“Quando c’era la politica”. Un libro di Filippo Veltri

Bilancio del regionalismo: più ombre che luci. Vecchi e nuovi stereotipi sulla Calabria

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Appena fresco di stampa l’ultimo libro del giornalista Filippo Veltri, “Quando c’era la politica” (Ferrari Editore, 112 pagine), e in cui il vecchio Caporedattore dell’’Ansa in Calabria ripercorre le fasi più complesse ma anche quelle più esaltanti del percorso politico regionale, riflettendo sulle soluzioni che in Calabria sono ancora possibili alla politica, e su quelle invece rispetto alle quali la politica non è più adeguata ad arrivare fino in fondo. Un’analisi impietosa e senza rete che apre un grande dibattito.

Lo stereotipo purtroppo non cambia mai. Calabria all’anno zero, Calabria regione di fallimenti e di sconfitte, Calabria terra di diritti negati, Calabria regno del disordine amministrativo e del caos istituzionale, Calabria terra di malaffare, e ultima regione d’Europa. Ma cosa c’è di vero in tutto questo, oggi alle soglie del 2023?

In parte molto, ma molte altre cose per fortuna- ammette Filippo Veltri– sono cambiate negli anni. Per il grande cronista calabrese non tutto in Calabria va oggi letto in chiave negativa: “Certo che ci sono politici e momenti della politica diversi, positivi, corretti, sani. Ma è il quadro d’assieme – scrive con grande efficacia Filippo Veltri nel suo nuovo libro- che deve essere visto, corretto, analizzato. Nel cielo ci sono la luna e le stelle”.

Diretto, completo, immediato, analitico, ricco di dettagli, di riferimenti temporali, di nomi di sigle e di progetti che hanno profondamente segnato la storia calabrese, Filippo Veltri riscopre in questo saggio la sua anima di cronista politico navigato e soprattutto appassionato, cronista severo ma anche vecchio militante politico, intellettuale e poeta insieme, un mix di emozioni e di analisi che trasforma il suo saggio in un racconto coinvolgente sul regionalismo e sul futuro di questa regione del Sud così lontana ancora da tutto.

“Il mio ultimo libro, scritto nel 2021, insieme al mio amico Franco Ambrogio– premette Filippo Veltri-, è dedicato al fallimento del regionalismo dopo oltre cinquant’anni dall’istituzione delle Regioni in Italia. Dopo un arco di tempo così ampio si può infatti ben fare un bilancio sul regionalismo italiano. Poche luci e molte ombre, emerse con nettezza nella fase dell’emergenza Covid ma che erano già venute allo scoperto nel corso degli ultimi anni”.

Da vecchio militante comunista, “puri e duri”, si diceva così un tempo, perché Filippo tale era, il libro di Veltri riflette, con un serrato confronto a più voci, quello che molta parte della sinistra italiana (e non solo, in verità) sta ora mettendo a fuoco: “Non si è raggiunto- riconosce- l’obiettivo di avvicinare l’Istituzione ai cittadini e le regioni si sono via via trasformate in macchine elefantiache che hanno moltiplicato i problemi anziché aiutare a risolverli”.

Come dargli torto? Da qui di sviluppa poi il ragionamento tutto “veltriano” della politica calabrese: “Ecco- scrive il grande cronista- la nascita della regione in Calabria, segnata dalla rivolta di Reggio Calabria, è un momento della storia regionale che ha finito per segnare comportamenti e valutazioni, con la duplicazione delle sedi, la contrapposizione municipalistica tra città e il moltiplicarsi di una burocrazia molte volte inefficace e causa dei problemi. Forse, bisognerebbe tornare a riflettere sulla nostra storia più recente senza omissioni o municipalismi di ritorno, giustificazioni che hanno fatto il loro tempo dopo un cinquantennio e passa”.

112 pagine da leggere in un fiat, una scrittura veloce, dal taglio moderno, utile soprattutto ai più giovani che non hanno neanche idea di cosa sia stato il passato dei loro padri in Calabria, ma che conoscono invece bene l’attualità del momento politico e che Filippo Veltri giudica da osservatore distaccato come dannoso al futuro del Paese: “Perché populismo e qualunquismo -scrive- nascono alla fine da questo, e serve a poco la lamentazione se non c’è vera ed effettiva partecipazione dal basso. Se la cittadinanza non diviene attiva. Parolina magica ma unica strada”.

Rieccola la sua vera anima, il cronista torna per un momento alla sua vecchia mania e “insana” passione politica, per ricordare ai suoi lettori quale dovrebbe essere il ruolo della politica e semmai la riscoperta dei partiti politici: “I partiti stanno ovunque perdendo la funzione che Benedetto Croce indicava, cioè operare per mandare nei Parlamenti “un buon numero di persone intelligenti, capaci, di buona volontà”. I partiti in Italia hanno già perso questa funzione di tramite indicata da Croce perché le loro basi si sono limitate sempre di più”.

