/ nelle gazzette, nei telegiornali,/ la vieti in tutta la televisione,/ trappola per i teletopi umani/di lenoni, di tangheri e sensali[..]. Con toni danteschi e senza nulla perdere in termini di potenza verbale e di sonorità, Patrizia si converte nella fustigatrice di ministri e legionari della politica. Ahi! serva Italia ancora coi fascisti,/ e con quell’imbroglione da operetta, / ladruncolo lacché dei tangentisti![…] Classifiche,sondaggi,lotterie../ siamo solo strumenti di collaudo/per i bordelli…o per le osterie…/ Che cosa non si deve sopportare![..]

 

Dante

 

Anche quando, dopo alcuni anni di silenzio seguiti alla dolorosa scomparsa di Raboni, la Valduga ritornerà a poetare scegliendo una chiave intima, sentimentale, quasi diaristica, non abbandonerà del tutto la componente polemica e straniata, probabilmente per non tradire il patto di fede e d’amore sancito dal legame con il suo uomo che ora la sovrasta con la sua assenza. Ma senti adesso un’altra verità:/ non so più con chi parlare, Giovanni…/ Quello che era per noi gioia e dovere/ ora è abominio d’ignoranza e inganni.

La scrittura intesa come gioia omaggia l’amato e insieme Proust, per il quale l’unica prova dell’utilità e della veridicità di un artista risiede nella gioia che ha comunicato a lui per primo e poi agli altri. La scrittura come dovere fa terra bruciata di tutti i dilettantismi, richiama alla militanza letteraria come impegno intellettuale e come coraggiosa resistenza contro l’impoverimento culturale, contro la ciarlataneria, contro il romanzettino di successo (in Libro delle Laudi). E mentre “ruba” il motivo della flagitatio catulliana chiamando a raccolta i suoi endecasillabi, la poetessa erotica, l’appassionata di psichiatria, la virtuosa della parola, la disperata sempre in fuga da sé stessa, la ladra di versi sempre più perversi ci regala finalmente il suo più alto canto d’amore:

Di luce in luce vengo verso te,

e la luce si fa sempre più chiara.

Poso la testa sopra i tuoi ginocchi…

Sto bene…Ce la faccio, anima cara…

Guarda! Il cielo è sereno… È tutta luce

la neve sulle cime dello Schiara!

 

Caterina  ValcheraDocente, filologa

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