E qui ha perfettamente ragione l’autore del saggio: “La politica, come disse tanto tempo fa un mirabile (lui sì) politico della prima Repubblica, Rino Formica, è sangue, sudore e merda. Lo era ai tempi di Formica, il quale non faceva minimamente cenni di autocritica o di lagnosi mea culpa, o peggio ancora di cenere sui capi per lavacri quanto mai fuori posto, ma stava al gioco e cercava di cambiarlo per quanto poteva e sapeva. O nemmeno ci provava a cambiarlo e si limitava a fotografare l’esistente, confermando alla fine i tre sostantivi che aveva messo assieme”.

In un gioco di parole, Veltri riscopre la malinconia del passato: “La verità – scrive- è che la politica e la lotta politica erano allora solamente intellegibili, almeno un poco di più rispetto ad oggi, perché c’erano le sedi dove tutto avveniva. C’erano i partiti, innanzitutto, le sezioni, i circoli, le assemblee. C’erano le parrocchie e i sindacati, che per la verità ci sono anche ora ma un po’ più sbiaditi, più tenui, più regolari”.

C’erano, insomma, i luoghi dove un potere di parvenza decisionale poteva essere esercitato. Attenzione, avverte però lo scrittore: “parvenza ma l’apparire è stato solo il fulcro e il motore che ha mandato avanti intere generazioni a spendersi e che ora non c’è più. Né l’apparire né lo spendersi. Ma questo è un ragionare che è valido ovviamente per tutto il nostro Paese, per l’Italia intera, da sud a nord e viceversa”. Come si fa a non sottoscrivere questo manifesto?

E qui si innesta mirabilmente bene la post-fazione di Vincenzo Falcone, che in Calabria è stato tutto e il contrario di tutto in politica. Prima Grand commis della politica militante, poi parte integrante della stessa, poi confessore e spin doctor di molti dei protagonisti del regionalismo calabrese, e poi ancora giudice severo e inquirente delle loro colpe e dei loro tradimenti.

Da qui il suo monito feroce: “Chi è chiamato a governare la Calabria deve sapersi scrollare di dosso il pesante peso del millenario sistema feudale che ha inginocchiato e immobilizzato questa regione a tutti i livelli. Deve avere la piena consapevolezza che non serve un modello di sviluppo tradizionale per liberarla dall’immobilismo e dalla stagnazione, in quanto le cause della debolezza dell’intero sistema regionale sono da attribuire a un fattore prevalentemente culturale. Deve assumere il pensiero di lungo periodo quale pilastro portante dello sviluppo sostenibile e della crescita strutturale in quanto il veloce ritmo dei mutamenti del sistema globale impone la ricerca di immediate strategie di adattamento alle mutevoli regole del mercato mondiale”. Una lucidità fuori dal comune, che lo aveva portato a diventare nel tempo- mi piace ricordarlo- pur essendo lui un uomo di sinistra, il grande saggio a cui far riferimento per ritrovare la bussola della crisi. Personalmente lo ammiro molto.

Ma il saggio di Filippo Veltri ha anche il privilegio di avere una prefazione “eccellente” scritta da un genio della statistica, Domenico Talia, professore ordinario di sistemi di elaborazione delle informazioni presso l’Università della Calabria, e autore di diversi libri a carattere scientifico e divulgativo sul tema dei Big Data. Non uno storico, dunque, né tanto meno un politologo, ma un analista puro dei dati che la storia ci offre. Questo spinge lo “scienziato dei numeri” ad una analisi  fredda, incontestabile e perfettamente aderente alle cifre reali del nostro tempo: “La Calabria di oggi- commenta Domenico Talia- mostra picchi positivi in diversi ambiti che spesso non trovano analisti attenti, seppure in una geografia fatta di alcune carenze e criticità estreme (la sanità tanto per citare l’esempio più drammatico). Gli statistici direbbero che esiste troppa varianza”.

Ma questo non basta a capovolgere il bicchiere della crisi: “Purtroppo, tante punte positive non fanno un sistema”. Il giudizio del professore Talia è tranchant “Manca un sistema Calabria all’altezza delle sfide attuali. Ci sono esempi da studiare che si ergono sul caos, casi che hanno saputo creare ordine dal disordine. Le università, ad esempio, in Calabria come in tutto il Sud, sono grandi laboratori che, insieme ad altri, dovrebbero avere un ruolo di progettazione del domani. Contesti dove elaborare e proporre azioni concrete per trasformare la nostra antica identità in un fattore di competitività empatica. Bisognerebbe usare ogni mezzo, dalle nuove tecnologie alla letteratura, dall’antropologia al giornalismo, per scovare quello che c’è di buono e che a prima vista non appare”.

Ma allora come se ne esce? Il matematico ha una sua certezza: “Serve lavorare per sistematizzare il sistema, per condividerlo e valorizzarlo. È questo il compito che la classe politica calabrese dovrebbe assumersi e che oggi purtroppo non sa svolgere con efficacia”. Finalmente una boccata di ossigeno, perché chi crede nella democrazia e nella libertà non può non condividere questa analisi.

 

 

Pino Nano – Giornalista, già capo redattore centrale Rai

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